Auguro a tutti un #2017 di idee e sogni.

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Oggi mi è arrivata una email di un caro amico, una newsletter del suo sito con un messaggio per il #2017. Ora si dà il caso che io conosca molto bene Mauro Sandrini e so che i suoi messaggi non sono mai casuali, e quest’ultimo nello specifico mi ha fatto riflettere e ricordare (il messaggio è qui). Ho ricordato un 31 dicembre di tanti anni fa, trascorso a San Giorgio a Cremano dai miei nonni paterni, una notte in cui si è rischiata la vita perché i napoletani sanno essere davvero eccessivi in tutto. Una notte piena di simboli e di ritualità, che odorava di magia e di sacralità, specie a mezzanotte quando, spente le luci nelle case, si sono accese quelle in cielo e sui balconi e per le strade, coi fuochi e i razzi e i botti e tutti, ma proprio tutti, hanno preso a gettare fuori di casa, dalle finestre e dai balconi, qualcosa di vecchio, di usato. Volava di tutto, anche mobili, elettrodomestici, di tutto. E io bambina guardavo quegli oggetti passarmi sopra la testa e precipitare in basso con uno schianto e pensavo che fosse meglio restarsene al chiuso che giù di sotto si poteva morire.

Siamo abituati a scandire il nostro tempo, a dargli una forma e un limite fatto di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni, lo visualizziamo come un neonato il 1 gennaio e come un vecchio decrepito e barbuto il 31 dicembre, e quell’ultima notte lo uccidiamo letteralmente – almeno a Napoli si faceva così, – con un bel falò di roba vecchia e nello stesso istante illuminiamo la strada al bambino che sta arrivando. A cosa pensate servano i fuochi d’artificio? La tradizione e le leggende dicono che servano per scacciare gli spiriti maligni, perché i “botti” e le esplosioni fanno certo un gran baccano. Io preferisco la mia suggestione, che siano luci artificiali nella notte a illuminare il cammino del nuovo anno, ancora cieco e sordo come ogni nuovo nato. Ma il tempo in realtà non ha limiti, è un flusso continuo che non si può imbrigliare in schemi convenzionali, e in questo flusso scorrono le nostre vite fatte di un prima e un dopo con noi al centro, incatenati in un eterno presente.

Quindi a cosa serve festeggiare, celebrare, illuminare a giorno questo evento che, in sé, non rappresenta nulla di diverso da tutti gli altri istanti? Credo che sia qualcosa di catartico, abbiamo bisogno di riti per prendere forza ed energia e andare avanti, verso quel dopo sconosciuto che chiamiamo futuro. E allora ben vengano i buoni propositi, gli scongiuri, le preghiere per chi ha fede, i fuochi e i falò. Ben venga il gettare via ciò che è inutile zavorra, per camminare leggeri e avere lo spazio per accogliere ciò che è ancora nel mondo magico delle idee. Il futuro è questo, in fondo, solo un’idea alla quale dare corpo e forma, che ci possa riempire e dare un senso. Anche se questo può andare in contraddizione con il saggio consiglio di seminare oggi per raccogliere domani, come fanno i contadini che hanno la vista lunga e annusano l’aria del domani e affidano alla Terra dell’autunno e dell’inverno i raccolti della primavera e dell’estate. No, non si possono buttare via quelle idee lì, quei sogni fatti nei giorni di pioggia e freddo, quelli che hanno preso forma a costo di sacrifici e dedizione. Dobbiamo essere in grado di riconoscere le scorie, i rami secchi, le piante sterili, le infide erbacce, come fanno i contadini. E il 31 dicembre possiamo liberarcene, sarà quello il nostro rito propiziatorio.

Auguro quindi a tutti noi di mantenere il buono e di gettare l’inutile, di volare leggeri nel nuovo anno e di trovare il tempo per goderne i frutti. Auguro idee e sogni, che le une senza gli altri non potrebbero esistere.

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Allarme #selfpublishing: l’invasione straniera non ci salverà

Immagine presa da qui

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Queste le premesse:

A fine agosto leggo un articolo/intervista scritto dall’amico Mauro Sandrini sul sito della SelfPublishing School (qui) che annuncia lo “sbarco” in Italia dell’autrice self inglese Joanna Penn con un suo libro tradotto in Italiano. Fin qui nulla di strano, se non fosse per il fatto che è la prima self straniera a farlo, che la Penn è conosciuta in tutto il mondo come selfpublisher, che vende centinaia di migliaia di copie… insomma una fuoriclasse, e pure esperta di marketing. Bene! Mi son detta, impariamo da chi ne sa di più! E ho provato a “leggere tra le righe” le sue strategie di marketing.

In seguito ho letto l’articolo/recensione di Falminia P. Mancinelli su Leggereonline (qui) in cui la giornalista “boccia” il romanzo della Penn e si domanda se è giusto mettere in circolazione tali scempiaggini solo in nome e per conto del “dio marketing”.

Oggi leggo un nuovo articolo di Flaminia P. Mancinelli su L’Indro e sempre sul caso Penn (qui), ma questa volta il focus è un altro: può il selfpublishing nostrano resistere all’onda d’urto dell’invasione straniera, più agguerrita e ferrata di noi?

E veniamo alla riflessione.

Ho riportato l’articolo nel gruppo FB Gli scrittori sperduti nell’isola che non c’è, per stimolare una discussione. Ebbene, c’è stata. La realtà che ne emerge è una sola: preoccupazione. Perché gli Italiani ( e i lettori nello specifico) hanno la tendenza ad essere esterofili (senza generalizzare ovviamente, suvvia non alzate subito gli scudi! Sono lettrice anche io…) e ad accogliere quanto arriva da fuori con maggior interesse. I lettori italiani non amano molto il selfpublishing. E hanno ragione! In fondo sono stati spesso sommersi da libri illeggibili (come si evince dall’articolo della Mancinelli), come dar loro torto? Tutta questa anarchia editoriale ha fatto sì che davvero chiunque potesse pubblicare, impedendo in questo modo agli autori di qualità di emergere. Perché noi Italiani abbiamo anche la tendenza a fare di tutte le erbe un fascio. E pensare che il selfpublishing (di qualità) potrebbe contrastare ampiamente l’abominevole fenomeno delle EAP. Ma state pur tranquilli che i lettori saranno disposti ad acquistare di più un libro EAP che un self. Perché? Perché c’è un marchio, tutto qui, che dovrebbe rappresentare una garanzia che, nel caso delle EAP non esiste. Ma mica i lettori conoscono tutte le Case Editrici, mica vanno a consultare il loro pedigree quando sono in libreria…

Detto questo, la preoccupazione adesso è un’altra. Se è vero che gli Italiani sono tendenzialmente esterofili, i lettori italiani seguono la scia e si rischia che esaltino (decretandone il successo) ogni self straniero che decide di pubblicare in italiano. Perché “se è di fuori è certo valido”, “se ha venduto tanto a casa sua è di certo uno che merita” etc etc. E chi se ne frega se è un selfpublisher anche lui! Chi se ne frega se ha scritto una porcheria come tante! NON È ITALIANO, questo è l’importante. Così si soddisfa anche la malcelata invidia di chi, lettore/autore, non ha mai venduto nulla. Sono davvero tanti i lettori che hanno un libro nel cassetto che nessuno ha mai voluto pubblicare (ci sarà un motivo, o no? Fatevi una domanda e datevi una risposta…) e che magari hanno auto pubblicato sempre senza alcun risultato. Questi sono i maggiori detrattori del selfpublishing italiano.

Conclusioni.

Io auspico una rinascita del selfpublishing (siamo già alla ri-nascita, quanto siamo svelti a danneggiare le cose belle…) con una maggior consapevolezza del potenziale intrinseco e con una maggior autodisciplina: abbiamo un dovere verso i lettori, rispettiamoli. Ma non solo. Spero vivamente che un allarme del genere, questa “invasione degli ultraself stranieri” faccia aprire gli occhi a tutti. Signori lettori, il self non è il demonio, c’è del buono in esso. Non lasciatevi fuorviare dal nome straniero: spesso dietro c’è la stessa fuffa che c’è da noi. Non premiate il self d’oltreoceano perché ha i profumi del vento occidentale (Shelley era un caso a parte…), altrimenti seppellirete ogni possibilità che gli scrittori italiani potrebbero avere. Un caro amico mi ha raccontato di aver pubblicato su una piattaforma letteraria alcuni racconti con il suo nome in italiano e uno con uno pseudonimo straniero. Indovinate quale racconto è stato il più letto? Ecco, non facciamo questo. Già l’Italia si trova sull’orlo di un precipizio di cui non si vede il fondo, e qualcuno ci è anche caduto dentro e non si hanno più notizie sulla sua sorte. Almeno per la narrativa, la letteratura, l’arte in genere scegliamo NOI STESSI.

A scuola di #futuro

il futuro

Certe cose vanno scritte a mente fredda, quando le ore passate creano quel distacco necessario a vedere tutto con lucida obbiettività. E obbiettivamente la due giorni romana di “Caro futuro ti scrivo” è stata un successo. Un’esperienza talmente densa che farne un asettico abstract sarebbe come farsi raccontare un film dalle quattro righe di recensione di un quotidiano. Ma che caspita, da scrittrice riuscirò a trasmettere qualcosa di più, o no? Ci provo.

L’attesa può essere lentissima o velocissima, una moviola che ciascuno fa andare a piacimento. Io mi sono occupata della parte organizzativa dell’evento, e la mia attesa è stata quella di chi ha davanti a sé tutti i tasselli del puzzle e aspetta l’ora X affinché il disegno, per magia, si componga. Come sempre. Ogni evento che ho organizzato nella mia vita, che fosse il convegno medico internazionale o la presentazione dell’Aprilia Dorsoduro, lo spettacolo teatrale o la presentazione di un libro, fino a un attimo prima non sapevo mai cosa poteva accadere. Ma io ho i muscoli allenati, so scattare quando serve. E il tempo dell’attesa è stato colmato dagli arrivi alla spicciolata dei relatori, da Londra, da Parigi, dalla Romagna, volti e voci quasi sconosciuti, immagini virtuali che, di colpo, diventavano reali, almeno per me. Per due giorni avrebbero parlato di FUTURO e, nel momento dell’incontro, ho avuto la sensazione tangibile che il futuro fosse davvero molto PRESENTE.

attesa

DAY ONE – Prima di tutto si è fatta filosofia. Mauro Sandrini, chief della SelfPublishing School, committente, pensatore, ideatore dell’evento, ha condotto e orchestrato un’affollata conferenza al Caffè Letterario, con due ospiti d’eccezione: Carlo Infante e Gino Roncaglia. Ora, per chi non sapesse di cosa si occupano i signori suddetti, ne può trovare notizia qui per Carlo e qui per Gino, ma averli entrambi lì, vi assicuro, è stato un bel vedere e sentire. Il titolo della conferenza era “Scrivere per lavorare, lavorare per vivere” e le tematiche affrontate sono state molte, tutte volte ad analizzare il mestiere della scrittura, ciò che era e ciò che probabilmente sarà. Interessante scoprire che il primo blog concepito come lo vediamo oggi (blog è l’acronimo di web-log, un diario virtuale, in pratica) non è stato americano ma, per una volta, italiano, e che risale alla fine degli anni ’90, dopo la codifica del software fatta da Dave Winer. Ma prima del blog, che permette a chiunque di scrivere di qualunque cosa, c’erano i giornali, le riviste, persino i volantini (Carlo Infante ci ha raccontato delle sue esperienze ai tempi di Lotta Continua), e ogni ambito richiedeva (e richiede) una scrittura diversa, una diversa forma di comunicazione. La scrittura agisce, collaborativa, creativa, trasversale. Ed ecco che diventa social, con l’utilizzo di twitter e dei social reading, ma anche qualcosa in più. Molte sono ormai le testate giornalistiche che si avvalgono di blogger per fare informazione (Huffington Post, Il Fatto Quotidiano) e che, pur con tutte le polemiche che nascono per le “collaborazioni gratuite” (il lavoro si paga…), sono una palestra straordinaria per chi vuol scrivere per mestiere e consentono di acquisire un pubblico diversamente impossibile da raggiungere. L’invito di Gino Roncaglia è stato lo slogan di “Caro futuro ti scrivo”: Non si vive di scrittura se non si vive di lettura. Perché le statistiche sui lettori italiani sono davvero indecenti, ma quelle sugli scrittori fanno accapponare la pelle.

Carlo Infante, Mauro Sandrini, Gino Roncaglia

Carlo Infante, Mauro Sandrini, Gino Roncaglia

La festa è il momento dell’aggregazione, e a Caro futuro la festa si fa prima del workshop, perché in questo modo ci si conosce fuori dagli schemi, si fa comunella, si creano le amicizie, magari. Dopo la conferenza siamo andati allo “Spazio Informale”, un luogo ricco di fascino in via dei Cerchi, nel cuore della Roma antica, davanti al Circo Massimo. Oltre duecento persone si sono date appuntamento, invitate da Cronache Letterarie e dalla splendida padrona di casa Tiziana Zita, per parlare di libri, scambiarsi libri, raccontarsi, raccontare, mangiare, bere, ascoltare musica. Volti noti, meno noti, sconosciuti, poco importa. Importante è stata la passione che accomunava tutti: i libri.

La festa di Cronache Letterarie

La festa di Cronache Letterarie – In primo piano il regista Gerardo Lamattina

Una piccola parentesi dedicata al clima. Roma è stata magnifica nell’accogliere tante persone venute da ogni dove per questa due giorni di eventi. Il sole ci ha accompagnati costantemente. Solo la notte ha lasciato il posto alla pioggia, così, come per lavare bene i sanpietrini.

Una grande parentesi invece è dedicata a Gerardo Lamattina, perché le cose o si fanno alla grande o non mi interessano. Questa due giorni ha avuto un regista straordinario, Gerardo appunto, che ha filmato tutto, ma proprio tutto, compreso il dietro le quinte e la marcia di avvicinamento a Roma. Ne verrà fuori un film che, sono certa, vi appassionerà tutti. Vi informerò quando sarà pronto.

DAY TWO – Il secondo giorno si è lavorato. Il workshop è stata una full immersion nei segreti della scrittura comunicativa. Ma cosa significa? Signori…significa che, per far sì che la mia scrittura divenga un lavoro, devo farmi leggere, devo arrivare al pubblico. E questo non serve solo agli scrittori/narratori, i quali ovviamente hanno bisogno di lettori altrimenti che scrivono a fare? Questo serve anche ai giornalisti, magari free lance, serve ai copywriter oggi che l’idea di pubblicità è così cambiata, serve ai professionisti in ogni ambito che possono con la scrittura divulgare la propria esperienza e trovare committenti. E questo circuito alimenta altre professionalità che possono trovare nuova linfa per il proprio lavoro. Penso ai grafici, ai correttori di bozza, agli editor, ai traduttori. Durante il workshop di Caro futuro ti scrivo noi abbiamo cercato gli strumenti per realizzare il nostro percorso personale. Al mattino abbiamo ascoltato i nostri relatori. Al pomeriggio li abbiamo spremuti come limoni.

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Mauro Sandrini ci ha aiutati a capire “cosa” nella nostra storia personale può essere interessante raccontare, perché unica, perché ha un suo pubblico di riferimento, perché interessante. Una frase che ha detto ha fatto breccia in modo particolare nel cuore di molti: “Quando anche hai finito le risorse ma hai un foglio, una penna e le competenze, puoi ricominciare dalla scrittura.” Perché è vero, scrivere non è un mestiere dispendioso, non servono capitali per cominciare. Serve la passione e la competenza, quello sì.  

Elisabetta Ambrosi (Il Fatto Quotidiano, Vanity Fair, etc etc) ci ha spiegato che un giornalista free lance opera una scelta di libertà unica, sicuramente più difficile, ma che ripaga abbondantemente sia in termini remunerativi che di soddisfazione personale. E ci ha detto che anche i blog sulle testate giornalistiche sono utili, anche gratis, perché c’è uno scambio che porta vantaggi a tutti e perché quando nessuno ti conosce hai bisogno di un volano per cominciare. Ci ha raccontato che un giornalista digitale oggi è multimediale e multicanale, utilizza il web per creare e “sta nel flusso” a raccogliere i contenuti e farne un prodotto modulare. In pratica il web e gli eventi real forniscono la materia prima su cui scrivere e il giornalista free lance “costruisce” un pezzo modulare che può essere inviato alle diverse testate per la pubblicazione.

Alessandro Bonaccorsi ci ha raccontato come il suo libro/racconto sull’illustrazione (lui è un illustratore e grafico) gli ha fatto trovare nuovi clienti. Perché? Perché non si tratta di un manuale, ma della sua storia, della sua esperienza tangibile, la narrazione del suo percorso professionale con immagini e piccole lezioni pratiche che rendono la lettura agile anche per chi illustratore non è, ma, magari, può diventare appunto un cliente.  Perché un libro deve contenere un’anima per attrarre, non basta solo il bel vestito. Lui si definisce “Giardiniere dell’immaginario”. Se volete entrare nella sua serra potete leggervi “Illustrazione – L’immaginario per professione”, che non è un saggio, no davvero.

Matteo Pezzi ci ha insegnato a gestire il nostro tempo. Questo è stato forse l’intervento più incredibile. Perché Matteo è giovanissimo, appena ventitreenne, eppure ha una testa che funziona alla grande. Perché lui ha scritto un libricino in cui analizza i “tipi di scrittori” e come questi utilizzano gli strumenti tecnologici facendosi, il più delle volte, fagocitare da loro. Perché ci ha raccontato che spegnere il cellulare non ha ancora ucciso nessuno. E tante altre cose. Se volete ridere, sorridere e darvi le manate sulla fronte trovate queste perle di saggezza in “Scrivi, c’è tempo”.

Luna Margherita Cardilli e Roberto Pasini li voglio raccontare insieme, per diverse ragioni. Primo, perché erano gli “stranieri” del gruppo (nel senso che venivano da Londra e Parigi, ma sono eccellenze italianissime, cervelli in fuga, per capirci). Secondo, perché loro si occupano di due settori importantissimi per chi scrive: LA PROMOZIONE. La gentil donzella cura l’ambito dei social network e il gentil donzelletto si occupa di “siti web”. L’esortazione “forte” è venuta da Luna: “Voi siete scrittori? E allora perché non ci scrivete sui social?” Pare un’assurdità, visto che non facciamo altro, ma non è così. Perché come ci scriviamo è diverso da cosa ci scriviamo su questi benedetti social. Per portare avanti un progetto bisogna andare, ad esempio, su Facebook (dove ci sono praticamente tutti) e scoprire come i lettori comunicano, interagire con loro, senza “ansie da prestazione”. Twitter ci fa conoscere ad un pubblico “esperto” che diventerà il nostro miglior PR se sapremo coinvolgerlo. Rendere il nostro romanzo “reale” avvicina la gente (a proposito, geolocalizzerò Colui che ritorna su Foursquare, e rubatemi pure l’idea!). Creare contest letterari è uno strumento straordinario di coinvolgimento (Twitteratura su twitter o Hamlet2.0 su FB per recitare sono esempi incredibili). La potenza delle immagini, l’immediatezza attrattiva sono ciò che fa aumentare la visibilità anche nei motori di ricerca. E poi c’è il blog (o il sito). Roberto ci ha detto che non ci sono regole precise per scrivere un post. “Scrivi quando hai qualcosa di interessante da dire”, questa è l’unica regola valida, e attenzione alla sovraproduzione. Aforisma del giorno SCRIVETE DA UBRIACHI, PUBBLICATE DA SOBRI, e mi pare un ottimo consiglio. Uno scrittore deve avere un sito, un blog. Quella è la sua casa, il luogo in cui si sente a suo agio, è sé stesso, dove invita le persone ad entrare e gli racconta chi è e cosa fa. E allora questo sito deve essere accogliente, curato, deve avere una personalità. E poi c’è il discorso della newsletter, delle email. Quando anche i social scompariranno le email resteranno. Ci sono percentuali altissime di abbandono da parte di chi ci segue via email, ma quelli che restano saranno fedelissimi. Bisogna averne cura, loro sono il nostro passaparola più efficace. Regaliamo loro contenuti sempre nuovi, magari un libro o un’anticipazione del prossimo. Se lo meritano. E soprattutto non facciamoci prendere dall’ansia per le curve di coinvolgimento e visite al nostro sito. Sono importanti, è vero, ma più importante è capire quale obbiettivo hanno i visitatori. Perché un post ha avuto tanti click e un altro no? Cosa ho scritto di diverso? Ecco, cerchiamo di capire questo e agiamo di conseguenza.

Il pomeriggio, in gruppi ristretti, abbiamo lavorato a rotazione con ogni relatore sui nostri progetti individuali. Una sorta di speed-date, mezz’ora per relatore, poi Mauro Sandrini scuoteva il campanaccio e via, cambio! Ottimo esercizio di concentrazione e gestione del tempo. Dopo una giornata di lavoro così intensa abbiamo concluso in bellezza alla libreria Altroquando, a due passi da Piazza Navona, per la presentazione del libro di Alessandro Bonaccorsi, una presentazione con tanta gente, cosa rara ormai.

alcolici

Che dire di più. Ogni volta che si realizzano incontri così, per me, è come una sbornia di emozioni (quanta retorica!). Faccio il pieno (e dai!). Sono satolla e trabocco energia (Cetta, non se ne può più…). Però è così. A volte chi scrive si sente solo, anzi, molto spesso. E accorgersi che non è così, che si può condividere anche un sogno, amplifica le nostre percezioni, ci arricchisce, ci fa guardare oltre lo schermo del pc o il bordo del foglio bianco. In due giorni abbiamo proiettato i nostri desideri verso un futuro possibile e abbiamo cominciato a costruire i mattoni per edificarlo. Buona fortuna, a tutti, è stato bello conoscervi!

P.S. Se questo post ti è piaciuto sarebbe davvero carino che lo condividessi. Io ti regalo due ricordi di Caro Futuro: il tweetbook (qui) e lo Slidely (qui, c’è una colonna sonora pazzesca). Se poi ne hai voglia commentalo qui sotto. Al prossimo!

Riprendiamoci il nostro tempo

Il vintage di una scrittrice

Il vintage di una scrittrice

Una delle componenti essenziali per chi scrive (ma non solo) è trovare il tempo per farlo. Forse, quando è nata la leggenda che gli scrittori scrivono di notte, era perché quello è l’unico tempo libero da distrazioni di qualunque tipo, da tentazioni compulsive, da disturbi sonori e visivi. Oggi non è più così, perché c’è il computer e c’è internet, che non hanno rispetto del giorno e della notte, o meglio, siamo noi che ci facciamo fagocitare da quegli strumenti che dovrebbero renderci più facile la vita. Io lo confesso: passo davvero troppo tempo davanti al pc, collegata col web e coi social, e allora continuo a scrivere di notte. Mi sono data una sorta di regola per cui di notte internet sta spento e io scrivo in santa pace. Ma dormo poco, decisamente. E vorrei tanto riappropriarmi del mio tempo quotidiano per fare tutte quelle cose che sistematicamente rimando, come vivere la mia vita per esempio. Ci ho provato, sul serio… Ma così come sono capace di raccontare storie agli altri, altrettante ne ho raccontate a me stessa per ricadere nel vortice del “collegamento h24”. Questo non significa che l’esigenza di recuperare il mio tempo e spenderlo meglio sia venuta meno.

A tal proposito ho, da pochissimo (circa 24 ore fa) scoperto un libro auto pubblicato davvero straordinario. Si tratta di “Scrivi, c’è tempo” di Matteo Pezzi. Potete trovarlo qui. E ho cominciato a mettere in pratica le sue regole, anche adesso, mentre scrivo questo post. Matteo sarà, oltretutto, uno dei relatori alla due giorni di workshop “Caro futuro, ti scrivo” che si terrà a Roma il 7 e 8 febbraio (per saperne di più clicca qui, e anche per partecipare) e credo che mi metterò in fila per fargli tutte le domande che da tempo mi pongo. Perché è vero, il nostro tempo ha una scadenza e sprecarlo è da incoscienti. E anche perché è straordinario che tale lezione possa arrivare da un giovane (anagraficamente) che è nato e cresciuto nell’era tecnologica e che dovrebbe esserne più contagiato di me. Bisogna avere l’umiltà di imparare da chiunque, l’età non conta.

Parlerò di questo anche domani, 29 gennaio, su Radiopatik (qui) alle 11.00, e di tante altre cose. Potreste trovare il tempo per ascoltare…

Radiopatik

Una notizia che riguarda il mio ultimo libro “Quella volta che sono morta” ve la voglio dare. Il 14 febbraio (San Valentino, sì, e la data è perfetta…) lo presenterò a Roma, in una location molto particolare vicino al Circo Massimo. Vi darò i dettagli, perché sarà la presentazione di un eBook e quindi ci sarà da divertirsi. Portate la fidanzata o il fidanzato, la moglie o il marito o l’amante o chi volete. Secondo me sarà un bel modo per festeggiare l’amore.

P.S. Se volete partecipare al workshop con uno sconto, chiedetemi il codice…

fb e google+

Immagine “composta” da Lunamargherita

#Carofuturo… ti scrivo

Ci sono eventi ed eventi. E si sa, a me piacciono solo quelli ESPLOSIVI. Quando poi si svolgono a Roma, la mia città, vado in un brodo di giuggiole, perché mi dico: caspita, allora non è vero che nella capitale ci son solo i politicanti da due soldi (ché quattro sono già troppi…), ci sono anche le cose belle. E allora diciamolo: a Roma, il 7 e l’8 febbraio, ci sarà un evento, anzi un DOPPIO evento, straordinario, e riguarda gli scrittori. Qui trovi i dettagli, e questa è la copertina.

#carofuturoSi può partecipare? Certo che si può! Ma è solo per scrittori fortemente motivati, e io lo sono, per cui partecipo. Chi viene con me?

BIBLIOTETICA – UNO SCRITTO DI MAURO SANDRINI

Ho l’onore, oltre che il piacere, di conoscere personalmente Mauro Sandrini, ingegnere, sociologo e autore del libro Elogio Degli E-book 
Come scrittrice, come lettrice, come appassionata di tutto ciò che definisco Arte letteraria vorrei condividere con voi questo suo scritto, che mi ha emozionata e commossa.

BIBLIOTÈTICA

Mauro Sandrini


mauro@elogioebook.com

La biblioteca d’inverno, al mattino presto. Una coppia di ragazzi
studia, la sala quasi vuota. Fuori il freddo, l’umido, la frenesia
frenetica di un mondo che corre verso una follia senza freni.
Dentro, i sogni, le fatiche e le paure per gli esami da preparare
s’impastano con un tempo diverso dove tutto è ancora possibile,
il tempo perso e il tempo nuovo, gli amori non ancora nati e gli
sguardi chiari delle promesse.
È un cantone extra-ordinario la biblioteca: uno spazio off-shore
dal mondo. Come i paradisi fiscali sono nei sogni di tutti i biscazzieri
della finanza, la biblioteca è il paradiso di chi ha tempo.
È il vero paradiso, anzi. Perché qui non c’è denaro. È un’isola
dimenticata dalla nostra società. L’assenza di denaro la rende
uno spazio puro, più ancora delle chiese dove denaro e potere
determinano il luogo e i riti. In biblioteca no. Non c’è alcuna carriera
da intraprendere, nessuna indulgenza cui aspirare, nessun
peccato da espiare. C’è soltanto uno spazio, un tempo, interrotti
di tanto in tanto dalle risarole degli adolescenti che troppo stretti
stanno in questo luogo. Ma che qui cercano, e ottengono, la
solidarietà silenziosa dei compagni e delle compagne con cui trasformano
il tempo di preparazione all’esame o all’interrogazione,
in un tempo di divertimento: di giochi e di scherzi tutti sottovoce,
un po’ come la pentola che sobbolle piano mentre sul fuoco
si cucina una pietanza importante. Ecco in biblioteca sobbollono
piano le energie ed i pensieri di ciò che fluirà domani nella nostra
società.
Le biblioteche sono belle. Le più belle, però, sono le piccole
biblioteche di provincia: Fusignano, Sant’Alberto, Massa Lombarda.
Gioielli sopravvissuti ad un secolo (e più) di sconfitte. Un
tempo in cui gli ultimi hanno perso tutto: le guerre, le rivoluzioni,
persino le speranze. I forti, i padroni, coloro che non hanno
occhi per guardare neppure se stessi nello specchio, hanno distrutto
ogni cosa: i loro cuori, le piante, il mondo. Di una, però,
si sono dimenticati: le biblioteche. Proprio perché estranee al circuito
del denaro non erano interessanti per loro. In particolare
quelle piccole, lontano dai centri, dove la bibliotecaria conosce
i nomi dei bambini e saluta i genitori come si fa con gli amici,
dove il bibliotecario consiglia un libro nuovo allo straniero. Dove
l’aria che si respira è la stessa per lo studente universitario e per
il curioso di tutto ciò che si nasconde fra i libri. Dove ogni pagina
è una possibilità, un mondo nuovo verso cui allungare la mano:
come nell’Eden verso la mela.
La biblioteca è il luogo dove mi accompagnava mio padre da
bambino. Quell’aroma impastato di libri, polvere e legno che
emanava dagli scaffali è sedimentato dentro di me. Lui, ferroviere
con la licenza di quinta elementare, non ci era mai entrato
prima in quel luogo. Il modo con cui ne storpiava il nome mi
sembra oggi poesia pura. Con lui, infatti, non si andava alla
biblioteca ma in bibliotètica, un neologismo che restituisce agli ultimi
il luogo da cui da sempre il potere li ha esclusi. Con una
parola nuova mio padre restituiva a se stesso e a quelli come lui
la cultura che i potenti avevano tenuto per sé nei millenni.
Magari c’era chi rideva di questa sua apparente incapacità di
pronunciare correttamente il nome del luogo. Ma bibliotètica è
un universo a parte nel mondo della cultura. La biblioteca è sopravvissuta
nelle nostre città anche, e sopratutto, perché serviva
alla trasmissione della cultura del potere. I tomi pesanti e difficili
delle scienze, della giurisprudenza, dell’economia sono ancora li
a renderne conto. La biblioteca era il luogo dove i giovani rampolli
della borghesia erano autorizzati ad allenarsi per prendere
il posto dei padri nel guidare la società. Bibliotètica è altrove, in
un’altra dimensione. È la nicchia femminile che sopravvive negli
interstizi del linguaggio del potere maschile. Con un esercizio
di etimologia immaginaria possiamo riconoscere in questa nuo-
va parola tre particelle. La prima è biblio: libro. La biblioteca è
il mondo dei libri; si ma quali? Per chi? La seconda particella
che incontriamo è tet, il succo della vita, il nucleo della maternità
che nutre con la propria tetta non solo il figlio, ma il mondo.
Un sentimento, quello della conoscenza, riservato non ai pochi
discendenti dei già acculturati, ma un nutrimento che si diffonde
nel mondo. L’ultima particella che emerge dal neologismo intrecciata
alla precedente è etica: la biblioteca oggi ha forse il ruolo
che avevano i conventi nel medioevo, non tanto di mettere al sicuro
la cultura, quanto di preservare le ultime radici di umanità
presenti nel nostro esistere sociale. Radici che sono tanto in pericolo
quanto i ghiacciai che si sciolgono per il surriscaldamento
del pianeta.
Bibliotètica, allora, non è l’errore di un ferroviere più avvezzo
alle carte che ai libri, ma un passaggio evolutivo, la possibilità di
collegare la conoscenza al cuore e ai progetti condivisi. Un luogo
dove la curiosità e i sogni di ciascuno si nutrono della solidarietà
silenziosa dei propri vicini di tavolo fra i libri. Per avventurarsi
nella realtà e cambiarla. Con desiderio.
Grazie per questo assaggio di poesia in prosa.
Sed