Gli amanti 2.0

virtual love

Gli amori possono nascere anche nel mondo virtuale. Non so cosa scatti, quale alchimia rimescoli l’immaginario di due individui che non si conoscono tanto da far nascere il desiderio, però accade.

Tempo fa immaginai un incontro del genere, e provai a individuare l’elemento scatenante della passione. Ne scaturì un racconto che ho incluso in un romanzo che un giorno pubblicherò, “Innocenza che mi insegnò la vita”. Prima di quel racconto, però, scrissi una bozza, un embrione che, a distanza di tempo, ho deciso di regalarvi.

Lui e Lei

Era come un solletico al lato destro del cuore, qualcosa di indefinito che cominciava con una accelerazione del battito lieve, lontana, e poi montava come uno tsunami. Lei lo sapeva, lui pure lo sapeva, e non facevano nulla per evitarlo.
E perché poi avrebbero dovuto farlo?
Chi può arrogarsi il diritto di decidere quando e se è lecito lasciarsi andare completamente, senza riserve, se questo sentire è dettato dall’unica legge che regola tutto l’Universo? L’attrazione incontra, l’attrazione unisce, l’attrazione lega tra loro le anime per sempre, ed esse sono destinate a cercarsi, a riconoscersi, per ripetere all’infinito la magia dell’incanto. Perché amarsi è un incanto.
Ma lei e lui non lo sapevano ancora. Si erano conosciuti per caso e si erano appena annusati. I sensi avevano intuito ciò che loro avrebbero scoperto poi, in seguito, quando le circostanze avrebbero compiuto il loro rituale e la ruota del destino li avrebbe nuovamente fatti incontrare, in un modo o nell’altro.
Per ora era solo uno scambio di sensazioni, di emozioni, al telefono, in chat, ma il gioco stava cambiando, lo sapeva lei e lo sapeva lui. Avevano cominciato una partita a ping pong e nel giro di pochi giorni era diventato un incontro di tennis. Per il momento contavano le parole e le pause. Quante parole e quante pause possono essere contenute in un unico istante? Milioni, e si esprimono a volte in una sola emissione di fiato. Ecco, il respiro era con loro, il respiro del Creato come un afflato all’unisono, una convergenza unica, speciale, al di là di ogni possibile immaginazione. Anche la distanza li univa, cessava di esistere come tale per trasformarsi in trasporto.
“Quando è cominciato tutto questo?” Se lo chiedeva lei, se lo chiedeva lui, ma più per un senso di assoluto stupore che per effettiva necessità di saperlo. “È cominciato in un altro dove e in un altro quando, nella notte dei tempi, là dove eravamo una cosa sola, là dove le anime esistono per la prima volta.” E non c’è bisogno di spiegarlo questo, si sa e basta.
E allora ci si abbandona all’ineluttabile.
“Ho un progetto per te.” Questo aveva detto lui la prima volta e lei lo aveva percepito come un desiderio di tenere agganciati i fili che avevano appena cominciato a tessere. E aveva preso in mano la matassa, l’aveva tenuta ben stretta come mai le era capitato di fare, quasi sapesse che, avendone cura, il dono che ne avrebbe ricevuto in cambio sarebbe stato straordinario. Ma in fondo il progetto c’era davvero, e tutto poteva essere un fraintendimento. E questa incertezza, appena percepita, che non aveva alcuna ragione di esistere perché nulla faceva presagire il prosieguo degli eventi, questa incertezza divenne il telaio, la trama per creare la più bella tela mai esistita.

“Una coppia è stata sorpresa a far l’amore in un confessionale. Arrestati i due hanno dichiarato che non avevano potuto farne a meno.” Questo tweet, tratto da un articolo di giornale, non aveva nulla in sé, ma aveva tutto il resto. La trasgressione, il bisogno di due amanti di amarsi comunque, travolti dai sensi. Lei immaginò. Il silenzio della Chiesa, l’odore del legno, umido, impregnato da anni di ceri accesi e fumosi, il pulviscolo dorato riflesso dalla luce tagliata proveniente delle vetrate. La donna era entrata per prima, facendosi il segno della Croce, perché così le avevano insegnato da bambina, e aveva anche mormorato una piccola preghiera, quasi una supplica o un desiderio. Aveva camminato lungo la navata laterale, in punta di piedi, perché il rumore dei tacchi non risuonasse sul pavimento di marmo. Sapeva che l’uomo era dietro di lei, ne percepiva la presenza, lo sguardo sulla nuca. Lui la seguiva dalla navata opposta, spiava i suoi movimenti, cercava di intuire quando sarebbe stato il momento opportuno. Nel silenzio si poteva percepire il rumore del respiro di entrambi, umido e roco, racchiuso tra la gola e il petto. Il confessionale era lì, con la sua tenda di velluto rosso porpora. La donna aprì la porticina di legno e si sedette sullo sgabello. Chiuse gli occhi e l’uomo entrò. Era in piedi davanti a lei, lo spazio ristretto non consentiva di muoversi comodamente. Le prese il viso tra le mani e la tirò su così, all’altezza delle sue labbra. Le soffiò sulle ciglia, nelle narici, tra i capelli, le umettò le labbra con la sua lingua e lei rispose aggrappandosi alle sue spalle come un naufrago al legno e, senza indugiare, senza ritrarsi, prese la mano di lui e la guidò.

Lei smise di immaginare e cominciò a provare. E decise di rispondere a lui, che aveva inviato quel messaggio al popolo del web forse sperando che lei lo raccogliesse. Non si trattava di una provocazione, né di una coincidenza. Era solo inevitabile. Il Creato aveva cominciato a respirare.

#BreakingNews

Breaking_News

Come già precedentemento annunciato su altri canali online, vi informo che l’episodio di oggi de “Lo sguardo vigile di Dio” non andrà in onda per motivi contingenti. In realtà ho cooptato il fumettista Luca Lunati per terminare, a tempo di record, il racconto inedito con vignette a colori (acquarello) “Il Maresciallo innamorato”. Si tratta di uno spin off a puntata unica e, se avete voglia di leggerlo, chiedetemelo via email (basta iscriversi al mio Circolo Letterario, su in cima alla home page del blog a destra, sotto la mia bellissima foto).

Per tutti coloro che si trovano a Roma e dintorni poi, il 19 dicembre, in occasione della presentazione del mio nuovo romanzo “Anna” (Watson Edizioni – Libri & Bar Pallotta/Ponte Milvio – ore 19), regalerò la versione cartacea del racconto. Edizione limitatissima. E ci sarà anche l’autore dei disegni. Ora lo sapete!

 by Luca Lunati

by Luca Lunati

Annapallotta

La narrazione breve e le sue suggestioni a #PiùLibri14

Lipperini_Rasy_Venezia_Lattanzi              Raimo_Cognetti

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa accomuna tutti questi scrittori nel Caffè Letterario di #PiùLibri14? I racconti. Questa narrazione breve che in Italia pare non abbia il grande seguito che ha all’estero, ha invece una sua suggestione e un suo perché molto profondo. Può essere occasionale, come accade agli autori sotto sequestro durante il Festival di Ventotene “Gita al Faro”, e quindi diventa opportunità di introspezione. Oppure può essere una scelta ben precisa, una necessità, un modo per raccontare in uno spazio ristretto le storie e le vite di persone che vivono spazi ristretti, che siano essi luoghi o le loro anime.

In questi due resoconti ho provato a spiegare ciò che ho capito dell’arte del racconto breve. Spero che lo capiate anche voi.

A Più libri più liberi le donne si ritrovano, come nelle sere d’estate, e ci raccontano la loro “Gita al Faro”

Il Caffè Letterario di Più Libri Più Liberi è un luogo di incontri spesso piacevoli, altre volte un po’ noiosi, diciamolo, ma sempre e comunque interessanti. Sabato 6 dicembre ho partecipato a un incontro felice, come fare quattro chiacchiere tra donne, magari amiche, magari complici… E le chiacchiere mi hanno condotta in mezzo al mare. (Leggi tutto…)

 

Più libri più liberi. Gli scrittori di racconti amano “rileggere”. La narrativa breve spiegata da Raimo e Cognetti

Domenica mattina al Caffè Letterario di Più Libri Più Liberi c’era proprio tanta gente ad attendere Christian Raimo e Paolo Cognetti. I due scrittori di racconti avrebbero svelato perché si sceglie la narrazione breve anziché quella più confortevole legata al romanzo.
Io, lo confesso, ero curiosa di vedere Cognetti. Raimo lo avevo già incontrato al Salone del Libro di Torino, lo seguo su Minima&Moralia, quindi potevo ritenermi soddisfatta. (Leggi tutto…)

Storia di un bibliotecario gentile

Crimini_in_capsuleEdoardo Caldarola è stato, credo, il mio primo lettore. Anzi dovrei dire Lettore, con la L maiuscola, per distinguerlo da parenti e amici che, si sa, fanno parte del pacchetto “HoScrittoUnRomanzoCheNePensi?”. Me lo ha detto su twitter che era un mio lettore e la prima cosa che mi ha colpito di questo sconosciuto estimatore è stata la sua gentilezza. Lui su twitter non parlava in 140 caratteri: sussurrava. Per lungo tempo mi ero convinta che vivesse in Puglia (chissà perché) assieme alla sua bellissima famiglia. Poi mi ha detto che no, vive a Perugia e fa il bibliotecario. Forse per questo è abituato a sussurrare… Ho avuto il piacere di conoscere lui, la sua splendida moglie e i suoi figli (l’ultimo era ancora in arrivo) a Roma, all’Auditorium. Un incontro veloce, giusto il tempo di un caffè e quattro chiacchiere, ma sono state chiacchiere dense e significative.

Lui scrive da sempre ma, a differenza di molti aspiranti scrittori o lettori scriventi, non lo sbandiera ai quattro venti, anzi, non crede che i suoi scritti siano così meritevoli. E invece no. Ho letto anche io i suoi racconti e ho provato in tanti modi a convincerlo di proporli per una pubblicazione. Lui ha una penna scorrevole e evocativa, un modo di scrivere che ti cattura dalle prime parole: lui ha il dono dell’incipit. E poi c’è anche il resto, ovviamente.

Vi chiederete perché ne parlo. Finalmente ha deciso di uscire allo scoperto. Tempo fa mi fece leggere un suo racconto, un piccolo noir, così, per vedere se altri due occhi avrebbero scorto qualche imperfezione. Un noir straordinario, a mio avviso, che ha partecipato a un concorso e che…HA VINTO. Anzi, ha stravinto. Oggi mi ha comunicato tutto questo, e anche che questo racconto “La traccia” fa parte di un eBook (potete trovarlo qui gratuitamente) dal titolo “Crimini in capsule”, e che esiste anche la versione audio (molto ben fatta) che potete ascoltare qui su youtube.

Vi regalo qui l’incipit di questo racconto e vi invito a scaricare l’intero libro, perché secondo me ne vale la pena. Oppure asoltatelo.

«I capelli. Vanno tirati con forza. Deve sentire lo strappo, una lama in mezzo alla fronte. Così gli fiacchi il collo. Conti fino a tre e gl’infili la testa sotto. Spingi: gli devi togliere la speranza di poter respirare anche solo un’ultima volta nella vita». [da La Traccia di Edoardo Caldarola]

Esegesi del no [un racconto di donne]

NO

“Lo so cos’è un no. Una negazione, l’assenza di volontà, la decisione di non provare, non sentire, non sapere, non fare. Il mio problema è che non lo so dire.” Come quel giorno di Dicembre, davanti a quell’altare, accanto a quell’uomo sconosciuto, dove ho detto sì perché nella mia mente e nel mio cuore la raffigurazione del no era solo un buco nero, indecifrabile, da cui arrivavano segnali sconosciuti. Segnali … Come quello indefinito che mi colse nel sonno, all’improvviso, nel mio letto di bimba dove facevo sogni di bimba e che una mano nel buio mi rubò, di colpo. E le conoscevo, nel profondo, quelle due lettere magiche, e nel sogno le urlavo. Ma non si possono tradurre i sogni in parole, allora meglio lasciarle lì, nella favola bella che mi raccontavo ogni notte, dove io dicevo no e l’orco cattivo svaniva nel nulla.

Indossavo anche la cravatta, se potevo, se la circostanza lo permetteva. Perché comunque ci tenevo alla mia immagine. I capelli erano corti come le setole di una spazzola, non stavano mai a posto, e allora li imprigionavo in cappelli a falde larghe, per nascondere lo sguardo. “Ti conci da maschio, sempre in pantaloni, sempre con quei maglioni dove ci stai due volte. Perché?” La voce di mia madre mi accompagnava con la stessa domanda ogni sera, ogni volta che aprivo la porta di casa per uscire, andare, fuori da lì, via. Perché? Perché era più semplice, ma non glielo potevo dire. Fuori era territorio di caccia, una guerra era in corso tra le anime perse, e io dovevo mimetizzarmi per agire, per non scoprire al nemico le mie armi. Non glielo potevo dire, perché se avesse fatto la domanda giusta avrei dovuto rispondere, avrei dovuto dire sì, quindi meglio tacere.
Lui mi seguiva, con la sua auto. Voleva spiare, e io lo lasciavo fare. Non sapevo mai chi avrei incontrato, chi avrebbe accettato la sorpresa di trovarmi donna sotto quel cappello, chi sarebbe stato l’orco cattivo di turno quella notte, l’orco a cui mi sarei arresa senza lottare, perché lottare poteva fare molto, molto male. E poi c’era lui, in ogni caso, se avessi avuto bisogno. Lui mi avrebbe protetta, mi avrebbe salvata.

La danza cominciò, come ogni notte. Il locale era pieno. Facce sfumate, sbiadite dal fumo di centinaia di sigarette sempre accese, facce lucide di sudore e voglia, facce tristi, disperate. Non tutte però, io lo sapevo. “Lo so che ci sei, mostrati, fammi annusare il tuo odore.” E lui arrivò, alle mie spalle, mi alitò sul collo. “Ora cominci a slacciarti la cravatta e poi la dai a me. E non voltarti. Non guardare.” Non mi voltai, non guardai. Tolsi la cravatta e liberai il collo, lungo, candido. Chinai la testa e liberai la curva della spalla offrendola alla bocca avida. Lui si avvicinò, come falena alla luce e allora mi voltai, di scatto. Gli occhi negli occhi. “Seguimi”, e lui lo fece, senza una parola.
Quella notte era un camionista di passaggio, le notti prima era stato un bancario, un giornalista, un meccanico, tante le interpretazioni, tanti volti con la stessa faccia, tanti orchi con lo stesso sguardo. E io acconsentivo a questo gioco perché lui me lo aveva chiesto.

Poi mi disse “Fallo, davvero, con un altro. Voglio guardare.” Neppure l’eccitazione del tradimento mi era concessa, trasformata in rappresentazione per il suo piacere perverso, malato. Lo fissai sgomenta, scuotendo la testa e quella sillaba affiorò alle mie labbra, sussurrata: “No”. Tremavo, scossa fin nelle fondamenta della mia anima, mi battevano i denti per l’agitazione, la paura delle conseguenze. Ma non accadde nulla. Non crollò il mondo, non scomparvero i profumi, non divenne tutto buio, lui non mi toccò con un dito. Nulla. Tranne la consapevolezza dentro me che ora avevo un’altra arma per combattere gli orchi, che l’avevo sempre avuta.

Il piacere di dire no non è legato solo al fatto che questa parola ci può evitare inutili sofferenze, ma è anche lo strumento con il quale noi possiamo soddisfare una nostra inconfessabile forma di sadismo. Dire no a qualcuno che si aspetta un’approvazione per andare avanti, quando dal nostro sì può dipendere lo spostamento da una parte o dall’altra dell’ago della bilancia e la vita di questo qualcuno può cambiare, dire no per sorprendere o per punire, ci fa godere, questa è la realtà. E io ho imparato a dire no a tutto, anche a me stessa. E ho imparato a non sognare più. Il godimento del corpo è effimero.

“Sono sempre io che conduco il gioco, io che vado a caccia, io che seduco. E nel preciso istante in cui questo accade fuggo via. Non so mai se il cedimento avviene per volontà di conoscere me, la persona che sono, o solo perché la preda si è arresa senza lottare.” Mi negavo la vita, fuggivo da lei a da tutte le sue implicazioni senza affrontarle, mi negavo l’amore, in qualunque forma si manifestasse.
Era inevitabile però. Mi sedevo lì, al mio posto, dietro la scrivania, pronta a ricevere il primo cliente. Non appena si sedeva mi protendevo verso di lui se era un uomo, mi appoggiavo indietro sulla spalliera della poltroncina se era una donna. Ma l’effetto era lo stesso. Perché non era il mio corpo a parlare, erano gli occhi. Era come se lanciassi una ragnatela invisibile che pian piano avvolgeva la vittima predestinata come in un bozzolo, e quando di lui o di lei non restava nulla, se non un inutile gomitolo, volgevo lo sguardo altrove e restavo a osservare gli sviluppi. Ho ricevuto inviti a cena, a aperitivi, al cinema, a teatro, indifferentemente da uomini e da donne, e tutti con un chiaro sottendimento. Ho sempre rifiutato. Tranne quando l’avversario era all’altezza. Quando al mio gioco qualcuno rispondeva con lo stesso gioco era degno di ricevere la mia attenzione. Ma ero io a prendere l’iniziativa.

Non voglio più, basta, basta. Ho bisogno di capire chi sono, se merito qualcosa di diverso, e se non è così, perché. Dopo le perversioni di un marito che non volevo ma che ho dovuto accettare, ho chiesto e ottenuto il dono di una relazione senza sesso. Il piacere l’ho cercato e l’ho trovato altrove. Ma non c’è equilibrio in tutto questo. Continuavo a negarmi ciò che per molti è ovvio, un legame compiuto, completo, appagante. “Io non posso avere tutto. Ho giocato tanto, troppo, ora ne pago le conseguenze. Ora ricevo ciò che ho chiesto, una relazione senza sesso.” Notti insonni a cercare un piacere di seconda mano senza mai trovarlo, col tempo che passa e il desiderio che pian piano si affievolisce, fin quasi a scomparire. Me lo sono domandata tante volte: “Perché questa condanna?”

Sono andata in terapia per trovare una risposta. Mi ha detto la terapista che io non mi accetto, mi nego il piacere dell’amore perché ritengo di non meritarlo, forse per un trauma subito, da piccola. Ho mentito alla terapista, ma ora che conosco la risposta, ora che so quello che avevo sempre saputo, non mi interessa sapere come posso guarire. Continuerò la mia relazione senza sesso finché non diventerà anche senza amore. Forse allora potrò ricominciare.
“Allora cosa è un no? E cosa è un sì?” Non c’è differenza. Dipende da come è posta la domanda. L’unica certezza è l’incertezza del forse.

 

 

La città desiata

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Arrivando da sud al mattino presto, quando la luce del sole ancora disegna strie violette sulla linea dell’orizzonte, la città appare come avvolta da un sospiro di bruma. Un sospiro voluttuoso, di chi, soddisfatto per la notte trascorsa, la emana col fiato per sentirne l’odore. In quel momento si rivela agli occhi di chi vuole vedere. Stretta da una coppia di anelli concentrici, pare una sposa pronta alle promesse nuziali. E attira a sé, facendo sì che ognuno si senta unico e speciale, esploratore prediletto di tanta generosa bellezza. Ah, meretrice! A tutti fa la medesima promessa di eterno amore e tutti tradisce concedendosi e negandosi a suo piacere. In quell’ora del mattino così propizia e sonnacchiosa comincia la danza del corteggiamento. I visitatori giungono da ogni dove, cercando di penetrare come amanti smaniosi la sua apparente verginità, e le girano intorno cercando un varco, uno qualunque. Gli abitanti assistono a questo quotidiano amoreggiamento con aria distaccata e scettica: loro sanno, loro hanno già subito l’attrazione fatale. L’amplesso comincia per le strade a raggiera. Viali lunghi, larghi o stretti poco importa, portano in un’unica direzione: il centro della città, il suo cuore. Vana illusione. Troppe le sollecitazioni, troppe le deviazioni possibili per sperare di giungere a quel cuore in un giorno. Gli stessi abitanti, che la vivono da sempre, non sono certi di averlo mai realmente trovato. Taluni pensano che si sia disciolto in quel fiume che tutta l’attraversa, come fosse una scoria dolorosa. Altri credono che sia nascosto tra le rovine del suo glorioso passato, e continuano a scavare per cercarlo. Eppure la città respira e pulsa. Tra le viuzze, i vicoli, gli anfratti se ne percepisce l’anima. Nel silenzio del centro storico, ascoltando con attenzione, si può udire ancora lo scalpiccio di passi antichi, il rumore degli zoccoli sui sanpietrini, le grida dei venditori ambulanti. Quella città è sparita, ma il suo spirito è ancora là.

La sera, prima che si accendano le luci dei lampioni, la città si incendia. Spettacolo! Le cime degli alberi, dei palazzi signorili, delle cupole e dei campanili catturano i raggi del sole come gli stoppini delle candele la fiamma, e tutto l’orizzonte ondeggia  di rosso e arancio. I visitatori, amanti insoddisfatti, si apprestano a lasciarla per la stessa via dalla quale sono entrati. Riprendono il loro vagare intorno agli anelli nuziali, divisi da sentimenti contrastanti: la voglia impellente di fuggire e la malinconia di doverla abbandonare. Ma la notte la città torna a chi la abita. Amante per un giorno, sposa fedele di notte, mai paga comunque. Se vuoi cercarla chiedi di Roma, qualcuno certo c’è già stato e ti risponderà.

Pendolari, un racconto per Halloween

I racconti dell’orrore. O del terrore. O da brividi. Insomma, quei racconti che, secondo la tradizione (non italiana, ma poco importa), si leggono a voce alta la notte di Halloween. Perché? Mah, forse per esorcizzare la paura, o forse perché, se letti ad alta voce, gli incubi notturni scompaiono, come d’incanto. Non ne avevo mai scritto uno. Letti tanti, ma scritti mai. E allora, su invito di Tutta colpa della maestra che ha creato un contest per l’occasione, mi sono cimentata. Lo potete leggere sul blog della maestra o qui. Tenetevi forte però, il treno dei pendolari sta per partire.

PENDOLARI

PENDOLARI

Ce l’avevo fatta. Con un salto degno della miglior Sara Simeoni ero riuscita a salire sul treno un attimo prima che le porte automatiche si chiudessero alle mie spalle. Il cuore lo sentivo battere nei piedi, tanto era accelerato. Trovai posto accanto a una giovane mulatta con neonato in braccio. Per fortuna stava dormendo. Il neonato intendo. Un passeggino rollava lievemente sul pavimento della pensilina di accesso. “Perché mai non ha bloccato le ruote!” Ma si sa, le giovani mamme mulatte non hanno molto senso pratico. Neppure quelle europee, se è per questo. La signora ultra ottantenne in fondo al vagone tirò fuori un foglio con strani simboli disegnati sopra. Li vedevo in trasparenza, da dietro, al contrario. Un attimo dopo mi resi conto che erano note e quel foglio uno spartito, perché la signora si mise a cantare. C’è sempre gente strana sul treno delle 15,00. Il ragazzo rumeno prese il cellulare che suonava al massimo volume una canzone rumena e cominciò a sbraitare in rumeno a qualche rumeno dall’altra parte del mondo. “Ma che avrà mai da urlare tanto. E perché gridano sempre questi qua. Sembrano perennemente incazzati col mondo.” Che poi, a pensarci bene, pure in Calabria tutti gridano quando si parlano. Un modo diverso di aggredire l’altro, che se non puoi farlo con le mani lo fai con la voce. Che modo idiota di comunicare. Da sfigati. Da pecore.

Il treno si fermò alla stazione e nessuno salì. Nessuno scese. “Strano. C’è sempre tanta gente qui.” Lo prendevo ogni giorno quel treno di pendolari, e potevo commentare ogni tappa in base alla varia umanità che saliva e scendeva. Il treno ripartì. Le porte erano rimaste aperte. “Cazzo! Questo è matto!” Mi guardai intorno. Nessuno parve accorgersi di quella anomalia. – Signori avete visto il controllore? Qui le porte sono rimaste aperte! – La signora ultra ottantenne continuò per qualche secondo il suo canto, poi si fermò e mi fissò. – Sssttt! Non mi distragga! Ora devo ricominciare! – La fissai con la bocca spalancata e lei riprese imperterrita a cantare. Mi alzai e andai verso il ragazzo rumeno che aveva alzato, se possibile, il volume del suo sbraitare. Con le porte aperte il rumore che proveniva da fuori era infernale e, giustamente, lui non sentiva bene. Questa cosa non mi è mai stata chiara. Perché quando uno non sente bene alza il proprio volume della voce? Forse perché per simpatia anche l’interlocutore diventa sordo? Il treno accelerò la sua corsa e prese una curva a tutta velocità. Il passeggino prese il volo fuori dall’apertura nel preciso istante in cui il neonato in braccio alla mamma mulatta si svegliò e cominciò a piangere. “Ben ti sta, scema!” Mi stavo decisamente irritando col mondo intero. Non riuscivo a tollerare la stupidità, e quel vagone mi pareva decisamente privo di persone minimamente pensanti. – Oh, ma insomma, qualcuno oltre me si rende conto che è PERICOLOSO viaggiare a questa velocità con le porte aperte, o no? – Dal vagone accanto entrarono due ragazze e un ragazzo, apparentemente cervello-dotati. – Signora, anche qui le porte non si sono chiuse? – Avevano l’aria sufficientemente spaventata, e l’informazione che recepivo in quel momento era che tutto il convoglio viaggiava con le porte aperte. “Che cavolo di guasto!” Mi alzai e percorsi il treno passando da un vagone all’altro e tenendomi a debita distanza da tutte quelle porte spalancate sul fuori. Vedevo alberi, case, strade, prati, sfrecciare a velocità sempre maggiore da quelle bocche vuote, mentre si creava un vortice che rischiava di risucchiare qualunque cosa si fosse trovata alla giusta distanza.

Alcuni viaggiatori cominciarono ad animarsi, preoccupati. Un gruppetto di facinorosi, dopo essersi lamentato a voce alta (urlavano tutti ormai) dello scempio delle ferrovie, dello schifo in cui si trovava l’Italia, delle colpe di tutti i politici e della crisi e del malgoverno, decise di partire lancia in resta a caccia del controllore. – Non c’è il controllore. Vengo da un tour guidato di tutto il treno e il controllore non l’ho visto. – La mia comunicazione di servizio li lasciò sbigottiti. Come non c’era il controllore!? E adesso come facciamo qui? Domande mute ma chiaramente leggibili negli sguardi smarriti. Eravamo tutti immobili nel vagone centrale. Tutti noi che consapevolmente avevamo pensato di dover fare qualcosa. Gli altri passeggeri erano rimasti ai loro posti a fare quello che stavano facendo prima. La signora ultra ottantenne continuava a cantare, la si sentiva anche da lì. E il neonato piangeva. E il rumeno gridava al telefono. Di colpo il treno si fermò. Un sospiro collettivo accompagnò il soffio stridente dei ferri sui binari. Sempre immobili fissammo le porte. “Ora si chiudono e il treno riparte. Sì, si sono accorti del guasto e, giustamente si sono fermati. Ora chiudono tutto.” Eravamo fermi in mezzo al nulla. Prati e vallate intorno. Le porte però restavano aperte e il treno fermo. “Forse il guasto è più importante del previsto. Ora arriverà il capotreno e chiuderà queste porte a mano.” Nulla. Cominciammo a guardarci l’un l’altro, con una vaga e lontana idea di panico che cominciava a prendere forma tra i neuroni confusi. Un altro soffio pneumatico e, finalmente, le porte si chiusero. – Ooohhhh! – Quello era il suono del sollievo. Poi il treno ripartì, e le porte si aprirono di nuovo. – Aaaahhhh! – Quello era il suono del terrore.

La donna mulatta col neonato volò via dalla porta come era già successo al passeggino. Si era incautamente affacciata all’apertura per guardare fuori nel momento in cui il treno era ripartito. Cosa pensava di trovare? Forse il passeggino attaccato al predellino per le cinture di sicurezza? – Andiamo dal capotreno! Ci sarà un modo di sistemare questa follia! – Partimmo, io, il gruppetto di facinorosi e i ragazzi con l’indice QI nella norma, diretti alla testa del treno. Non era facile passare da un vagone all’altro senza farsi risucchiare da quelle bocche spalancate. Giungemmo dietro alla porta del locomotore. C’era un chiasso infernale che proveniva dall’interno. Bussammo. Ancora. Più forte. Nulla. Il gruppetto di facinorosi, ora terrorizzati e incazzati, prese la rincorsa come un sol uomo e si scaraventò contro il battente, che si spalancò. Nessuno. Non c’era nessuno. In compenso anche la porta esterna di accesso al posto di guida era aperta. – Questo cazzo di treno non lo guida nessuno! – E allora chi lo aveva fermato nel bel mezzo della campagna? Chi aveva chiuso e riaperto le porte? E cos’era quella cosa luccicante che arrivava a tutta velocità davanti a noi, verso di noi, contro di noi?

Non devo più mangiare peperoni di sera, che poi la notte guarda tu che razza di film mi faccio!