Cetteide Revolution #cp4 Rebirth

rinasce

Dicembre 2016

L’avvento quest’anno è stato un’autentica attesa: per mia madre di sapere quando l’avrebbero operata, per me di sapere quando avrei cominciato il mio percorso terapeutico. Quindi, per non sbagliare, abbiamo cominciato a organizzarci per tempo, subito dopo l’Immacolata.
“Allora, dove la passiamo la Vigilia?”
“Ma’, e che ne so. Sinceramente non ci stavo pensando…”
“Ma dobbiamo pensarci che quest’anno siamo in tanti.”
“In tanti quanti?” Già mi immagino la fatica di coordinare tutto e tutti perché, se non si fosse ancora capito, la coordinatrice di casa sono io. E io quest’anno dovrei evitare ogni stress. E nella mia famiglia l’elemento femminile è preponderante… (Lo sentite anche voi un lontano richiamo di tamburi da guerra?)
“Una ventina…” Una ventina significa tutti e anche qualcuno in più. Sì perché mia madre ha invitato anche il mio ex marito (che mica lo possiamo lasciare da solo, non va bene a Natale) e l’amico di “merende” di mio figlio, ormai nipote acquisito (ma forse vorrà trascorrere la Vigilia con la sua famiglia, non credi?) e il problema dello spazio utile in un luogo neutrale si pone.
“Ci riuniamo a casa di Angelo [n.d.r. Angelo è il figlio maggiore di mia sorella]. Lui organizza la tavola e noi cuciniamo!” Ecco fatto. Incastrata per bene.

Alla fine il grosso della cena lo abbiamo preparato io e lei, le uniche due che non avrebbero dovuto fare niente, ma la meraviglia, la gioia, il piacere di esserci tutti sono stati il giusto premio per lo sforzo fatto. Ne è valsa la pena. La cena della Vigilia per noi significa pesce. E almeno dodici portate, una per ogni apostolo suppongo. Che poi quando Gesù è nato gli apostoli ancora non c’erano, ma con questi riti calabresi io non ci capisco granché, quindi li accetto così come sono e basta.
“Mamma, io preparo il sugo per le linguine, il sauté di cozze e le verdure ripassate in padella.”
“Io preparo baccalà e pipi, pipi e patate, pipi e olive ammortate e porto le conserve mie per antipasto: pipi sotto sale, melanzane a scapece, olive schiacciate.” I pipi sono i peperoni piccanti calabresi, quelli tondi e generalmente verdi, che non possono mancare mai nel desco della festa. Il profumo è così intenso, anche quando sono ancora crudi, che l’appetito scende dagli occhi al cuore e anche chi non li ha mai assaggiati si lascia irretire. I pipi jiuschenti sono sirene alimentari, e mia madre sa bene come dosarli. picmonkey-collage

“E domani ci vieni da me al pranzo di Natale?”
“No mamma, non me la sento. Devo riposare e anche tu dovresti.”
“Hai ragione figghjicè, ma tanto stavolta prepara tua zia. Tu fermati, pensa a te, che io ti mando la mia energia.” E quanta ne hai? Quanta ne serve per superare indenni questo anno e arrivare forti ai mesi duri che verranno? Sembra di essere in una bolla temporale, nella quale noi due galleggiamo sospese, guardandoci a distanza avendo il timore di toccarci perché potremmo romperci, ma allo stesso tempo senza perdere il contatto, perché quello è la rete di protezione, quello basta. E in questa bolla, questa sorta di utero, ci prendiamo la nostra pausa per ricaricarci, per rinforzare gli strumenti in dotazione, per prepararci alla prossima rinascita.

Se volete commentare non siate timidi, c’è lo spazio qui sotto. Se volete conoscere la prima parte delle avventure di Cetteide, potete trovare i link a questa pagina (cliccare qui)

 

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Grazie alla vita, grazie 2016 (una voce fuori dal coro)

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Immagine presa da Grafemi

Questo anno 2016 si avvia ad una fine ingloriosa, almeno questo è il sentimento che alberga ovunque volga lo sguardo o l’orecchio. Ingloriosa perché ad esso e solo ad esso vengono attribuite le responsabilità di tutti i mali e le disgrazie che in qualche modo, diretto o indiretto, hanno afflitto l’intera popolazione umana. Anche quella non umana, direi. Ora, posto che io ho un assoluto rispetto – e pure una sorta di invidia benevola – per coloro che riescono ad attribuire ad altro da sé le colpe e i meriti e sentirsi poi più leggeri e sereni, posto che trovo straordinario il potere taumaturgico della fede, qualunque essa sia, per cui deleghiamo a Dio, Allah, Buddha, l’Olimpo e tutti gli altri Invisibili Padri dell’Universo (perché mai non Madri non riuscirò mai a spiegarmelo) la risoluzione ai nostri piccoli e grandi problemi, posto tutto questo e qualcos’altro che di sicuro dimentico, io non ce l’ho con nessuno e con niente e, nonostante il mio momento attuale non sia dei migliori, voglio essere quella voce fuori dal coro che oggi dice GRAZIE.

Grazie alla vita, che mi ha fatto dono della consapevolezza del “giù”, dove “giù” era la parola che da bambina dicevo a mia madre poco prima di uscire di casa. “Dove vai Cetta?” “Vado giù, ma’”. E in quel giù c’era tutto un mondo immaginario, fuori dall’ordinario controllo genitoriale (ho vissuto un’infanzia e adolescenza prive di telefoni cellulari, quindi fortunata), un giù di profonde esplorazioni, di curiosità da appagare, di tuffi a capofitto nella vita che potevano farmi rompere la testa o farmi percepire l’ebrezza di fendere lo spazio e il tempo come fossero un panetto di burro. Era un giù senza un dove e senza un quando, e presupponeva fiducia e sicurezza. “Vado giù, ma’, e non ti deve interessare altro. Tanto torno.”.

Grazie alla vita perché mi ha fatto nascere in un “giù” geografico, un luogo fisico in cui tornare che sa di caldo e di fuoco, un centro della terra turbolento e passionale che ogni volta mi fa vibrare di energia. E proprio per questa mia appartenenza ho potuto dire, in primavera, torno “giù” in Italia dalla Germania, e poi giù a Roma che è già un po’ Sud, e poi ancora più giù, in quella mia terra di Calabria dove ogni volta metto in carica le batterie.

Grazie alla vita perché in quel “giù” esistono Cetta e sua madre in un racconto infinito che è un viaggio di incontri e di scontri, – oh, quanti scontri! – in cui una figlia si prende cura di una madre perché d’improvviso la scopre ammalata, ammalata seriamente. E forse dovrei ringraziare anche quel cancro (di questo si tratta) che mi ha resa sensibile e attenta, vigile. Grazie a questo ho incontrato il mio cancro. Quindi questo 2016 mi ha regalato la consapevolezza della malattia. Certo, tutto poteva accadere con qualche pausa di ristoro nel mezzo, così, giusto per rifiatare, ma evidentemente c’è una ragione per cui sta avvenendo così, ora, con queste modalità. Dovevo, devo capire qualcosa di importante, e forse ci sono riuscita. Sapete quelle illuminazioni che ad un certo punto arrivano come una lampadina che si accende dopo aver tanto brancolato nel buio? Ecco, una domenica mattina, mentre andavo non so dove, in una pausa tra un esame e un’analisi, tra un istologico e una risonanza, stanca, affaticata, mi sono resa conto che stavo vivendo la mia malattia come se stesse capitando a qualcun altro. Qualcuno di cui dovevo prendermi cura, ma che non ero io. Qualcuno che mi stava appiccicato come un gemello siamese, ma che non ero io. “Io non sono il mio corpo, il mio corpo non è la vera me, quindi io non sono la mia malattia. Cetta è sana, il suo involucro ha bisogno di cure.” Questo mi sono detta, e davvero non so spiegarvi come accade, come questa consapevolezza vi cambi la vita, il modo di affrontarla, l’immensa serenità che questo comporta. Io non ve lo so spiegare, come non so spiegarvi cosa significhi affrontare un cancro (invasivo, cattivo, per fortuna localizzato). È una definizione talmente astratta, specie se per tutto il resto stai bene, che capita ancora dopo mesi che lo sai che ti domandi “Ma davvero? Ma, io?” E se te lo domandi tu, figuriamoci chi ti vive accanto e ti vede a posto, piena di energia, immutata nell’aspetto… devi descrivergli tutto, devi raccontargli i dettagli della tua quotidianità più intima e forse capiranno. Forse. Io ho dovuto e voluto vederlo, faccia a faccia, per accoglierlo come una nuova realtà. Ho guardato Scilla e Cariddi e mi sono detta va bene, questo siete e questa io sono, siete entrati di nascosto, come clandestini, in casa mia e ora vi ho trovati. Preparatevi alla fine del viaggio.

Credo che ognuno affronti questo male in modo diverso, il suo, unico. Il mio è quello della conoscenza e della progettazione. Vero, difficile fare progetti a medio termine sapendo di dover affrontare terapie stressanti, un intervento, una convalescenza, controlli, esami. Quindi mi sposto un po’ più in là, giusto di qualche mese, pensando che questi progetti hanno preso vita proprio in questo 2016 così doloroso, e ci sarà un motivo, no? Dunque, caro anno che stai per finire, grazie per avermi fatto tornare “giù” a casa, grazie per avermi dato quelle visioni che sono confluite nell’ultimo romanzo che ho scritto (ancora lo sto revisionando, portate pazienza, sono stata un po’ presa…), grazie per avermi fatto incontrare persone straordinarie con le quali stiamo cercando di organizzare un evento grandioso per l’estate 2017, grazie per aver rimesso sulla mia strada una cara amica con la quale ho ricominciato l’avventura come agente di viaggio, grazie per avermi dato la forza e il coraggio di affrontare questo tsunami, grazie per avermi fatto aprire gli occhi e scoprire che sono viva e che ho ancora voglia di imparare.

C’è tempo…

C’è un tempo per amare, c’è un tempo per soffrire. E poi c’è anche un tempo per perdonare. Forse è proprio questa la storia di “Anna”, che arriva adesso, per Natale.

Anna_coverSuggerisco questo ascolto (qui), così vi fate un’idea.

E tanti auguri, a tutti!

 

Ciao

Immagine presa da qui

Immagine presa da qui

Tutto comincia da un ciao. Non arrivederci o addio. Ciao, un saluto sospeso, intimo, confidente, un saluto che lascia intendere tante cose. “Ciao, ci vediamo dopo”. “Ciao, come stai?”. “Ciao, è bello rivederti”. “Ciao, mi sei mancato”. Ciao è la prima cosa che ti ho detto quando ti ho incontrato. Era il mio benvenuto per te, alla vita, nella mia vita. E già non mi appartenevi più. La vita comincia con una separazione, e questo è bene metterlo in chiaro, da subito, con noi stessi. Eppure c’è un tempo in cui siamo uniti indissolubilmente, in cui condividiamo una dipendenza reciproca così forte che, per sempre, ci farà riconoscere.  A naso. Ricordo quando ti aspettavo. Ho avuto nove mesi per abituarmi all’idea, nove mesi in cui ti ho immaginato, sognato, ti ho pregato di far presto che non vedevo l’ora di dirti quel “ciao” che mi bruciava le labbra. Trascorriamo la nostra intera esistenza a procrastinare il tempo, a fingere che i minuti sommati ai minuti possano dilatarlo all’infinito e che ne avanzi sempre un po’, perché non basta mai per tutto ciò che abbiamo in mente. L’unica situazione in cui riusciamo a percepirlo veloce, e lo aiutiamo anzi, con un conto alla rovescia in cui un minuto trascorso è uno di meno, non uno di più, è quando aspettiamo un figlio. E durante il travaglio, mi hanno insegnato, anche le doglie diventano meno dolorose se le contiamo alla rovescia. È come caricare una clessidra e veder scorrere la sabbia.

Ora dovrò dirti ciao di nuovo, e mi sto preparando, ma chissà perché stavolta quella clessidra non la voglio guardare. Voglio provare, in qualche modo, ad allungare questi giorni invernali, così corti, così bui. Voglio riempirli di cose belle, da fare, da pensare, scintille di luce come quelle dell’albero di Natale, come le parole che arrivano e si fermano qui, sulla carta virtuale e che, lo so, potranno raggiungerti anche all’altro capo del mondo. Sto costruendo legacci d’amore per tenermi ancorata a te, semmai fosse necessario, ma non è semplice. Ogni separazione è un dolore profondo, una piccola morte. Anche una nascita lo è. Muore ciò che eri fino a un momento prima e ancora non sai cosa e come sarà il dopo. E allora quel tempo inevitabile dell’attesa te lo devi vivere fino in fondo, e non sprecarne neppure un istante. Devi inanellare quei legacci, e renderli robusti, indistruttibili. Li ritroverai nel poi indefinito. Quello che ricomincia con un ciao. E chissà come sarà…

Il mio augurio di Buone Feste è un regalo, un racconto per voi

mercatini-natale-Roma

Quest’anno il profumo delle feste per me è più intenso. Tante cose sono accadute in un anno. Un nuovo libro, Nata in una casa di donne, una raccolta di poesie, Appunti, il libro/diario Cetteide, tanti eventi legati all’editoria e tanti nuovi amici. E’ stato un anno bello, ricco di emozioni intense che lasciano una scìa lunga. Voglio farvi un regalo e, da scrittrice, il dono ve lo lascio qui, a casa mia. Venite a prenderlo, siete i benvenuti. Sedetevi comodi in poltrona, anche durante la mia assenza, non fa nulla…il camino è sempre acceso e non manca del buon vino per riscaldare l’atmosfera. Vi regalo un racconto che ha come sfondo Roma, la mia città, con la sua magia che può realizzare anche desideri impensati. Cliccate sul titolo e…buona lettura   Roma d’Amor

AUGURI!!