E allora perché piangi?

Il fatto è uno e uno soltanto: è che dopo un po’ ti abitui all’idea che non ci sia più il tuo compagno maledetto, povero essere reietto costretto a nutrirsi di te. Di te. Va bene, non discettiamo su “roba buona” e “carne fresca” che ci vuole un attimo a precipitare nel grottesco, ma una cosa è certa, non si sa con quali criteri faccia le sue scelte.

Il fatto però – dicevo – è che a un certo punto ti abitui all’idea di non averlo più, di averlo sconfitto, distrutto, massacrato, ridotto in poltiglia da qualche parte, espulso come escremento vivente (cazzo se non è splatter questa visione…). Perché è questa la percezione che ne hai quando è lì, qualcosa di estraneo e putrido che in qualche modo ti inquina dal di dentro (splatter al cubo!). E neanche se ne fa accorgere.

Il problema del cancro – non di tutti i cancri ma di molti, quello mio per esempio – è che non ti avvisa mai. Non un colpo di tosse, non una linea di febbre, un dolore, niente. Per questo rimani a bocca aperta quando te lo dicono. Perché non ci credi. Perché tu STAI BENE. Eppure ti sottoponi a cure massacranti, a interventi demolitori, e ti dici che lo fai perché quella bestia sta lì e ti sta mangiando viva e tu niente, stai bene e non ti capaciti del perché devi devastare e avvelenare un corpo che NON HA NIENTE. O almeno tu non lo vedi, non lo senti.

Piccola parentesi per i miei amici ipocondriaci. Ora non fatevi prendere dal panico, non correte a farvi esami e tac e pet e tutto il cucuzzaro che non ho alcuna voglia di ritrovarmi l’intera Associazione Italiana Medici Oncologici dietro a tirarmi coltelli. La prevenzione è importante, come ho già detto in passato, quindi stile di vita e niente stress, così come è importante la diagnosi precoce, quindi i controlli periodici “normali”. Fare una tac ogni tre mesi non cura niente e nessuno. In ogni caso io scherzo e faccio ironia perché, alla fine della fiera, una risata salverà il mondo.

Poi passa il tempo e, anche se non dimentichi, ci pensi sempre meno a quello che hai passato, a quello che sei riuscita a farti per qualcosa che non hai mai visto. Perché è giusto così, la mente ti cura in questo modo… Sì, sì, lo so, io Scilla e Cariddi li ho visti, un pezzetto almeno, ma avete idea di quanto fossero piccoli quei frammenti? Non rendevano l’idea, non erano da prendere seriamente in considerazione (ma io l’ho fatto eccome).

Ora all’improvviso, nel momento di massima distrazione, tutta presa a fare programmi e amenità varie, mi parlano di recidiva. E io lo so cos’è una recidiva, è che il maledetto si è insinuato da qualche altra parte, ha agito in silenzio come nel suo stile e si è messo a fare danni. Recidiva. Mi fa pensare a quei condannati che tornano in carcere più volte per lo stesso reato. Non imparano mai, eh!? Ma io credevo di aver imparato… Forse ho saltato qualche lezione? E come la mettiamo col fatto che mi sento bene, che proprio non riesco a concepire che nel mio corpo ci sia ancora qualcosa che non va? Sto bene bene, non un po’ o così così.

Niente da fare, il corpo va violato ancora una volta, avvelenato ancora una volta, e si fa, sempre incredula, sempre stupita, ma si fa.

“E allora perché piangi stupida?”

“Perché mi dispiace”.

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