Perché ogni Natale è Natale, è Natale, è Natale…

In questi giorni di festa ci soffermiamo un po’ di più sulla parte umana di noi, quella che ci fa cercare gli affetti, quella che rifugge la solitudine, quella che ci fa accogliere e accorciare le distanze. Forse accade perché abbiamo più tempo a disposizione, forse accade perché siamo animali sociali che tendono a riunirsi, a stare insieme, a fare gruppo, che se ci si stringe forte si sente meno freddo.

Io non lo so cos è, non ho mai avuto una particolare passione per le festività natalizie, però non mi sono mai sottratta al richiamo della famiglia e, puntualmente ogni anno, mi trovo a riflettere su quesiti filosofici che, ancora oggi, non trovano risposta (se sono ancora qui a parlarne…)

Cosa resta di noi? Diciamo che questo primo Natale senza Mariù è stato un banco di prova notevole. Cosa c’era di lei? Praticamente tutto, dalle figlie ai nipoti, dal cibo all’abbondanza. Forse è mancato il burraco, non lo so, ho abbandonato prima.

C’era quel posto vuoto, quella eco di voce, quell’immagine viva negli occhi, quindi è questo che resta di noi, la sensazione fisica di esserci sempre come parte di qualcosa che, se siamo bravi, si tramanderà nel tempo in coloro che verranno, una storia che si sommerà alle altre storie future. Lasciamo tracce anche quando non ne siamo consapevoli, forse soprattutto in quei momenti, come un bel libro scritto con sincerità. E lì ci riconosciamo.

Leggera passerò nella tua vita,
e lascerò una scia
più spessa di un filo di fumo,
più sottile del solco che lascia l’aratro
quando penetra l’anima della terra
facendola sua.
Io sono
nuvola di emozioni instabili
e mi muovo nel vento.
Una traccia rimane
che sa di aria e di sole
di radici dissodate
di zolle pregne e grasse d’umore.
È l’essenza di me
che permane,
se solo l’avrai colta
mentre leggera
passava nella tua vita. [cdl 2017]

And now… music! E Buone Feste a tutti.

 

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Franco Arminio e i suoi “paesi invisibili”. Per il Festival delle Letterature di Roma un nuovo incontro con la poesia.

Sono andata al Giardino degli Aranci della Casa delle Letterature di Roma. Non so se si chiama così (la signorina all’ingresso mi ha detto: “Arminio? L’incontro è in giardino”), però c’erano solo alberi d’arancio in quel giardino interno, con una fontana al centro mimetizzata da un basso arbusto, e tutto era così verde e calmo che, mi son detta, nessun posto è migliore per parlare di poesia.

Che poi parlare di poesia con Franco Arminio – l’evento riguardava lui ovviamente – è un eufemismo. Con lui non si parla, con lui si assiste a uno spettacolo, si dialoga, si canta. Lui è logorroico quanto basta per farti chiedere se sia sufficiente la poesia affinché si racconti. Che poi sono poesie spesso brevissime, più che ermetiche, e per questo mi piacciono: istantanee della realtà di quei paesi nascosti, perduti, abbandonati che lui tanto ama. E allora lasciamolo parlare questo “paesologo” come ama definirsi, che ha pure una splendida voce e ti cattura con le sue movenze da attore consumato. Bello spettacolo, bravo, bis!

Vi racconto l’incontro su Art a Part of Cult(ure), come sempre.

Un reading speciale col paesologo Franco Arminio.

Sono andata a incontrare un poeta. Ma non un poeta qualunque: un paesologo. Troppo complicato, va bene.
Sono andata a incontrare Franco Arminio. Meglio? L’occasione l’ha offerta Letterature Festival di Roma e il giardino degli aranci della Casa delle Letterature non poteva essere più consono a questo evento. Lo confesso, la prima volta che l’ho visto e ascoltato a Libri Come mi ha conquistata. E non è certo facile conquistare con le poesie! Quel cliché romantico degli uomini che declamano versi e stendono letteralmente le donzelle sognanti ecco, è solo un cliché. La verità è che la poesia non è propriamente una lettura nazional popolare, a meno che il poeta non abbia il carisma e il fascino di Franco Arminio. Che parla come scrive (o scrive come parla) ed è tutta una serie di emozioni circolari, coinvolgenti, spesso esilaranti. [continua a leggere…]

Quando non so come dire le cose scrivo poesie

la-forza-delle-donne-si-posso-farcelaCi ho pensato a lungo. Non solo a cosa dire, ma proprio sull’opportunità di farlo. Io sono una persona discreta, forte, determinata, e in genere entro in punta di piedi nelle vite degli altri con la convinzione, oltretutto, che se non sono invitata meglio non bussare neppure alla porta. Per questo scrivo. I miei libri, le mie storie, sono scarpe animate che camminano da sole e si fermano dove credono, a volte per pochi istanti, a volte a lungo, dipende dall’ospite.

Nei miei libri ci sono donne, uomini, luoghi, veri o inventati non importa, sono comunque una rappresentazione di me e della mia visione della vita. Può non essere interessante, eppure credo che qualunque momento di confronto possa aiutarci a valutare diverse prospettive. Oggi ho bisogno io di confrontarmi, oggi sono smarrita. Perché capita che la vita reale superi quella creata nei romanzi, la superi in imprevisti, prove, emozioni, e ci colga impreparati. Non c’è niente da inventare, c’è solo da prendere le distanze, respirare a fondo e cominciare a lottare. Ma non da sola. Da soli la paura di non farcela può diventare una morsa incandescente che ti stringe i polsi, le caviglie, la gola, che ti blocca e non ti fa agire. Per questo tipo di lotte ci vuole un esercito, e armi, e strategie. Bisogna essere lucidi e spietati. Per questo sono qui oggi. E poiché certe parole sono brutte, hanno proprio un suono sgraziato, io le trasformo in poesia, che la bellezza vince sempre. costa-rica

Io voglio ancora

svegliarmi con questa luce calda

che filtra e mi accarezza.

Voglio ancora

godermi questa estate

della vita,

i frutti succosi,

gli aspri contorni dei monti,

le rotondità delle onde.

Io voglio ancora

spogliarmi e stupirmi

della mia pelle lucida,

dei muscoli tesi,

dei piedi scattanti.

Io voglio ancora,

e gli ospiti inattesi

sgraditi

ottusi

voraci

dolenti come prefiche

non oscureranno

la mia estate

con tristi presagi

di pioggia.

Datemi sassi

e spade

e pugnali

che sono in guerra

e io voglio

vincerla.

Lo vedi? Si fa sera, amico mio.

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Certe volte mi capita di dover scrivere cose brevi, perché il pensiero è un lampo che si accende all’improvviso e deve restare così, come una fotografia. Sono quelle riflessioni “pure”, non troppo ragionate, che arrivano da qualche parte dentro di me (dentro di noi), magari al mattino quando tutto ancora tace, o alla sera quando i rumori della vita cominciano a smorzarsi. Chiamare poesie questi scritti istantanei mi pare esagerato, però va bene dai, sono testi poetici, e che i grandi mi perdonino.

Stamattina, all’alba (mi sveglio prestissimo), mi è “arrivata” con urgenza alla mente questa frase (quella del titolo), e poi tutto il resto. Tanta era l’urgenza che, per non dimenticare nulla, ho smesso di bere il mio adorato caffè e ho scritto a mano. La mia poesia/metafora sulla vita di oggi è questa:

Si fa sera, amico mio.

Lo vedi? Si fa sera amico mio.

Lenta ci avvolge

dagli angoli degli occhi

e li socchiude

in sottili fessure.

E poi ci inganna

che dalle pupille acute

ancora ci fa scorgere

un barlume del giorno.

 

Lo vedi? Si fa sera amico mio.

E nulla possiamo

per fermare la notte

che avanza

da una breve distanza.

Eppure è ancora luce

amico mio

in qualche parte del mondo

e la voglio godere.

 

Lo vedi? Si fa sera amico mio.

E io spalanco gli occhi

che mi bruci

questo avanzo di sole

prima del tramonto.

Leggi poesia? No, grazie, la scrivo.

Immagine presa da qui

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Mi capita ultimamente di ascoltare discorsi surreali. “Io non leggo poesia, scrivo soltanto le mie”“Non vi chiedo di valutare i miei testi, ma solo di pubblicarli, quale che sia il costo.”
E potrei fermarmi qui, ma non c’è mai limite al peggio, quindi mi aspetto altro prossimamente.
Queste due perle di saggezza danno però la misura del livello al quale si trova la “cultura” oggi in Italia. Basso, profondamente basso. E qui non mi riferisco all’essere intellettuali o edotti, qui parlo della semplice curiosità che dovrebbe stimolarci a evolvere, a esplorare, a confrontarci. Due prodotti della società odierna sono evidentissimi in quelle due frasi (non lette sul web, ma udite dalle mie povere orecchie… ndr): l’autoreferenzialità e l’esibizionismo.
Che non sarebbero dei grandi mali, se presi e elargiti a piccole dosi, “q.b.” come si dice in gergo culinario. Ma ultimamente sono diventati una pandemia, quindi un vero problema.

Un artista, si sa, vive la propria esistenza in un costante equilibrio tra l’essere e l’esistere. È artista in quanto esprime la propria creatività. Esiste come artista in quanto è riconosciuto come tale. Ecco, oggi questo paradigma è manchevole, oggi si tende solo all’esistere. E allora ogni mezzo appare lecito, anche spendere fior di quattrini per veder stampato un libro, quale che sia il contenuto, quale che sia il fine, la comunicazione, il messaggio. Io non voglio dare giudizi, non è mio compito. Né tanto meno voglio analizzare il perché e il percome si sia giunti a una situazione del genere. Sono preoccupata, questo sì, perché penso che le generazioni future avranno questo tipo di modello sociale di riferimento (anzi, già le generazioni presenti) e si perderà la magnificenza del sogno, dell’immaginario, l’umiltà del duro lavoro e dell’apprendimento, la soddisfazione di un riconoscimento dovuto e meritato, non comprato.

Questo è il percorso di un artista, che sia scrittore o pittore o musicista poco importa. Un artista ha dentro di sé una febbre dalla quale non vuol guarire, la esplora e la confronta e si lascia da essa dilaniare per poi rinascere in altra forma, altra misura, altra espressione di sé. Cova la propria arte, ne ha cura, e quando decide di mostrarla, prima lavora di cesello, diventa artigiano, si attrezza con gli strumenti giusti per offrire al pubblico il meglio di sé. Deve essere così, è giusto, si tratta di dignità (verso sé stessi) e di rispetto (verso gli altri).
L’arte quindi non può prescindere dalla cultura. Ed ecco che il cerchio si chiude. Chi decide di star fuori da questi parametri può sempre far altro nella vita, per esempio leggere…

“Cultura è il patrimonio delle cognizioni e delle esperienze acquisite tramite lo studio, ai fini di una specifica preparazione in uno o più campi del sapere.” [cit.]

Poetando un po’

Immagine presa da qui

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Vorrei,

vorrei

smettere di pensare

cancellare

con poderose secchiate d’acqua

ogni singola sillaba

che si affaccia alla mente.

Vorrei,

vorrei

lo spazio vuoto

che rimane.

Io non ti amo

Non mi capitava da un po’, ma oggi mi va di poetare. A volte l’ispirazione arriva così, a scoppio ritardato…

Immagine presa da qui

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Io non ti amo

Io non ti amo
eppure
camminerei per ore
i piedi gonfi nelle scarpe strette
per ascoltarti
mentre cammini accanto a me.
Io non ti amo
eppure
riuscirei a non fumare
e potrei anche non respirare
per respirarti
mentre cammini accanto a me.
Io non ti amo
eppure
ho spento il tempo
disattivato il mondo virtuale
per pochi minuti
di assoluto perfetto stupore.