Di #COVID19, isolamento, social e futuro

Ci sono giorni che non te li aspetti, giorni in cui pensi che stai per affrontare un nuovo cambiamento ma quanto nuovo sarà proprio non riesci a immaginarlo. Io vivo così da oltre tre anni, pronta a rifare le valigie della vita e ricominciare un viaggio strano, duro, doloroso e a volte esaltante.

Era cominciato così questo 2020, con la notizia certa che il mio cancro progrediva, il time limit del 30 gennaio per cominciare nuovi strazianti cicli di chemio, la corsa contro il tempo il giorno prima a Napoli con la speranza di rientrare in una misteriosa sperimentazione, la certezza di esserci rientrata il 10 febbraio, la gioia indescrivibile, l’inizio di una nuova avventura con l’immunoterapia… wow! Che emozioni. Non ve le so descrivere, è stato come volare.

E un po’ ho volato con la fantasia, ho immaginato il mio futuro prossimo e remoto e mi sono vista ovunque a fare qualunque cosa. Non mi sono limitata a immaginare però, ho proprio acquistato biglietti e camere di hotel per diverse destinazioni, una al mese: Praga, Malta, Lisbona, luoghi da visitare con calma e con tutta la curiosità che mi appartiene.

Poi è arrivato il COVID-19. Mariù, se fossi stata qui in quei primi giorni mi avresti detto partiamo, andiamo a casetta che lì stiamo bene. Non ho fatto in tempo, non ho voluto fare in tempo Mariù, non sarebbe stato giusto. Io non ho paura, mi sono detta, io ho un cancro col quale faccio braccio di ferro da oltre tre anni, figurati se mi faccio fottere da un virus qualunque. Però io sono a rischio, alto, altissimo rischio.

Avete idea di cosa possa significare per una persona che sta così – così, non voglio specificare, capitelo da soli – che aveva appena ricominciato a sognare, trovarsi rinchiusa in 50mq, da sola, a parlare coi muri o in videochat augurandosi di stare bene, stare bene, stare bene. Sono arrivata a reprimere anche gli starnuti mattutini, quelli che ho sempre fatto da che ho memoria. Ma tu non hai paura, non hai paura, no che non ce l’hai. Anche quando esci perché devi e ti metti tutte le protezioni, e scegli orari consoni per evitare affollamenti. Hanno chiuso l’Italia, hanno detto, e tu ti senti in una bolla dove il silenzio fa un rumore enorme.

Tu ti chiudi in casa e vedi che in giro ci sono persone che circolano così, perché gli va, perché vogliono sfidare la sorte. Vai al supermercato, fai la fila fuori e poi vedi che dentro nessuno prova ad evitare gli altri, carrelli che si incontrano come in una danza impazzita e io dico stai lì coglione, non venirmi addosso anche senza mascherina. Ma la mascherina serve solo a chi ha i sintomi… immagino davvero che la madre dei coglioni sia sempre incinta, e scusate se uso parole forti. Se volete sfidare la sorte fatelo solo con la vostra, perché tu non hai paura del virus, hai paura di loro, i pazzi incoscienti, gli stronzi strafottenti.

È brutto, è orribile guardarsi in cagnesco quando si esce di casa, e ancora più terrificante è pensare a quando tutto questo sarà finito, quando potremo tornare alla normalità. Quale sarà questa nuova normalità? Cosa avremo imparato da questa tremenda lezione che la Natura ci ha dato? Torneremo umani? Ritroveremo il piacere della solidarietà? Saremo più consapevoli? L’economia mondiale troverà –dovrà farlo – nuovi equilibri? Ecco, l’unica cosa giusta che questo virus fa è che se ne fotte dei soldi o dello stato sociale, è proprio una livella.

In questi giorni di isolamento forzato ho osservato noi, la nostra evoluzione insieme al virus, attraverso i social e il web come tutti immagino. Ho letto tanti post, commenti, visto video, ascoltato canzoni, letture fatte da scrittori per farci compagnia (a proposito, non perdetevi #leggivirale che ci sono anche io), ricevuto centinaia di consigli non richiesti su whatsapp, cancellato fake news e chi le diffondeva, assistito con sgomento all’accendersi di focolai di estrema ignoranza e cattiveria gratuita. Laggente sta male, mi sono detta, sta male dentro, nella testa e nel cuore, continua ad essere vittima di uno sciacallaggio morale perpetrato a lungo e malamente negli ultimi anni. Ci vuole poco però a trasformarsi da vittima in carnefice… non facciamolo, non arriviamo a questo ve ne prego, impariamo la lezione!

Fa male a chi, come me, già soffre, vedere l’indifferenza, la superficialità, il cinismo con cui ancora troppe persone stanno affrontando questa emergenza comune. Comune, di tutti, per tutti, nessuno escluso, qualunque sia il colore, la fede, la provenienza. Recuperiamo il rispetto reciproco, è un atto di generosità che non costa nulla. Ci sono musicisti che fanno concerti da casa, ci sono librai che fanno presentazioni virtuali, scrittori che leggono libri per chi è solo, siamo isole nello stesso mare e a volte basta un gesto, quello che è nelle nostre corde, quello che sappiamo e possiamo fare, per farci sentire meno isolati.

Davvero non capisco chi attacca i gesti di solidarietà, il sentimento più vicino all’amore che conosco, diffondendo diffidenza e cattiveria gratuita. Mi è capitato di informare un gruppo sulla possibilità di acquistare mascherine in un negozio e sono stata virtualmente aggredita perché “le mascherine non sono obbligatorie e poi quelle chirurgiche non servono a niente”. Non so come lo potrò spiegare ai miei medici oncologi che la indossano in reparto quotidianamente… oppure ho assistito allibita al linciaggio social di un amico che usa un alias per il suo profilo, un amico che combatte il cancro come me, raccontandolo con ironia – noi malati oncologici ci riconosciamo anche dal linguaggio – che dona quello che può e come può, eppure è stato addirittura accusato di fingere il suo male per attirare consensi. Perché? A chi giova un atteggiamento del genere? Vi fa sentire meglio puntare il dito? Pensate così di distrarvi dalla paura?

Ci sono ancora quelli che si preoccupano dei “30 euro dati agli immigrati e noi invece abbiamo i negozi chiusi”. Io spero tanto che nei paesi africani questo virus non arrivi, perché in quel caso la partita sarebbe davvero perduta per sempre.

Ricorderemo questi giorni come quelli della resilienza, i nostri nipoti li leggeranno sui libri di storia e ci chiederanno conto, forse, se avremo imparato a non dimenticare e a cambiare in virtù di questa memoria. Io me lo auguro.

 

Try again – Volevo scrivere un post sulla paura

Volevo scrivere un post sulla paura ma poi è successo che c’era il black friday e mi sono detta che fai? non te li compri un paio di biglietti aerei scontatissimi per marzo? Sabato e domenica, così, toccata e fuga a Malta e Atene che neanche un taxi da Fiumicino a Roma ti costa meno. E poi a marzo è primavera, fa già abbastanza caldo da non portare il cappotto.

Volevo scrivere un post sulla paura ma poi è successo che c’era Stefano Sgambati a Roma col suo nuovo libro, “La bambina ovunque” (bello, bello, bello, leggetelo e riflettete) e mi sono detta che fai? non ci vai alla presentazione? Ci saranno anche tutti quegli amici tuoi, quelli che bazzicano i libri e la letteratura, Carmelo, Francesca, Sara, Chiara, Rossano e tanti altri e che vuoi perderti l’occasione di parlare di cose belle e di farti quattro risate?

Volevo scrivere un post sulla paura ma poi è successo che c’era il concerto del mio coro e dovevo ripassare Christmas Trip che lì ho una parte da solista bella tosta e mi sono detta che fai? non vai alle prove e ti perdi l’opportunità del caldo abbraccio collettivo dei tuoi amici coristi? Ma soprattutto ti perdi l’occasione di essere, ancora una volta, al centro del palco? Che siccome sono poco esibizionista io…

Volevo scrivere un post sulla paura ma poi è successo che tra pochi giorni c’è Più Libri Più Liberi e mi sono detta che fai? non ti organizzi qualche incontro in fiera per scrivere i tuoi articoli su Art a Part of Cult(ure)? Ci saranno pure i tuoi amici scrittori e editori, quelli che vedi solo in queste circostanze, con libri nuovi di zecca da toccare, annusare, leggere.

Volevo scrivere un post sulla paura ma poi è successo che mi sono accorta di non averne più di paura, che se l’ho messa da parte per organizzarmi tutte queste cose è perché alla vita non gliene frega niente che quel maledetto è tornato, non gliene frega niente perché è più forte lei e quindi cazzo, che faccio? le vado contro? Mi blocco e aspetto?

Volevo scrivere un post sulla paura ma ho scoperto che nel frattempo aveva vinto il coraggio e allora niente, basta pause. Si lotta, si vince, si perde e poi si vince ancora. Magari si piange un po’. Magari si vive. (Mariù, la prossima volta che ti chiedo un segno pensaci bene che stavolta hai toppato alla grande. Lotteria, quella, nient’altro. Try again.)

#Paura di ascoltare [La mia vita in Germania]

 

Immagine presa da qui

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Quando si intraprende un nuovo percorso si tende ad ascoltare la propria voce, perché quella degli altri potrebbe farci perdere. Forse è per questo che qui mi capita di ricevere domande la cui risposta non interessa nessuno. Sono solo lo spunto, il pretesto, per parlare di sé. La propria voce è rassicurante, una guida nella nebbia in cui si galleggia a stento, e ci si scontra magari con i propri limiti, la propria incapacità, le proprie carenze. Eppure sarebbe tanto più logico ascoltare. In un paese straniero, ma non solo, ascoltare l’altro può arricchire, creare relazioni, magari semplici interazioni. E farci sentire meno soli.

Non è facile ascoltare. Ci vuole dedizione, curiosità, pazienza. Ci vuole desiderio di apertura. La nostra voce è l’ancora cui ci appigliamo quando tutto intorno a noi suona “diverso”, è la sicurezza di esistere, uguali a noi stessi, in ogni luogo. La nostra voce diventa il nostro lucchetto, la serratura che ci chiude nel nostro guscio di protezione e non ci fa rischiare di incontrare l’altro. Io parlo molto, ma ho imparato ad ascoltare. Voglio raccontarlo, perché non l’ho imparato così, per educazione ricevuta o per indole. Ho un amico non udente, che non usa il linguaggio dei gesti. Lui parla e legge le labbra. Mi interessava ciò che aveva da raccontare, mi interessava la sua amicizia, e allora ho imparato. Ad ascoltarlo, fino alla fine, senza interrompere, e a parlargli, lentamente, scandendo bene ogni sillaba. Ho dovuto interpretare alcuni suoni, ho dovuto fidarmi di ciò che mi dicevano gli occhi, la gestualità, le pause. Ho imparato la sua lingua, e questo mi dico ogni volta che faccio una domanda e non attendo la risposta: ricordati di ascoltare.
Questo è anche ciò che faccio quando parlano i tedeschi: ascolto e guardo. E imparo.

Sui social network ci sono ogni giorno decine di post, status, richieste che nascono come domande. A volte rispondo. A volte mi defilo. Troppo spesso chi scrive ha solo voglia di ascoltare sé stesso. Da solo nel suo fantastico mondo virtuale. Perché ha paura.