Le scorte per i giorni di magra

Ci sono giorni, a volte settimane, in cui non va tutto bene. Non si scherza, questa Cura non è una passeggiata in montagna in un giorno di primavera pieno di sole. Ci sono le ombre scure, ci sono le tempeste di pioggia e vento, ci sono i momenti di profonda disperazione nei quali non capisci se riuscirai a superare tutto questo oppure no. Quelli sono i momenti in cui ti prendi in braccio e ti consoli e ti fai forza, attingi a quelle riserve di energia che nel tempo hai accantonato, come facevano gli anziani, le scorte per i giorni di magra.

Allora accade che nonostante tutto il dolore, la stanchezza, la nausea, la paura, ti ritrovi a fare un milione di cose proprio in quei giorni lì, proprio quando vorresti e dovresti staccare la spina del mondo e rifugiarti in un’alcova sicura e aspettare che tutto passi.

Tra le innumerevoli iniziative alle quali ho partecipato, una in particolare mi ha lasciato un segno, come una sorta di carezza benefica sul corpo e sulla mente. Sono andata ad uno spettacolo teatrale originale, Herbarie: le chiamavano streghe, una messa in scena d’impatto, con tre attrici bravissime e una storia antica come il mondo. Le Herbarie erano quelle donne che curavano con le erbe, che ne conoscevano i segreti benefici e malefici, erano ostetriche e abbacadore, portatrici della “buona morte”, erano consigliere e dispensatrici di saggezza da tramandare di madre in figlia. Erano donne legate alla madre Terra e alla sua dea, ribelli e indomite e proprio per questo in seguito perseguitate e mandate al rogo come streghe.

Mi ha emozionata profondamente questo spettacolo, ha suscitato in me migliaia di ricordi appassionati di mia madre, di mia nonna, ricordi legati ai riti antichi, lo sfascino, il potere taumaturgico delle mani bollenti di Mariù, i rimedi naturali (il tarassaco, l’aglio, i cetrioli sulla fronte, i tranci di aloe sulle bruciature), nonna Teresa che mi teneva in braccio e mi raccontava la storia di Polifemo e Ulisse, con la sua voce aspra come la terra di Calabria eppure dolce come il miele.

Ricordi di donne che si tramandano un sapere antico, che arriva da lontano, forse proprio da quelle Herbarie che poi chiamarono streghe. Chissà perché hanno ancora tanta paura di noi…

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L’ultimo valzer

Immagine presa da qui

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Ci pensavo sai, l’altro giorno, quando sono passata a trovarti. È che mi manchi. Pensavo al fatto, scontato sì lo so, che senti la mancanza di qualcuno quando ormai non c’è più tempo, neppure per dirlo. Neppure per dire “ti voglio bene”. Che poi non è neanche questo. Certe dichiarazioni a volte non sono necessarie. È proprio la risata, lo sguardo, la tua consistenza che vorrei, qui, adesso, la densità del tempo ancora da venire, che invece non c’è più, andato, passato.

Vorrei contare uno ad uno i soldi di ricchezza che mi hai dato. Sono soldi preziosi, fatti ad arte, e io che allora non li ho mai apprezzati, ora li tengo cari, li conservo. Sono soldi da spendere con parsimonia: la saggezza, la poesia, la musica, l’allegria, la forza, la cocciutaggine, l’onestà, la goliardia. La tua eredità. Quante parte di te sono io! Pure nei difetti, perché, diciamolo, anche quelli contano, altrimenti sai che noia la vita!

Mi prende, a volte, la malinconia. E allora scrivo, per cercarlo tra le parole quel mondo incantato, dove ci sei ancora, con la tua fisarmonica, a pigiare sui tasti quel tango che mi volevi insegnare, o a quella festa, forse era Natale, che sei venuto lì, davanti a me, e mi hai detto – Posso ballare un valzer con mia figlia? – È stato l’ultimo. Anche per questo, sai, ti voglio bene.