Back to #Rome, un giorno da turista.

Trinitàdeimonti“Anvedi però!” Il vecchietto ottantenne si ferma stralunato davanti agli schermi che proiettano senza sosta la pubblicità della linea primavera-estate di una nota catena di abbigliamento. Ragazze bellissime e poco vestite ammiccano da spiagge assolate e sembrano venirti incontro. Il vecchietto è rapito davanti a cotanta strafottente bellezza, pare sia lì solo per lui. L’uscita della metro di Piazza di Spagna è un budello in penombra che nulla lascia immaginare di quanto si vedrà una volta fuori. Forse quella pubblicità non è lì per caso, forse vuole prepararti. Perché Piazza di Spagna è magnifica, e godersela per una volta da turista è un privilegio, per una romana.

Poi ti infili in via Margutta, silenziosa, odorosa di romanità. Cerchi le gallerie d’arte (poche ormai, a dire il vero) e trovi il lusso più discreto ma non per questo meno opulento. Dov’è finita la Roma degli artisti? Davanti all’hotel De Russie un maggiordomo in livrea apre lo sportello di un’auto di lusso (ci sono 34 gradi all’ombra, è un eroe…). Un lui e una lei appena usciti dalle pagine di Vogue scendono e subito sono risucchiati dall’ombra rassicurante del prestigioso albergo. Poverini, che vita grama doversi sempre nascondere. Che vita insulsa non potersi permettere di passeggiare senza meta in questa luce accecante, col cielo azzurro chiaro che pare voglia venirti addosso per quanto è tanto, col sudore che ti imperla la fronte per la lunga salita fino a Villa Borghese, ma tanto che ti frega se non sei a posto, mica devi apparire in copertina su una rivista di gossip!

In cima alla salita mi attende la terrazza del Belvedere su Piazza del Popolo. Qualcuno sta suonando. Un ragazzo, pare siciliano dall’accento, canta Bennato graffiando sulle corde della sua chitarra e soffiando sull’armonica. Ma come fa? Me lo sono sempre chiesto. Già non è facile coordinarsi cantando e suonando uno strumento. Due… la crisi ingegna gli artisti di strada.
Il furgoncino dei rinfreschi è invitante. Una bottiglia d’acqua piccola e un gelato da due palline: 5 euro, senza scontrino. E magari il proprietario, indiano o pakistano poco importa, non ha neanche l’autorizzazione a stare quassù, proprio alla fine della salita per Villa Borghese, il luogo di Roma in cui l’indice di richiesta di rinfreschi è pari al 100%. C’è il tizio che noleggia quegli aggeggi infernali, tipo monopattini elettrici a due ruote, a idioti, turisti e non, che girano, girano senza sosta intorno alle bancarelle di libri usati, urlando come ossessi per paura di cadere. Anche il tizio è indiano o pakistano, e anche lui non rilascia lo scontrino. E il ragazzo siciliano continua a suonare la sua chitarra/armonica. E io mi domando perché lui non si prende un ombrellone e non si mette a vendere granite, senza scontrino e senza permesso, che magari in giornate come queste incassa tanto da pagarsi le tasse universitarie.

Belvedere

Potrebbe sembrare un discorso di intolleranza, ma non lo è. Ci sono le auto della polizia due curve più sotto, ma nessuno fa niente per bloccare queste illegalità. E queste illegalità agli indiani, pakistani, cingalesi, cinesi, marocchini eccetera eccetera gliele abbiamo insegnate noi, con lunga pratica ed esempio.

trabiccoli

Il ragazzo indiano con le rose (stavolta ne sono certa, perché a Roma il raket delle rose recise è solo loro) mi vende, mi offre, cerca di impormi una rosa. Altrimenti un braccialetto della fortuna. Lo fulmino col mio sguardo verdefogliaprimaverile e con un grugnito. Se ne va con un epiteto in hindi. Il secondo ragazzo indiano, sempre con la rosa da comprare o in regalo, sopraggiunge dopo un nanosecondo. Eppure deve aver visto la mia reazione precedente! Stavolta neanche lo guardo, grugnisco e basta. Arriva subito dopo il terzo. Non grugnisco neppure. Per una qualche punizione divina il gelato da 3 euro mi sta gocciolando impietosamente sui jeans e sono costretta ad utilizzare parte dell’acqua da 2 euro per pulirmi. Ma che volete da me? Volevo fare la turista per un giorno nella mia città, e lasciatemi in pace!

Poi improvviso arriva. Un refolo di vento fresco, che profuma di fiori e di sole, quel profumo che non ho trovato in nessun’altra parte del mondo e che sa di buono, nonostante tutto. Qui, su questa panchina nel cuore di Roma, seduta come sulla poltrona di casa, comoda, a mio agio, guardo le macchie di cioccolato che mi impataccano i jeans e penso: ma che me frega…

Roma

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#LibriCome e i social che vorrei

libricome

Quest’anno non avrei dovuto partecipare a #LibriCome. Semplicemente non dovevo essere in Italia durante l’evento. Ma una fortunata serie di coincidenze ha fatto sì che mi trovassi a Roma, quindi mi sono detta “why not?” (sì, proprio in inglese me lo son detta…).

Ho pensato di cercare una chiave “social” a questa kermesse dedicata alla scuola. Ultimamente (da qualche anno, se vogliamo essere precisi), si parla molto di libri, editoria e letteratura sui social network. Non è sfuggita a nessuno la campagna #unlibroèunlibro promossa dall’AIE per la parificazione dell’aliquota IVA tra ebook e libri cartacei. Come spero non sfugga a nessuno la battaglia #Stregadigitale promossa da Luca Fadda (qui) dopo le “mirabolanti” variazioni al regolamento del famoso Premio Letterario per includere la piccola e media editoria (non è solo una provocazione).

Cercare quindi questa “chiave social” a Libri Come mi sembrava interessante, se non altro per sfatare quel mito che “Facebook e Twitter uccidono la cultura”. A volte è così. Altre volte no. Se imparassimo a interpretare i mondi virtuali come opportunità, potremmo stupirci dei risultati. Io ne sono convinta, e lo racconto in questo articolo su “Art a part of cult(ure)”. E chi non è d’accordo si esprima pure, io non mordo.

Libri Come. Quando i social incontrano la letteratura: progetto per un mondo di futuri pensatori

Il tema di Libri Come quest’anno è stato la scuola. Certo è importante, anzi, essenziale che la letteratura, i libri e la scuola si incontrino, se non altro per “provare” ad interessare i lettori di domani. Ciò che però mi ha, in un certo senso, affascinata, è stato l’incontro dei social network col mondo letterario, e in due occasioni specifiche ne ho potuto constatare la sublimazione e l’eccezionalità.

Giovedì 12 marzo ho partecipato all’incontro organizzato per TwLetteratura. C’era Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Cesare Pavese (Continua a leggere…)

Ma lo sai chi è Margaret Atwood?

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Capitano a volte quelle situazioni in cui senti un nome, ti frulla da qualche parte nell’angolo del cervello dove staziona la memoria, stai lì inebetita a chiederti chi è, perché quel nome ti è così familiare, e poi di colpo il velo dell’ignoranza si dissolve. A me è successo con Margaret Atwood, quando Art a part of cult(ure) mi ha chiesto di partecipare all’incontro con la scrittrice al Teatro Argentina a Roma. Prima ho accettato con entusiasmo, perché la memoria ha questo strano meccanismo a “cassetti”, per cui da qualche parte le sinapsi reagiscono alle sollecitazioni e spingono per uscire. Poi è sopraggiunta la perplessità: “Chi è Margaret Atwood?” Non volevo cercare su Wikipedia, troppo facile e sciocco. Dovevo scrivere di lei, non potevo affrontarla con una conoscenza da enciclopedia web-popolare (ringraziando sempre tutti i contributori di questa enciclopedia free).

Ho cercato dunque alla cieca tra i miei ricordi e i miei libri. E l’ho trovata. Era lì, tra le mie letture di fantascienza, ormai lontane nel tempo ma che mi hanno segnata profondamente. Margaret Atwood, il mio mito di adolescente. E l’ho incontrata davvero, quindi esiste! Questo è stato il mio resoconto.

Margaret Atwood, tra fantascienza e realtà. A Roma ho incontrato la leggenda

Di ogni arte si può parlare usando il linguaggio di un’altra arte”.

E voglio partire da qui per raccontare lo straordinario incontro con Margaret Atwood che si è svolto il 17 settembre sera, al Teatro Argentina di Roma, quale evento conclusivo del Festival delle Letterature 2014.

Parlare di Margaret Atwood significa affrontare un mito, e questo incute soggezione. [continua a leggere…]

Incontri: Fossati dalla musica ai libri #LibriCome

Fossati

Ieri sono andata all’Auditorium. Volevo incontrare amici, respirare libri e ogni tanto Roma si inventa cose tipo #LibriCome e allora bisogna approfittarne. Sono andata alla cieca, senza neppure aver letto il programma, e mi sono trovata, del tutto casualmente, ad assistere alla presentazione del libro di Ivano FossatiTretrecinque” [Einaudi]. Mi è parso significativo. Per chi di voi non lo sapesse, io apprezzo oltre misura questo artista nell’ambito in cui da sempre si esprime, quello musicale, e un suo brano è citato nel mio primo romanzo, anzi direi che il testo stesso della canzone “C’è tempo” è un po’ il motore di tutta la storia. Quindi l’ho ascoltato con assoluto interesse ed emozione.

Non lo avevo mai incontrato prima, e mi ha colpita la grande simpatia e la gentilezza che ha profuso per oltre un’ora, mentre parlava del suo libro abilmente guidato e stimolato da un Marino Sinibaldi incontenibile (e come non capirlo, lo sarei stata anche io). Si è trattato di un dialogo aperto, dove i riferimenti alla vita musicale di Fossati erano ricorrenti. Non dimentichiamo che l’artista ha annunciato, un paio d’anni fa, il suo ritiro dalle scene (ma davvero si può smettere di fare/pensare/sognare la musica?), per cui questo suo ritorno in veste di scrittore ha destato non poca curiosità.

Io lo ascoltavo parlare, ed era curioso come mi pareva di sentire le parole delle sue canzoni, di esserci dentro, avvolta. Fossati parlava e pareva stesse cantando. Ma queste sono suggestioni. Però mi ha incuriosita a tal punto che ho deciso che avrei comprato e letto il suo libro. Non perché si trattava di lui, ma per il fatto che la credevo una bella storia e molto ben scritta.

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Ciò che mi ha fatto decidere ancora di più è stata però una cosa che ha detto e sulla quale ho riflettuto. Quando Sinibaldi gli ha chiesto il perché avesse deciso di scrivere un romanzo la sua risposta è stata straordinaria: “Io non avevo alcuna intenzione di scrivere un romanzo. Non sono uno scrittore. Ma il direttore di Einaudi me lo ha chiesto, mi ha ripetuto più e più volte che potevo farlo, mi è stato dietro per mesi, e alla fine l’ho fatto. Poi ho lavorato a lungo con gli editor…”
Ecco, voi direte, cosa c’è di strano? Sul fatto che un gruppo di editor abbia lavorato con lui al suo libro non c’è nulla di strano, anzi, ben venga. Ma sul fatto che un artista, che neppure se lo sogna di scrivere un libro, che non ne ha l’intenzione magari perché “non è il suo mestiere”, che costui venga “corteggiato” da una casa editrice come Einaudi affinché lo faccia, questo ci dà la misura della situazione editoriale nel nostro paese. Senza nulla togliere al romanzo di Fossati (che ho cominciato a leggere e che, specie se paragonato a quelli di altri non-scrittori, è un gran bel lavoro), la sua affermazione disarmante evidenzia, semmai ve ne fosse stato il bisogno, che le CE sono aziende che fanno commercio, business, che puntano sul pubblico seguace dei VIP per vendere, che contano sull’onda emozionale che un artista può trasmettere (Fossati che lascia le scene è stata notizia shock) per avere la certezza di rientrare dell’investimento. Non esistono gli scrittori, esistono i libri al di fuori di ogni altro contesto, prodotti da smerciare e sui quali ricavare. Punto. Scordiamoci l’idea illusoria delle CE scopritrici di talenti letterari. Chiunque può scrivere. L’importante è che il libro sia venduto e produca guadagni prima ancora di essere pubblicato.

E allora, mi domando, tutti coloro che scrivono sul serio, che lo fanno per arte e per mestiere, che fine faranno? Imbracceranno una chitarra e canteranno ai concerti?

autografo_fossati

Aperitivo d’amore

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A San Valentino potete fare molte cose. Fregarvene. Festeggiarlo. Portare a cena fuori la vostra amata (vabè, però come siete ripetitivi…). Giocare a scacchi. Chiudervi in casa. Correre per ore lungo un fiume, uno qualunque purché sia lungo. Farvi un bagno in mare con – 5°. Insomma, è il 14 febbraio, come capita ogni anno, e allora gestitelo come meglio credete. Io vi propongo un’idea alternativa: incontriamoci. A Roma, in via dei Cerchi 75. Davanti c’è il Circo Massimo e possiamo sempre scendere nell’arena e farci sbranare dai fantasmi dei leoni dell’antica Roma. Oppure potete entrare, assaggiare il mio aperitivo, assistere a una piccola messa in scena e tornare a casa con un nuovo libro, “Quella volta che sono morta” [DuDag ed.], il mio libro. Rischiate anche di fare una bella figura se venite in coppia. Io vi aspetto alle 19,30, ingresso libero. E per solleticare il palato vi regalo una frase tratta dal romanzo che presenterò. Potete anche rivendervela…

 La passione è l’imbuto attraverso cui filtro ciò   che deve o non deve entrare nella mia quotidianità.”

I dettagli dell’evento sono qui.

A scuola di #futuro

il futuro

Certe cose vanno scritte a mente fredda, quando le ore passate creano quel distacco necessario a vedere tutto con lucida obbiettività. E obbiettivamente la due giorni romana di “Caro futuro ti scrivo” è stata un successo. Un’esperienza talmente densa che farne un asettico abstract sarebbe come farsi raccontare un film dalle quattro righe di recensione di un quotidiano. Ma che caspita, da scrittrice riuscirò a trasmettere qualcosa di più, o no? Ci provo.

L’attesa può essere lentissima o velocissima, una moviola che ciascuno fa andare a piacimento. Io mi sono occupata della parte organizzativa dell’evento, e la mia attesa è stata quella di chi ha davanti a sé tutti i tasselli del puzzle e aspetta l’ora X affinché il disegno, per magia, si componga. Come sempre. Ogni evento che ho organizzato nella mia vita, che fosse il convegno medico internazionale o la presentazione dell’Aprilia Dorsoduro, lo spettacolo teatrale o la presentazione di un libro, fino a un attimo prima non sapevo mai cosa poteva accadere. Ma io ho i muscoli allenati, so scattare quando serve. E il tempo dell’attesa è stato colmato dagli arrivi alla spicciolata dei relatori, da Londra, da Parigi, dalla Romagna, volti e voci quasi sconosciuti, immagini virtuali che, di colpo, diventavano reali, almeno per me. Per due giorni avrebbero parlato di FUTURO e, nel momento dell’incontro, ho avuto la sensazione tangibile che il futuro fosse davvero molto PRESENTE.

attesa

DAY ONE – Prima di tutto si è fatta filosofia. Mauro Sandrini, chief della SelfPublishing School, committente, pensatore, ideatore dell’evento, ha condotto e orchestrato un’affollata conferenza al Caffè Letterario, con due ospiti d’eccezione: Carlo Infante e Gino Roncaglia. Ora, per chi non sapesse di cosa si occupano i signori suddetti, ne può trovare notizia qui per Carlo e qui per Gino, ma averli entrambi lì, vi assicuro, è stato un bel vedere e sentire. Il titolo della conferenza era “Scrivere per lavorare, lavorare per vivere” e le tematiche affrontate sono state molte, tutte volte ad analizzare il mestiere della scrittura, ciò che era e ciò che probabilmente sarà. Interessante scoprire che il primo blog concepito come lo vediamo oggi (blog è l’acronimo di web-log, un diario virtuale, in pratica) non è stato americano ma, per una volta, italiano, e che risale alla fine degli anni ’90, dopo la codifica del software fatta da Dave Winer. Ma prima del blog, che permette a chiunque di scrivere di qualunque cosa, c’erano i giornali, le riviste, persino i volantini (Carlo Infante ci ha raccontato delle sue esperienze ai tempi di Lotta Continua), e ogni ambito richiedeva (e richiede) una scrittura diversa, una diversa forma di comunicazione. La scrittura agisce, collaborativa, creativa, trasversale. Ed ecco che diventa social, con l’utilizzo di twitter e dei social reading, ma anche qualcosa in più. Molte sono ormai le testate giornalistiche che si avvalgono di blogger per fare informazione (Huffington Post, Il Fatto Quotidiano) e che, pur con tutte le polemiche che nascono per le “collaborazioni gratuite” (il lavoro si paga…), sono una palestra straordinaria per chi vuol scrivere per mestiere e consentono di acquisire un pubblico diversamente impossibile da raggiungere. L’invito di Gino Roncaglia è stato lo slogan di “Caro futuro ti scrivo”: Non si vive di scrittura se non si vive di lettura. Perché le statistiche sui lettori italiani sono davvero indecenti, ma quelle sugli scrittori fanno accapponare la pelle.

Carlo Infante, Mauro Sandrini, Gino Roncaglia

Carlo Infante, Mauro Sandrini, Gino Roncaglia

La festa è il momento dell’aggregazione, e a Caro futuro la festa si fa prima del workshop, perché in questo modo ci si conosce fuori dagli schemi, si fa comunella, si creano le amicizie, magari. Dopo la conferenza siamo andati allo “Spazio Informale”, un luogo ricco di fascino in via dei Cerchi, nel cuore della Roma antica, davanti al Circo Massimo. Oltre duecento persone si sono date appuntamento, invitate da Cronache Letterarie e dalla splendida padrona di casa Tiziana Zita, per parlare di libri, scambiarsi libri, raccontarsi, raccontare, mangiare, bere, ascoltare musica. Volti noti, meno noti, sconosciuti, poco importa. Importante è stata la passione che accomunava tutti: i libri.

La festa di Cronache Letterarie

La festa di Cronache Letterarie – In primo piano il regista Gerardo Lamattina

Una piccola parentesi dedicata al clima. Roma è stata magnifica nell’accogliere tante persone venute da ogni dove per questa due giorni di eventi. Il sole ci ha accompagnati costantemente. Solo la notte ha lasciato il posto alla pioggia, così, come per lavare bene i sanpietrini.

Una grande parentesi invece è dedicata a Gerardo Lamattina, perché le cose o si fanno alla grande o non mi interessano. Questa due giorni ha avuto un regista straordinario, Gerardo appunto, che ha filmato tutto, ma proprio tutto, compreso il dietro le quinte e la marcia di avvicinamento a Roma. Ne verrà fuori un film che, sono certa, vi appassionerà tutti. Vi informerò quando sarà pronto.

DAY TWO – Il secondo giorno si è lavorato. Il workshop è stata una full immersion nei segreti della scrittura comunicativa. Ma cosa significa? Signori…significa che, per far sì che la mia scrittura divenga un lavoro, devo farmi leggere, devo arrivare al pubblico. E questo non serve solo agli scrittori/narratori, i quali ovviamente hanno bisogno di lettori altrimenti che scrivono a fare? Questo serve anche ai giornalisti, magari free lance, serve ai copywriter oggi che l’idea di pubblicità è così cambiata, serve ai professionisti in ogni ambito che possono con la scrittura divulgare la propria esperienza e trovare committenti. E questo circuito alimenta altre professionalità che possono trovare nuova linfa per il proprio lavoro. Penso ai grafici, ai correttori di bozza, agli editor, ai traduttori. Durante il workshop di Caro futuro ti scrivo noi abbiamo cercato gli strumenti per realizzare il nostro percorso personale. Al mattino abbiamo ascoltato i nostri relatori. Al pomeriggio li abbiamo spremuti come limoni.

carofuturo

Mauro Sandrini ci ha aiutati a capire “cosa” nella nostra storia personale può essere interessante raccontare, perché unica, perché ha un suo pubblico di riferimento, perché interessante. Una frase che ha detto ha fatto breccia in modo particolare nel cuore di molti: “Quando anche hai finito le risorse ma hai un foglio, una penna e le competenze, puoi ricominciare dalla scrittura.” Perché è vero, scrivere non è un mestiere dispendioso, non servono capitali per cominciare. Serve la passione e la competenza, quello sì.  

Elisabetta Ambrosi (Il Fatto Quotidiano, Vanity Fair, etc etc) ci ha spiegato che un giornalista free lance opera una scelta di libertà unica, sicuramente più difficile, ma che ripaga abbondantemente sia in termini remunerativi che di soddisfazione personale. E ci ha detto che anche i blog sulle testate giornalistiche sono utili, anche gratis, perché c’è uno scambio che porta vantaggi a tutti e perché quando nessuno ti conosce hai bisogno di un volano per cominciare. Ci ha raccontato che un giornalista digitale oggi è multimediale e multicanale, utilizza il web per creare e “sta nel flusso” a raccogliere i contenuti e farne un prodotto modulare. In pratica il web e gli eventi real forniscono la materia prima su cui scrivere e il giornalista free lance “costruisce” un pezzo modulare che può essere inviato alle diverse testate per la pubblicazione.

Alessandro Bonaccorsi ci ha raccontato come il suo libro/racconto sull’illustrazione (lui è un illustratore e grafico) gli ha fatto trovare nuovi clienti. Perché? Perché non si tratta di un manuale, ma della sua storia, della sua esperienza tangibile, la narrazione del suo percorso professionale con immagini e piccole lezioni pratiche che rendono la lettura agile anche per chi illustratore non è, ma, magari, può diventare appunto un cliente.  Perché un libro deve contenere un’anima per attrarre, non basta solo il bel vestito. Lui si definisce “Giardiniere dell’immaginario”. Se volete entrare nella sua serra potete leggervi “Illustrazione – L’immaginario per professione”, che non è un saggio, no davvero.

Matteo Pezzi ci ha insegnato a gestire il nostro tempo. Questo è stato forse l’intervento più incredibile. Perché Matteo è giovanissimo, appena ventitreenne, eppure ha una testa che funziona alla grande. Perché lui ha scritto un libricino in cui analizza i “tipi di scrittori” e come questi utilizzano gli strumenti tecnologici facendosi, il più delle volte, fagocitare da loro. Perché ci ha raccontato che spegnere il cellulare non ha ancora ucciso nessuno. E tante altre cose. Se volete ridere, sorridere e darvi le manate sulla fronte trovate queste perle di saggezza in “Scrivi, c’è tempo”.

Luna Margherita Cardilli e Roberto Pasini li voglio raccontare insieme, per diverse ragioni. Primo, perché erano gli “stranieri” del gruppo (nel senso che venivano da Londra e Parigi, ma sono eccellenze italianissime, cervelli in fuga, per capirci). Secondo, perché loro si occupano di due settori importantissimi per chi scrive: LA PROMOZIONE. La gentil donzella cura l’ambito dei social network e il gentil donzelletto si occupa di “siti web”. L’esortazione “forte” è venuta da Luna: “Voi siete scrittori? E allora perché non ci scrivete sui social?” Pare un’assurdità, visto che non facciamo altro, ma non è così. Perché come ci scriviamo è diverso da cosa ci scriviamo su questi benedetti social. Per portare avanti un progetto bisogna andare, ad esempio, su Facebook (dove ci sono praticamente tutti) e scoprire come i lettori comunicano, interagire con loro, senza “ansie da prestazione”. Twitter ci fa conoscere ad un pubblico “esperto” che diventerà il nostro miglior PR se sapremo coinvolgerlo. Rendere il nostro romanzo “reale” avvicina la gente (a proposito, geolocalizzerò Colui che ritorna su Foursquare, e rubatemi pure l’idea!). Creare contest letterari è uno strumento straordinario di coinvolgimento (Twitteratura su twitter o Hamlet2.0 su FB per recitare sono esempi incredibili). La potenza delle immagini, l’immediatezza attrattiva sono ciò che fa aumentare la visibilità anche nei motori di ricerca. E poi c’è il blog (o il sito). Roberto ci ha detto che non ci sono regole precise per scrivere un post. “Scrivi quando hai qualcosa di interessante da dire”, questa è l’unica regola valida, e attenzione alla sovraproduzione. Aforisma del giorno SCRIVETE DA UBRIACHI, PUBBLICATE DA SOBRI, e mi pare un ottimo consiglio. Uno scrittore deve avere un sito, un blog. Quella è la sua casa, il luogo in cui si sente a suo agio, è sé stesso, dove invita le persone ad entrare e gli racconta chi è e cosa fa. E allora questo sito deve essere accogliente, curato, deve avere una personalità. E poi c’è il discorso della newsletter, delle email. Quando anche i social scompariranno le email resteranno. Ci sono percentuali altissime di abbandono da parte di chi ci segue via email, ma quelli che restano saranno fedelissimi. Bisogna averne cura, loro sono il nostro passaparola più efficace. Regaliamo loro contenuti sempre nuovi, magari un libro o un’anticipazione del prossimo. Se lo meritano. E soprattutto non facciamoci prendere dall’ansia per le curve di coinvolgimento e visite al nostro sito. Sono importanti, è vero, ma più importante è capire quale obbiettivo hanno i visitatori. Perché un post ha avuto tanti click e un altro no? Cosa ho scritto di diverso? Ecco, cerchiamo di capire questo e agiamo di conseguenza.

Il pomeriggio, in gruppi ristretti, abbiamo lavorato a rotazione con ogni relatore sui nostri progetti individuali. Una sorta di speed-date, mezz’ora per relatore, poi Mauro Sandrini scuoteva il campanaccio e via, cambio! Ottimo esercizio di concentrazione e gestione del tempo. Dopo una giornata di lavoro così intensa abbiamo concluso in bellezza alla libreria Altroquando, a due passi da Piazza Navona, per la presentazione del libro di Alessandro Bonaccorsi, una presentazione con tanta gente, cosa rara ormai.

alcolici

Che dire di più. Ogni volta che si realizzano incontri così, per me, è come una sbornia di emozioni (quanta retorica!). Faccio il pieno (e dai!). Sono satolla e trabocco energia (Cetta, non se ne può più…). Però è così. A volte chi scrive si sente solo, anzi, molto spesso. E accorgersi che non è così, che si può condividere anche un sogno, amplifica le nostre percezioni, ci arricchisce, ci fa guardare oltre lo schermo del pc o il bordo del foglio bianco. In due giorni abbiamo proiettato i nostri desideri verso un futuro possibile e abbiamo cominciato a costruire i mattoni per edificarlo. Buona fortuna, a tutti, è stato bello conoscervi!

P.S. Se questo post ti è piaciuto sarebbe davvero carino che lo condividessi. Io ti regalo due ricordi di Caro Futuro: il tweetbook (qui) e lo Slidely (qui, c’è una colonna sonora pazzesca). Se poi ne hai voglia commentalo qui sotto. Al prossimo!

#Carofuturo… ti scrivo

Ci sono eventi ed eventi. E si sa, a me piacciono solo quelli ESPLOSIVI. Quando poi si svolgono a Roma, la mia città, vado in un brodo di giuggiole, perché mi dico: caspita, allora non è vero che nella capitale ci son solo i politicanti da due soldi (ché quattro sono già troppi…), ci sono anche le cose belle. E allora diciamolo: a Roma, il 7 e l’8 febbraio, ci sarà un evento, anzi un DOPPIO evento, straordinario, e riguarda gli scrittori. Qui trovi i dettagli, e questa è la copertina.

#carofuturoSi può partecipare? Certo che si può! Ma è solo per scrittori fortemente motivati, e io lo sono, per cui partecipo. Chi viene con me?