#PLPL2016 Alla fine della Fiera cosa resta?

Ho voluto inserire questo video come introduzione all’articolo perché corrisponde alla somma e al riassunto di quanto ho visto, provato, percepito in questi cinque giorni di Fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi. What a feeling! Eppure non sono certo nuova a questa giostra. Il fatto è che quest’anno mi è sembrata leggermente diversa. C’era meno gente, complice forse un clima straordinario e un ponte lungo proposto dal calendario, ma c’erano anche meno espositori. Quegli spazi vuoti, mimetizzati abilmente spostando gli stand di qualche centimetro a destra o a sinistra, c’erano. Forse l’organizzazione sta realmente pensando di spostare la Fiera a partire dal prossimo anno, o forse gli editori si stanno riorganizzando. Parlo dei piccoli e medi ovviamente, e voglio sperare e pensare che quest’ultimo sia il vero motivo di tanta assenza.

Io ho voluto seguire tutti quegli eventi che puntavano i riflettori sui cambiamenti in atto e futuri. Quindi l’attenzione ai ruoli di scouting e di ricerca della qualità da parte degli editori indipendenti, le nuove modalità di approccio ai lettori da parte dei librai indipendenti, il significato che sta assumendo il selfpublishing nel mercato editoriale indipendente. Non pare anche a voi che ci sia una gran voglia di sciogliere legacci e lagacciuoli e di dare una bella scossa a tutto quanto? Tutta questa voglia di affermare la propria indipendenza, questo bisogno di correre più forte e più avanti, con gli strumenti giusti, liberi da sovrastrutture che sanno di stantio, questa necessità di essere creativi, fantasiosi, innovativi, tutto per riportare l’attenzione su colui che può realmente cambiare le sorti dell’editoria, l’unico vero giudice: il lettore. Caspita… Che rivoluzione potrebbe essere! E io spero tanto che accada, i tempi sono maturi, gli scrittori Indie scalpitano ai nastri di partenza, i librai hanno il cronometro in mano e gli editori sono in palestra ad allenarsi. Tutto per i lettori finalmente, tutto per cercare di ristabilire quel patto non scritto, ma unico metro di misura, tra chi pubblica e chi fruisce: la promessa di offrire un prodotto di buona qualità.

Gli ultimi due eventi che ho seguito sono stati proprio sul selfpublishing (che meraviglia ritrovare questa tematica in Fiera anni dopo l’avventura con NoBrandArt!) e sulle librerie indipendenti, e ho scritto due articoli su Art a Part of Cult(ure) che di seguito vi linko. Una sorta di quadratura del cerchio, insomma. Se leggerete di seguito gli articoli che ho pubblicato, compresa la parentesi straordinaria dell’incontro con gli autori Sabot/Age, potrete rendervene conto anche voi. Che la rivoluzione abbia inizio!

Più Libri Più Liberi 2016 #14. Si parla del mercato del selfpublishing. Un’altra editoria?

Sembra un po’ di assistere a quella faccenda della montagna e di Maometto: prima o poi si dovranno pur incontrare! E così capita che in una magnifica giornata di dicembre, a.d. 2016, in quel di Roma al Palazzo dei Congressi, il Selfpublishing incontri la piccola e media editoria in qualità di partecipante e non più come mero spettatore di serie B. Esatto, proprio così. L’incontro è stato curato dall’AIE in fondo, quindi delle due una: o hanno promosso il selfpublishing o lo temono. [continua a leggere…]

Più Libri Più Liberi 2016 #19. I librai illuminati. Come riportare i lettori in libreria?

Quest’anno Più Libri Più Liberi mi ha sorpresa per le tematiche trattate. Nulla di nuovo, sia ben chiaro, in rete se ne parla da tempo, però in Fiera, salvo timidi accenni negli anni passati, mai. Sto parlando di come stia cambiando il mercato editoriale, del ruolo che riveste la piccola e media editoria, della riscoperta dei ruoli dei vari attori che compongono la filiera editoriale, tutto per ricondurre i lettori verso i libri. Quindi i librai hanno potuto dire la loro in più di una circostanza, i librai indipendenti (quante volte ho sentito questa parola negli ultimi cinque giorni…). All’evento cui ho partecipato c’erano Carmelo Calì, per Libri & Bar Pallotta, e Alessandro Alessandroni per Altroquando. [continua a leggere…]

#PLPL2016 Altro anno stessa Fiera. Il mio primo resoconto di Più Libri Più Liberi

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E siamo ancora qui, come ogni anno a inizio dicembre. L’appuntamento coi libri a Roma si chiama Più Libri Più Liberi, e per me è imprescindibile, nonostante tutto. Quest’anno mi trovo presa di mille altre cose, decisamente importanti per me, ma non potevo mancare. Sono una scrittrice e una blogger, e al Palazzo dei Congressi mi sento un po’ a casa mia. Poi devo/voglio scrivere i miei articoli per Art a Part of Cult(ure) e non posso certo farlo per interposta persona. Poi voglio incontrare gli amici, le persone che come me amano respirare quest’aria così particolare, voglio curiosare tra gli stand, voglio carpire sguardi e voci, voglio ascoltare se c’è qualcosa di nuovo in questo panorama, a volte desolato altre esaltante, che è la piccola e media editoria in Italia.

Ho deciso di seguire alcuni eventi in qualche modo legati tra loro, una sorta di fil rouge sullo stato dell’arte che, in questa edizione, è caratterizzato da una maggiore attenzione degli addetti ai lavori, e non solo, su cosa deve (dovrebbe) diventare l’editoria indipendente, su una nuova (vecchissima) concezione dei ruoli, su cosa si deve fare per rivitalizzare il mercato a partire dalla filiera, sul ruolo fondamentale che stanno assumendo i librai “illuminati” e, udite udite, su come sta evolvendo il selfpublishing. Sono passati tre anni da quando un piccolo gruppo di autori e professionisti del settore andò in fiera con uno stand, senza l’appoggio di alcun editore, per rivendicare quel rapporto speciale col lettore che pareva sfilacciato e che, soprattutto col selfpublishing di qualità, è vitale. Era il 2013 quando feci l’appello e, sotto il nome comune di NoBrandArt, scatole di libri anche autopubblicati e uno stand coloratissimo e vivace, andammo in ventitré ad assaltare il fortino e a parlare alla gente di cosa significhi essere autori Indie (ne parlo qui). Molta strada è stata fatta, e molta ancora ne abbiamo da fare, ma pare che sia stata accantonata l’idea che “self è il male”. Vi saprò dire di più dopo l’evento del 10 dicembre.

Per ora posso solo dirvi che i primi giorni di fiera mi sono sembrati un po’ mosci, con poca affluenza di gente. Ma è anche vero che Roma ci sta regalando giornate quasi primaverili e starsene al chiuso col sole che splende, specie con un ponte festivo lungo, è difficile da concepire. Speriamo che le cose vadano meglio tra sabato e domenica, che i libri hanno bisogno di essere comprati e letti.

Il mio primo articolo per Art a Part of Cult(ure) parla di numeri, ed è davvero molto interessante ciò che ci svela.

Più Libri Più Liberi 2016 #2 Come va il mercato editoriale? Facciamo un po’ di conti.

Più Libri Più Liberi 2016 per me quest’anno comincia dai numeri. Che l’editoria sia in crisi e che qualcosa stia cambiando ce lo siamo detto tutti, più volte. Certo non bastano i piccoli passi fatti fin ora, ma è interessante vedere come e cosa percepiscono gli addetti ai lavori.
Ho partecipato all’incontro L’andamento del mercato 2016 alla vigilia del Natale e la piccola editoria. Da un’editoria mainstream a una indiestream?, perché il titolo evocava per me una serie di “lotte” che da tempo conduco in prima persona sul web – e non solo – e perché era interessante che l’evento fosse curato dall’AIE. Che si stiano tutti svegliando? mi sono detta. [continua a leggere…]

Un premio letterario allunga la vita? Dallo Strega ai concorsi vanity press. Suggerimenti per autori Indie 2.0

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Parlare di premi letterari non è semplice. Ogni anno, più o meno di questi tempi, si innesca la polemica tra i sostenitori e gli oppositori dello Strega, ambito e prestigioso premio letterario italiano che, se un tempo era sinonimo di successo personale e di vendite, oggi è sinonimo di successo personale e di vendite. Dai, non è una svista, è la realtà. Nonostante tutte le magagne che ci sono dietro, nonostante la smorfia schifata dei puristi al solo pensiero di far parte di quel circo della parola scritta, nonostante gli scandali che poi scandali non sono, il Premio Strega è come Sanremo: noi Italiani non sappiamo farne a meno. Stiamo lì a criticare, giudicare, fischiare con il desiderio segreto di essere lì un giorno, tra i candidati e, magari, facendo un volo pindarico, nella famosa cinquina finale.

Ma veniamo al dunque. La scorsa settimana sono stati resi noti i nomi dei 27 candidati di quest’anno. Sapete come funziona la candidatura? Dovrebbe essere così: due “Amici della domenica” propongono un libro che ritengono meritevole, ne scrivono le motivazioni e, entro il 4 aprile (più o meno), si rendono noti i titoli che concorrono. Quindi due sponsor per ogni titolo. Poi mi piacerebbe sapere come fare a contattare per tempo questi giurati (che sono 400) e mi immagino gli editori che, ogni anno, subissano questi signori di testi e regalìe varie per “convincerli” della bontà di questo o quel libro. Ma qui siamo nell’ambito delle magagne, quindi tiriamo dritto che non è questa la sede. Diciamo che i nomi dei 400 amici della domenica di casa Bellonci sono noti e che, volendo, ci si può arrivare. Al resto bisognerà provvedere… Certo, fino all’edizione 2014 del premio le case editrici partecipanti erano sempre le solite note perché, diciamolo, il Premio Strega costa. La novità inserita nel 2015 non ha cambiato di molto la situazione. In virtù e in funzione della “bibliodiversità” (sembra uno spot per la salvaguardia di una specie in via d’estinzione), il Premio Strega ha deciso di garantire la presenza, anche nella cinquina finale, di almeno un titolo pubblicato da piccolo o medio editore. Solo che, anziché 300 copie del testo partecipante, dal 2015 bisognerà inviarne 500. Che per un piccolo editore sono già la massima aspirazione di tiratura e vendita… Però, però, però, se si crede nel testo, se si pensa di aver scovato il capolavoro, se si ha la borsa piena per qualche misterioso motivo, si potrebbe tentare, caro piccolo editore, o no? Non sta a me giudicare quanto valga la pena investire in 500 copie gratuite di un libro. Lo farò quando avrò scritto un libro da premio Strega.

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La novità secondo me straordinaria di quest’anno sta nel fatto che uno dei 27 libri proposti sia stato pubblicato da Amazon Publishing. Riccardo Bruni è l’autore di “La notte delle falene”, è candidato allo Strega 2016, e proviene dal selfpublishing. Udite, udite! Mi direte che Amazon Publishing è un editore vero e proprio. Sì ma, avete provato a inviare un manoscritto in valutazione? Come si fa con gli altri editori, quella cosa normale in cui si scrive una bella lettera di presentazione, si allega la sinossi, magari un paio di capitoli, una biografia dell’autore e click! Si spedisce tutto e si incrociano le dita almeno per sei mesi. Ci avete provato? Ecco, con Amazon Publishing non funziona così. Loro “pescano” tra gli autori self che si trovano nel mare magnum di Kindle Direct Publishing (KDP per i senior), verificano le vendite (loro possono, hanno i dati reali), verificano il gradimento del pubblico vero (loro possono, per lo stesso motivo di prima), e, con questi dati che garantiscono un riscontro realisticamente positivo, si mettono in contatto con l’autore. Quest’ultimo passaggio è ancora da verificare ma, dalle interviste rilasciate da Riccardo Bruni, pare proprio sia così. Pensateci: se un selfpublisher bravo, che scrive bene e si promuove altrettanto, viene “premiato” da Amazon con visibilità maggiore, cosa mai potrà fare il mega colosso per gli autori che si è scelto da solo? Apprezzo Riccardo Bruni per la sua estrema coerenza da autore Indie. Dopo tanto tempo speso a imparare come promuoversi da self ha ceduto le redini a chi, in questo, può supportarlo come nessun altro può. Anche se c’è chi storce il naso davanti all’arrivo di Amazon come editore. Ma, perché? Chi meglio di loro può decidere, una buona volta, di far circolare ciò che realmente il pubblico lettore apprezza? Ma non siamo qui per parlare di questo. Siamo qui per capire se un premio letterario allunga la vita.

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Il Premio Strega sì, allunga la vita di un romanzo almeno di un anno, fino all’edizione successiva in pratica. Scherzo… secondo me anche di più, perché l’autore candidato o finalista o vincitore o, se è fortunatissimo, il secondo classificato (della sua sfiga si parlerà finché si avrà voce), porteranno per sempre il “marchio”, il bollino giallo del famoso (e, a mio avviso, orribile) liquore, un po’ come accade alla progenie delle celebrità. Riccardo Bruni è un caso nel caso, quindi di lui si parlerà probabilmente di più perché ci sono altri ambiti di interesse (editoria, selfpublishing, digitale, marketing, etc etc) e perché il suo libro è proprio bello. In ogni caso qui stiamo parlando di un premio per libri già pubblicati. Sembrerà strano ma, in Italia, non sono tantissimi. O meglio, i premi letterari per narrativa edita importanti sono pochi, difficili da approcciare e costosi (in termini di copie gratuite da elargire o di quota di partecipazione). Penso, ad esempio, al Campiello o al Bancarella. Avete mai letto il regolamento del Campiello? Preparate un antiacido. E quello del Bancarella, col suo misteriosissimo Comitato di librai?

Se i premi letterari per narrativa edita sono pochi (quelli per la poesia pochissimi), i premi per la narrativa inedita sono ancora meno. Allora, cerchiamo di capirci: io sto parlando di premi importanti a livello nazionale e internazionale, e lo faccio perché mi apre la strada al gran finale di questo articolo, che ora non vi svelo. Dicevo, i premi per la narrativa inedita sono pochissimi e, tra questi, vorrei citarne due: il Calvino e il Neri Pozza. Il primo, annuale, ha una quota di partecipazione non indifferente, ma offre opportunità di rilievo anche a chi non vince. Parlo di opportunità di pubblicazione con editori di peso, ovviamente. Ma anche la visibilità di ritorno non è male! Il secondo, biennale, ha qualcosa di particolare: è gratuito e offre, al vincitore, un premio di € 25.000 come anticipo diritti d’autore. Sì, perché Neri Pozza ti pubblica. Conoscendo l’editore posso affermare che la qualità dei testi è, di sicuro, notevole, quindi chi vince questo premio, probabilmente non avrà la pubblicità strombazzata degli slogan mainstream, ma il plauso costante e l’ammirazione di chi apprezza l’eleganza senza tempo.

Dunque la mia conclusione è questa: nel bene e nel male, partecipare a questi premi letterari serve. Poi sta all’autore gestire al meglio ciò che da essi gli arriva e, soprattutto, rispettare le aspettative del lettore. Per quanto riguarda gli editi, vorrei suggerire agli editori piccoli e medi, quelli che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese ma che meriterebbero di più, di seguire alcune strategie Indie:

  • Stampare meno carta. Non dico di non farlo, ma di stampare solo quella necessaria e richiesta (per alcune librerie indipendenti, per le presentazioni, per le fiere). Gli eBook costano molto meno, circolano meglio, di più e per più tempo, si promuovono più facilmente.
  • Utilizzare il denaro risparmiato per investirlo in servizi editoriali. Assumere (e pagare) buoni editor aiuterebbe a pubblicare libri migliori.
  • Utilizzare il denaro risparmiato (sì, tutto si riduce a spendere meglio) per investirlo in promozione. E in questa rientra anche la stampa di 100 o 500 copie del libro in cui si crede da distribuire gratis ai giurati di un premio letterario importante. Soldi buttati? Avrete almeno 100 o 500 lettori certi, e nessun reso.
  • Utilizzare il denaro risparmiato per avere un buon ufficio stampa.

Poi ci sarebbero ancora tanti altri suggerimenti, ma questi per ora bastano. Immagino già la levata di scudi degli editori piccoli e medi che fanno già tutte le cose che suggerisco ma, se non siete in quella categoria, che li levate a fare ‘sti scudi? Voi siete da esempio, giusto?
Tutti gli altri Concorsi Letterari (vedete che qualcosa è cambiato? Non più Premi, ma Concorsi) sono per il vanity press e dintorni. Va bene, dai, non proprio tutti. Ci sono alcune eccezioni. Ci sono dei premi minori, ad esempio, o selettivi per il genere letterario di riferimento, o legati al territorio, che hanno una loro dignità ma che, siamo sinceri, non rispettano quell’equivalenza iniziale: premio letterario = successo personale e di vendite. Però sono gratificanti e fanno il loro mestiere di regalare un po’ di notorietà in più che non guasta mai e fa curriculum. Io, in fondo, ho partecipato a due premi come questi, e la cosa mi ha fatto oltremodo piacere. Tolte queste poche mosche bianche, il resto, cari miei, non serve a nulla. Addirittura potrebbe essere controproducente partecipare ad alcuni di questi contesti che, notoriamente, propongono a vincitori, finalisti, praticamente a tutti, pubblicazioni con EAP, targhe inutili, diplomi ancora più inutili, frutta, verdura e prodotti tipici (questi magari inutili non sono…). Dico controproducente perché IL PUBBLICO LETTORE LO SA, e i giornalisti lo sanno, e i blogger lo sanno e, insomma, tutti lo sanno cosa c’è dietro questi pseudo concorsi, spesso organizzati dalle stesse EAP (case editrici a pagamento) che poi propongono, in premio, la pubblicazione. Un bel nulla. Né un’intervista, né una recensione vera o farlocca, né un invito a partecipare a qualche evento importante, né un aumento di vendite o, soprattutto, di lettori. Alla fine l’autore Indie che avrà avuto l’infelice idea di partecipare a uno di questi concorsi, si ritroverà a dover giustificare il fatto di essere un self e di aver anche partecipato a un concorso vanity press. Quale onta! E quando la laviamo?

In conclusione, cari scrittori Indie, diffidate dalle imitazioni. Sono costose e lasciano in bocca il sapore amaro di un caffè scadente. Da discount.

 

Del #selfpublishing, degli autori #Indie e della mediazione nell’editoria. Tante domande, risposte nebulose.

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Oggi ho letto due articoli molto interessanti di Gino Roncaglia, pubblicati su Il Libraio lo scorso autunno. Interessanti perché offrono un’analisi accurata e senza preconcetti sul #selfpublishing e sul rapporto che questo fenomeno (pratica, attività) ha con l’editoria tradizionale. Il focus di tutta la questione è la mediazione, quel filtro che aiuterebbe il lettore a scegliere cosa leggere e come/dove/cosa acquistare.

Annosa questione… che non voglio riprendere qui, considerando il fatto che ne ho già parlato più volte, in diverse sedi, e che gli autori in primis cercano di risolverla senza, fin’ora, essere venuti a capo di nulla (o quasi). Il fatto di esserci addirittura dotati di Manifesto Etico (lo trovi qui), dimostra quanto gli scrittori Indie siano sensibili al problema del rapporto col lettore, e non solo per riuscire a vendere più libri. Avere un proprio pubblico sarebbe la dimostrazione che non si è lavorato invano (scrivere un romanzo, pubblicarlo, promuoverlo è un lavoro) e che si è raggiunto quell’obbiettivo primario e imprescindibile che ogni scrittore persegue: essere letti. Narcisismo? Mania di protagonismo? Bisogno di comunicazione? Sicuramente c’è anche questo, non raccontiamoci storielle. Quanto ci sentiamo pavoni quando qualcuno, per strada o sul treno, ha in mano il nostro libro? O quando su un social network consigliano di leggerci perché ne vale la pena? Il nostro ego smisurato gode, diciamolo. Ma, c’è un grosso ma. Questo capita a tutti coloro che decidono di cimentarsi con l’arte (musica, recitazione, arti visive), perché è un terreno instabile su cui camminare (figuriamoci correre) in quanto mettiamo in gioco noi stessi, il nostro presunto talento. Dichiariamo al mondo di essere bravi e pretendiamo di essere creduti. E non perché abbiamo studiato o abbiamo fatto esperienza (i professionisti, dagli artigiani agli ingegneri aerospaziali, ne fanno di gavetta prima di essere presi in considerazione!), ma perché abbiamo un dono. E un dono va condiviso. Quindi cantiamo, calchiamo le scene, imbrattiamo muri e tele e… scriviamo. Ok, l’ho buttata giù pesante, lo ammetto, ma io quando rifletto devo arrivare in fondo, molto in fondo, e poi provare a risalire. Per fortuna ci sono le debite eccezioni che ci salvano dal disastro.

Parliamo di me. So scrivere? Mah, c’è chi dice sì, c’è chi dice ni. Qualcuno dice anche no. Io so solo che amo scrivere, che amo raccontarmi storie e che a volte queste storie mi piace raccontarle ad altri. Se esistessero ancora i cantastorie alla corte del re io sarei uno di loro. Oggi la corte del re è il web, coi social network e i blog, e allora racconto tutto qui, mi adeguo ai tempi. Come me sono tanti coloro che fanno esattamente la stessa cosa: scrivono su un blog, sui social network, sulle webzine. Parlano di sé, di sé, di sé. Quanto autocompiacimento, quanta voglia di ascoltare la propria voce. Lo faccio anche io? Può darsi, a volte, sempre per il narcisismo di cui ho parlato prima. Eppure tutti (vedi l’articolo di Roncaglia) dicono che questo sistema funziona. Il problema è che quando tutti gli scrittori o presunti tali (da loro stessi, se non altro), si mettono sul web o anche fuori dal web a fare la ruota, i lettori, abbagliati e confusi da tanto splendido e colorato piumaggio, non scelgono. O scelgono male, che è peggio.

Torniamo a me. Vendo libri? Direi di sì, nel senso che periodicamente mi arrivano i dettagli delle vendite dai vari store online e so che in giro per il mondo ci sono diverse copie dei miei libri. Il primo, Colui che ritorna, vende addirittura più adesso che quando è uscito, nell’ormai lontano 2011. Vivo di scrittura? Ma certo che no! Anche quando di un libro ho venduto oltre il migliaio di copie (vedi il titolo appena citato) stiamo parlando di eBook, e il margine è talmente esiguo che a mala pena mi consente qualche cena fuori in più del previsto. Eppure c’è chi ci campa di scrittura, e parlo di selfpublisher, non di scrittori affermati pubblicati da editori che pagano gli anticipi sui diritti d’autore (tra poco scompariranno anche quelli…). Sono quei selpublisher che fanno promozione N volte al giorno, organizzano giveaway, discutono su Goodreads, fanno i blogtour e, insomma, sono bravissimi. Poi non so se i loro romanzi soddisfino le aspettative dei lettori (ho letto cose buone e cose orribili, e non parlo di gusto personale quanto di qualità degli elaborati), ma loro sono certo dei venditori straordinari. Io no. Odio vendere qualunque cosa che mi riguardi da vicino. Sono più brava a vendere le cose degli altri. Probabilmente ciò che farò nei prossimi mesi sarà un investimento in un personal vendor che si occupi di tutto, così io posso dedicarmi a scrivere i miei “capolavori” senza distrazioni.

E allora perché non ti rivolgi a un editore che fa questo di mestiere (anche questa pratica sta cambiando…)? Veramente io lo faccio sempre, sono una scrittrice Indie, quindi valuto tutto ciò che il mondo dell’editoria può offrirmi. L’ultimo romanzo, Anna, l’ha pubblicato un editore indipendente (Watson Edizioni), e anche i precedenti sono stati pubblicati così. Sono io che, a fine contratto, ho deciso di ripubblicarli autonomamente. Io la cerco, la mediazione, io la anelo, io la desidero con tutta l’umiltà di chi si mette in gioco e attende il giudizio, qualunque esso sia. Anche negativo. Il problema si pone quando il giudizio non arriva (dicono che una non risposta equivale a una risposta negativa. Non è vero. La risposta negativa di un editore ha valore se motivata, come tutto nella vita). Ho visto presunti scrittori raccontarsi storie incredibili sul perché di un rifiuto (“Quell’editore non capisce un cazzo”, “Non rispondono perché si sono persi il manoscritto”, “Sono troppo per loro”, e altre perle), motivo per il quale hanno continuato a scrivere, si sono auto pubblicati senza alcun criterio, hanno invaso scaffali reali e virtuali di carta e di bit, hanno spammato le loro copertine arcobaleno ovunque, hanno comprato recensioni o hanno costretto parenti e amici a mostrare il loro entusiasmo. E hanno anche venduto! Poi se siano stati letti o meno questo è da dimostrare. Ma “loro si definiscono scrittori”. E la mediazione dov’è finita? Chi ha garantito l’ignaro lettore sconosciuto, che ha comprato il libro, sulla sua qualità? Zia, nonna o mamma (tassativamente sotto pseudonimo)?

Ci sono davvero troppe pubblicazioni. L’eccesso di offerta porta al collasso del mercato, ma solo per quanto riguarda la qualità, badate bene. Come nei discount. Sarebbe bello avere un mercato bio dell’editoria, con tanto di etichette sulla tracciabilità, i componenti bene in chiaro, il chilometro zero per la credibilità. E questo dovrebbero farlo gli editori, ma non è sempre detto, troppi gli scivoloni fatti negli ultimi tempi. Lo scorso anno ho partecipato a un incontro con due autrici fantastiche, Dacia Maraini e Lidia Ravera, in cui si auspicava un ritorno a una società letteraria. Nell’attesa che questo sogno si realizzi, spero che i processi naturali di selezione della specie facciano il loro sporco lavoro, che in un prossimo futuro la proporzione scrittore/lettore sia nuovamente invertita a favore del secondo e che qualche talento letterario possa emergere tra gli Indie senza doversi vendere l’anima. Magari il mio. Resta il fatto che da questa lunga tiritera ne usciamo con le stesse domande di prima, le stesse alle quali neppure il bravo Gino Roncaglia ha saputo rispondere. Ma va bene così, vuol dire che siamo vivi, siamo domande che camminano.

Un manifesto per gli autori #Indie

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Autori Indie, autori self, scrittori di serie A o di serie B, editori EAP e NO EAP, editori indipendenti e mainstream. Forse, poveri lettori, è giunto il momento di fare un po’ di chiarezza. E dopo l’acquisizione di RCS da parte di Mondadori (da qui la nascita dell’ibrido colosso “Mondazzoli”), essere indipendenti è diventata una necessità. Ne vedremo delle belle alla prossima edizione di Più Libri Più Liberi a Roma, credo. E spero. Se tutte le CE piccole e medie, indipendenti nel midollo, facessero davvero fronte comune. E se i lettori favorissero il coraggio e la volontà di queste realtà piccole ma di qualità. E se gli autori più noti sul mercato si rivolgessero a questi imprenditori folli. E se, e se… e se anche un De Carlo afferma che, ora come ora, decidere di auto pubblicarsi potrebbe essere un’opzione da considerare, forse i tempi sono maturi, forse il paradosso è che proprio un’azione mainstream promuova la pubblicazione indipendente.

Si utilizza molto il termine selfpublisher come sinonimo di “sfigato”, “testo – spazzatura”, “inqualificabile”, e tutto il corollario possibile e immaginabile coniato da chi, ahimé, si è imbattuto in libri che del libro avevano solo l’aspetto esteriore, e a volte neanche quello. Vero, è successo anche a me, specie negli ultimi mesi in cui, lontana dall’Italia, mi sono immersa in letture troppe volte rimandate. Letture di auto pubblicati e non, e spesso non notavo la differenza (in termini di brutture). Perché succede, anche troppo spesso ultimamente, che il benedetto e agognato filtro editoriale non funzioni, e quindi si pubblichi qualsiasi cosa pur di produrre carta (o file). Dunque cosa fa la differenza? La qualità, direte voi. E chi la garantisce? Oggi come oggi nessuno (ci sono le dovute eccezioni, ci sono). Ma il lettore accorto ha degli strumenti validi a disposizione, neppure dispendiosi. Il web, ad esempio, è una straordinaria vetrina dalla quale attingere spezzoni, estratti, esempi di scrittura di papabili autori del presente e del futuro. Le case editrici indipendenti offrono assaggi dei testi pubblicati, gli autori self fanno anche di più coi loro blog, quindi… perché mai caro lettore non fai una piccola ricerca online prima di tuffarti in un acquisto?

Ma veniamo agli autori Indie. Mi piace questo nome (dovremmo dire Indipendenti, perché siamo in Italia, ma per una volta accettiamo un termine internazionale). Sono self? Anche. Sono pubblicati da case editrici? Anche. Sono ibridi? Direi di sì. Che cosa li caratterizza allora? Una scelta. Tutto qua. Io sono un’autrice Indie, perché i miei libri sono stati pubblicati da case editrici, perché non ho sborsato un centesimo per farlo, ma anche perché alcuni miei testi li ho auto pubblicati, e non perché nessuno li abbia accettati. Ho scelto di non sottoporli al vaglio di una CE per svariati motivi: erano poesie, poche per farci una raccolta (e poi non è che io sia questa gran poetessa) e ho pensato che il target di riferimento non giustificasse l’impresa; erano raccontini, riflessioni, pezzi di diario che mi piaceva rendere pubblici per farmi conoscere meglio dai miei lettori; erano romanzi di cui avevo ripreso i diritti (accade quando scade un contratto con una CE) ma che volevo avessero ancora qualche anno di vita nella versione digitale. Le cose che pubblico, in qualsiasi modo, possono anche non piacere, ma non per questo i testi non hanno subito analisi, revisione, editing. Anzi. Il patto con il lettore io l’ho ben chiaro in mente, sono lettrice anche io!

In ogni caso il fenomeno self, che qualche anno fa era visto come il fumo negli occhi da puristi, autori, lettori, oggi sta diventando qualcosa di diverso. Si è infranto un tabù, mettiamola così, e ci sono già le dovute scremature. Certo in Italia arriviamo buoni ultimi nell’accettazione di questa realtà, ma qualcuno un giorno mi disse che forse è meglio, che guardare a quello che fanno gli altri prima di noi ci dà l’opportunità di copiare solo il buono e di evitarci gli errori grossolani.

La scrittrice inglese Orna Ross, fondatrice e direttrice dell’ALLI (Alliance of Indipendent authors ) ha da pochissimo pubblicato un documento che rappresenta molto bene il “patto con il lettore” che un autore deve fare. Una sorta di dichiarazione d’intenti in cui definire le regole sul nostro modo di lavorare e rivendicare l’indipendenza e l’autorevolezza del nostro lavoro. Ritengo pertanto che sia indispensabile definire quello che per noi è determinante nell’attività degli Indie e quello che ci contraddistingue rispetto ad altri autori, e per farlo aderisco all’iniziativa di Orna Ross e invito gli autori Indie che si riconoscono in queste parole a diffondere il Manifesto con gli strumenti a loro più congeniali. Ringrazio Marinella Zetti per la collaborazione nell’elaborazione del Manifesto e per la traduzione dell’originale.

Questo il testo (adattamento dall’originale)

Io sottoscritto dichiaro:
Che mai rinuncerò alle migliori opportunità di pubblicazione per gli autori e non permetterò all’industria editoriale di rinnegare le proprie responsabilità verso scrittori e lettori.
Pubblico i migliori libri di cui sono capace. Prima di farlo, ho imparato a soddisfare gli standard della pubblicazione industriale nella progettazione, formattazione, produzione, marketing e promozione del mio libro, e in seguito ho pensato a come spingermi in modo creativo oltre questi limiti. Nel fare del mio meglio, mi do anche il permesso di commettere errori, fallire, riprovare e fallire meglio.
Pubblico in tutti i formati e scelgo le piattaforme in modo da poter diffondere il mio lavoro nel modo più ampio possibile.
Decido autonomamente la pubblicazione delle mie opere avvalendomi degli strumenti tecnologici necessari per realizzare i libri in formato digitale. Quando lo ritengo opportuno decido anche di pubblicare la mia opera in cartaceo, sempre con l’obiettivo di renderla fruibili al maggior numero di persone.
Riconosco di essere più flessibile e più vicino al lettore di ogni altro operatore del settore. Proprio per questo invito quelli che si sentono minacciati dal self-publishing a ripensarci e a rivedere il loro pensiero nei confronti degli autori indie.
Non chiedo a nessuno il permesso di pubblicare, né una pacca sulla spalla, né un contratto che offende le mie competenze e il pubblico dei lettori. Invece, pongo domande sul modo in cui i servizi editoriali a pagamento e gli editori commerciali potrebbero meglio sostenere gli autori e servire i lettori.
Sono consapevole della mia posizione privilegiata in quanto sono autore ed editore di me stesso e proprio per questo posso permettermi, di pensare e ripensare il “libro” fino a che non sarò soddisfatto del mio lavoro. Una consapevolezza che mi accompagna in tutti i miei rapporti con gli altri professionisti dell’editoria e che si traduce in un vantaggio per me, per gli altri autori e per i lettori.
Sono orgoglioso del mio status di autore auto-pubblicato.

Primi sottoscrittori del Manifesto:

Cetta De Luca

Marinella Zetti

Flaminia P. Mancinelli

Mario Pacchiarotti

Sergio Bertoni

Dominique Valton

Francesco Zampa

Roberto Fraschetti

Sonia Lombardo

Livio Cotrozzi

…allora l’editoria dovrà morire? Il “selfpublishing” a #PiùLibri14

Più Libri Più Liberi 2014 - Palazzo dei Congressi - Roma

Più Libri Più Liberi 2014 – Palazzo dei Congressi – Roma

Certo che no! Ma… viviamo un periodo di transizione, caotico, e moriranno certo, alla fine, gli “editori a strascico”, quelli che fanno del solo business lo scopo del loro pubblicare. Più Libri Più Liberi 2014 comincia col “botto” e si parla anche del selfpublishing, quello di qualità. Ve lo racconto qui, su Art a Part of Cult(ure). A voi i commenti…

A Più libri più liberi 2014 il sonno dell’editoria genera autori.

Prendo in prestito il titolo dell’incontro che si è svolto nella Sala Turchese del Palazzo dei Congressi a Roma, perché credo sia il riassunto perfetto di quanto avviene da diverso tempo ormai nell’editoria italiana. Ma partiamo dal principio.

La kermesse romana di Più Libri Più Liberi  è giunta ormai alla tredicesima edizione: lunga vita alla piccola e media editoria. Eppure la sensazione forte che si ha arrivando al Palazzo dei Congressi, è che la partecipazione sia notevolmente diminuita rispetto allo scorso anno. C’è come un senso generale di desolazione, sicuramente gli espositori sono di meno, le facce sono stanche già il primo giorno e il programma proposto è scarno e non molto accattivante. Si respira “crisi”.  (Leggi tutto….)

Allarme #selfpublishing: l’invasione straniera non ci salverà

Immagine presa da qui

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Queste le premesse:

A fine agosto leggo un articolo/intervista scritto dall’amico Mauro Sandrini sul sito della SelfPublishing School (qui) che annuncia lo “sbarco” in Italia dell’autrice self inglese Joanna Penn con un suo libro tradotto in Italiano. Fin qui nulla di strano, se non fosse per il fatto che è la prima self straniera a farlo, che la Penn è conosciuta in tutto il mondo come selfpublisher, che vende centinaia di migliaia di copie… insomma una fuoriclasse, e pure esperta di marketing. Bene! Mi son detta, impariamo da chi ne sa di più! E ho provato a “leggere tra le righe” le sue strategie di marketing.

In seguito ho letto l’articolo/recensione di Falminia P. Mancinelli su Leggereonline (qui) in cui la giornalista “boccia” il romanzo della Penn e si domanda se è giusto mettere in circolazione tali scempiaggini solo in nome e per conto del “dio marketing”.

Oggi leggo un nuovo articolo di Flaminia P. Mancinelli su L’Indro e sempre sul caso Penn (qui), ma questa volta il focus è un altro: può il selfpublishing nostrano resistere all’onda d’urto dell’invasione straniera, più agguerrita e ferrata di noi?

E veniamo alla riflessione.

Ho riportato l’articolo nel gruppo FB Gli scrittori sperduti nell’isola che non c’è, per stimolare una discussione. Ebbene, c’è stata. La realtà che ne emerge è una sola: preoccupazione. Perché gli Italiani ( e i lettori nello specifico) hanno la tendenza ad essere esterofili (senza generalizzare ovviamente, suvvia non alzate subito gli scudi! Sono lettrice anche io…) e ad accogliere quanto arriva da fuori con maggior interesse. I lettori italiani non amano molto il selfpublishing. E hanno ragione! In fondo sono stati spesso sommersi da libri illeggibili (come si evince dall’articolo della Mancinelli), come dar loro torto? Tutta questa anarchia editoriale ha fatto sì che davvero chiunque potesse pubblicare, impedendo in questo modo agli autori di qualità di emergere. Perché noi Italiani abbiamo anche la tendenza a fare di tutte le erbe un fascio. E pensare che il selfpublishing (di qualità) potrebbe contrastare ampiamente l’abominevole fenomeno delle EAP. Ma state pur tranquilli che i lettori saranno disposti ad acquistare di più un libro EAP che un self. Perché? Perché c’è un marchio, tutto qui, che dovrebbe rappresentare una garanzia che, nel caso delle EAP non esiste. Ma mica i lettori conoscono tutte le Case Editrici, mica vanno a consultare il loro pedigree quando sono in libreria…

Detto questo, la preoccupazione adesso è un’altra. Se è vero che gli Italiani sono tendenzialmente esterofili, i lettori italiani seguono la scia e si rischia che esaltino (decretandone il successo) ogni self straniero che decide di pubblicare in italiano. Perché “se è di fuori è certo valido”, “se ha venduto tanto a casa sua è di certo uno che merita” etc etc. E chi se ne frega se è un selfpublisher anche lui! Chi se ne frega se ha scritto una porcheria come tante! NON È ITALIANO, questo è l’importante. Così si soddisfa anche la malcelata invidia di chi, lettore/autore, non ha mai venduto nulla. Sono davvero tanti i lettori che hanno un libro nel cassetto che nessuno ha mai voluto pubblicare (ci sarà un motivo, o no? Fatevi una domanda e datevi una risposta…) e che magari hanno auto pubblicato sempre senza alcun risultato. Questi sono i maggiori detrattori del selfpublishing italiano.

Conclusioni.

Io auspico una rinascita del selfpublishing (siamo già alla ri-nascita, quanto siamo svelti a danneggiare le cose belle…) con una maggior consapevolezza del potenziale intrinseco e con una maggior autodisciplina: abbiamo un dovere verso i lettori, rispettiamoli. Ma non solo. Spero vivamente che un allarme del genere, questa “invasione degli ultraself stranieri” faccia aprire gli occhi a tutti. Signori lettori, il self non è il demonio, c’è del buono in esso. Non lasciatevi fuorviare dal nome straniero: spesso dietro c’è la stessa fuffa che c’è da noi. Non premiate il self d’oltreoceano perché ha i profumi del vento occidentale (Shelley era un caso a parte…), altrimenti seppellirete ogni possibilità che gli scrittori italiani potrebbero avere. Un caro amico mi ha raccontato di aver pubblicato su una piattaforma letteraria alcuni racconti con il suo nome in italiano e uno con uno pseudonimo straniero. Indovinate quale racconto è stato il più letto? Ecco, non facciamo questo. Già l’Italia si trova sull’orlo di un precipizio di cui non si vede il fondo, e qualcuno ci è anche caduto dentro e non si hanno più notizie sulla sua sorte. Almeno per la narrativa, la letteratura, l’arte in genere scegliamo NOI STESSI.

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