#Ricominciare a scrivere

Innocenza 002.001A volte capita che un testo abbia bisogno di decantare. C’è chi dice per un anno. Ne sono trascorsi due da quando ho abbandonato “Innocenza”. Forse mancava l’ispirazione, forse l’emozione. Tedeschia non è una fonte di tali sussulti del cuore, ma ho avuto modo di rileggere il mio testo, e l’emozione è giunta da lì. Ho deciso di riprenderlo. Lo merita, secondo me.

Un breve estratto (a voi i commenti).

“Il tempo si ferma quando stai bene, ti aiuta a godertelo tutto quel beneficio. Rallenta anche l’aria intorno. Rallenta la luce. Capita che rallenti anche l’urgenza, anzi, scompare. Urgenza di cosa poi? Le dita pigre scorrono sul dorso della mano cercando invisibili pieghe, seguendo il corso dei sottili canali azzurrini che pulsano sotto la pelle tesa, bruna, luccicante. E nulla pare più importante in quel momento se non seguirne il percorso, fin là dove le ramificazioni si fanno più spesse, importanti, e si sente il cuore che batte, anche lì, sul dorso della mano. C’è vita là dentro, c’è vita là fuori.

Lucia si sentiva bene, e basta, e voleva che durasse, perché i pensieri erano lontani, perché il languore persistente era caldo come la luce del sole che ora avvolgeva tutto, le sedie, i tavolini, le insegne, loro due. Manuel la guardava, sempre, anche mentre sorseggiava il suo caffè pieno di zucchero, anche mentre addentava il suo cookie al cioccolato fondente, anche mentre lei lo guardava. Non abbassava lo sguardo, mai. E Lucia rise, come mai prima di allora. Una risata piena che riempì la strada deserta e riecheggiò tra i muri e le finestre chiuse. Pensò di essere impazzita. Non riusciva a smettere e Manuel si unì a lei. Sono contagiose le risate, come gli sbadigli, solo più liberatorie. E a volte non serve neppure chiedersi perché arrivano. Perché è il momento giusto.”

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#Lettera a una parola non detta.

Immagine di Gabriella Sacchi - presa da qui

Immagine di Gabriella Sacchi – presa da qui

Questo racconto l’ho scritto due anni fa e l’avevo perso. Felice di averlo ritrovato lo condivido con voi. Che poi non è un racconto, è una lettera, per qualcosa che è importante per me, per chi scrive, per chi si esprime.

“Ciao.

Ti ho cercata ieri, inutilmente. Eri scomparsa. A volte sei così invadente, capiti lì a sproposito e ti prendi tutto lo spazio, tutto il tempo. Poi quando la tua presenza diviene necessaria ti neghi così, quasi a dispetto. Eppure ti sarebbe piaciuto partecipare, magari per affondare la lama lì dove fa più male, al momento giusto, o per sedare gentilmente  l’ardore coi tuoi toni pacati, quando vuoi, come sai. Mi sei mancata, sì.

E non puoi dire che ti ho sempre usata, abusata, gestita a mio piacimento, a seconda delle circostanze. Non la merito questa accusa. Ti ho tenuta con me, in verità, per compiacimento tuo, non mio. Come fanno in molti  d’altronde, non sono l’unica. Funziona così, da sempre. Poi ci sono anche quelli che approfittano della situazione, ti imbellettano come una prostituta da bordello e ti esibiscono al pubblico plaudente che non sa, non vuol sapere, cosa si cela sotto quella maschera ben costruita.

Io invece lo conosco il tuo potere, e lo rispetto, per questo cerco sempre di trattarti bene, di farti sentire a tuo agio con me. Ricordo quei momenti in cui mi sei venuta in soccorso, sul più bello, con un consiglio dosato o, magari, con una frecciatina. A volte ti ho dovuta frenare, altre ti ho lasciata libera di esprimerti, perché è così, tu non ti rendi conto, ma la tua sostanza può provocare disastri se non sei ben dosata, puoi essere come uno tsunami, e da lì poi è difficile tornare indietro.

Ieri invece non c’eri. Ieri che avevo bisogno di te ho avuto solo il silenzio a farmi compagnia. Tutto era trattenuto dentro di me, le sensazioni, le emozioni, il dolore, e non riuscivo a esprimermi. Avrei voluto gridare, per una volta ti avrei lasciata andare libera dalle catene della mia coscienza, del comune senso del pudore, della decenza. Mi hai tradito ieri, amica cara, sei arrivata in ritardo, hai fatto la signora, mi hai fatto dono solo dell’ultima parola. Ma va bene così, io ti perdono, non metto certo in discussione la nostra solida amicizia per così poco. Ci rifaremo, vedrai, anzi, lo stiamo già facendo, in questo preciso istante: io ti scrivo e tu…esisti.”

Se adotti una casa editrice…

Qualche giorno fa, per “Adotta una Casa Editrice” ho parlato di DuDag, a very social CE. Ne ho parlato qui quindi non fatemi ripetere tutto. Ma, miei cari lettori e scrittori, se si adotta una CE si possono correre dei rischi non preventivati.

Quindi loro hanno prontamente risposto con questa cosa qui, dalla quale mi dissocio, perché avevo bevuto, perché non sono affidabile, perché… beh, adesso mica vi devo svelare proprio tutto, no?

pillola Pare che di queste pillole ne abbiano diverse, sicuramente estorte. Le utilizzeranno per ricattarmi, forse. Perché, lo ribadisco, IO NON SONO SAGGIA.

Un #romanzo in 100 parole? Si può.

storie_in_100_parole

Sintetizzare. Abbiamo tutti sempre così tanta fretta che siamo costretti a sintetizzare ogni cosa, contrarre il tempo, misurare le parole. Siamo capaci anche di inventare neologismi (orribili) per poter scrivere più velocemente, come quelli utilizzati nei messaggi sui cellulari (no, non scriverò sms). Il web e i social network ci costringono quasi, a utilizzare un linguaggio conciso, una sorta di codice, per catturare l’attenzione di passaggio, quella di chi ha poco tempo per soffermarsi, per riflettere un momento. La soglia di attenzione è talmente bassa che se non “accorci” anche il pensiero sei fuori dai giochi, ti isolano. Purtroppo a rimetterci spesso è proprio la scrittura. Ma si possono creare cose egregie anche utilizzando poco spazio, poche parole, purché dense, purché significative. Di questo abbiamo parlato ieri sera al Beba do Samba a Roma con l’editore Giulio Perrone, che ha lanciato una sfida a molti scrittori: scrivere una storia, un microromanzo, in 100 parole. E questa sfida l’ho raccolta anche io. Le oltre 100 micro storie sono state raccolte in un’antologia, Storie in 100 parole, in vendita in tutte le librerie, e questa è la mia.

Il peso


“Vorrei una vita leggera per avere la scusa di non doverne sopportare il peso.” Diceva continuamente a chiunque la incontrasse, e si sentiva così colta, intellettuale nel pronunciare questa frase, di cui forse non percepiva il senso. Il fatto è che lei ci credeva. Diede via ogni cosa, un po’ per volta: le case ereditate, i conti in banca, gli abiti firmati, il lavoro ben pagato. Alla fine le restò solo se stessa, il peso più grande da sopportare. Si trascinò sull’orlo del precipizio e si donò al vento. Non chiedetevi ora perché la pioggia è così pesante e greve.

#Retroscena #Vita da scrittrice – Vintage

Oggi non potrei più fare a meno della tecnologia per scrivere. Mi sentirei persa senza il mio pc o il mio IPhone (che utilizzo indebitamente come block notes). In realtà non mi ricordo quasi più come si scrive con la penna e, quando sono costretta a farlo, non capisco neppure la mia calligrafia. Mi esercito inutilmente a firmare autografi spesso illeggibili (i miei fan accaniti meritano una firma e dedica come si deve visto che comprano i miei libri…), ma la velocità che ho acquisito con la tastiera è impareggiabile.

Eppure…eppure una volta carta e biro erano i miei migliori alleati. Scrivevo ovunque, e ne ho le prove.

Carta intestata degli hotel

Qui ero a Montreal in Canada

Qui ero a Montreal in Canada

 

Block notes e post it

fogli_06 

Comande del ristorante

Quando nelle comande del ristorante c'era scritto:Coperti. Preistoria.

Quando nelle comande del ristorante c’era scritto:Coperti. Preistoria.

Un accumulo di carte di ogni dimensione che conservo come reliquie. E ogni tanto vi attingo, con nostalgia e sorpresa, ritrovando la scrittrice che ero. Romantica, come questi fogli ingialliti dal tempo. Qualcuno direbbe vintage.

Il vintage di una scrittrice

Il vintage di una scrittrice