Perché ogni Natale è Natale, è Natale, è Natale…

In questi giorni di festa ci soffermiamo un po’ di più sulla parte umana di noi, quella che ci fa cercare gli affetti, quella che rifugge la solitudine, quella che ci fa accogliere e accorciare le distanze. Forse accade perché abbiamo più tempo a disposizione, forse accade perché siamo animali sociali che tendono a riunirsi, a stare insieme, a fare gruppo, che se ci si stringe forte si sente meno freddo.

Io non lo so cos è, non ho mai avuto una particolare passione per le festività natalizie, però non mi sono mai sottratta al richiamo della famiglia e, puntualmente ogni anno, mi trovo a riflettere su quesiti filosofici che, ancora oggi, non trovano risposta (se sono ancora qui a parlarne…)

Cosa resta di noi? Diciamo che questo primo Natale senza Mariù è stato un banco di prova notevole. Cosa c’era di lei? Praticamente tutto, dalle figlie ai nipoti, dal cibo all’abbondanza. Forse è mancato il burraco, non lo so, ho abbandonato prima.

C’era quel posto vuoto, quella eco di voce, quell’immagine viva negli occhi, quindi è questo che resta di noi, la sensazione fisica di esserci sempre come parte di qualcosa che, se siamo bravi, si tramanderà nel tempo in coloro che verranno, una storia che si sommerà alle altre storie future. Lasciamo tracce anche quando non ne siamo consapevoli, forse soprattutto in quei momenti, come un bel libro scritto con sincerità. E lì ci riconosciamo.

Leggera passerò nella tua vita,
e lascerò una scia
più spessa di un filo di fumo,
più sottile del solco che lascia l’aratro
quando penetra l’anima della terra
facendola sua.
Io sono
nuvola di emozioni instabili
e mi muovo nel vento.
Una traccia rimane
che sa di aria e di sole
di radici dissodate
di zolle pregne e grasse d’umore.
È l’essenza di me
che permane,
se solo l’avrai colta
mentre leggera
passava nella tua vita. [cdl 2017]

And now… music! E Buone Feste a tutti.

 

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#Femminicidio e affini: Umanità alla deriva

Il piccolo Principe Immagine presa da qui

Il piccolo Principe
Immagine presa da qui

Ma che fine ha fatto l’umanità? E non parlo semplicemente degli esseri umani in quanto specie. Parlo di quel sentimento che dovrebbe, e qui il condizionale è d’obbligo, differenziarci dalle altre specie esistenti sul pianeta Terra. Forse è emigrata anch’essa. È emigrata dalle coscienze, e questo è il dramma, perché ancora non ha trovato patria.                                                                     

Si sta svolgendo sotto i nostri occhi una guerra che è ben più distruttiva di qualunque guerra mondiale o universale noi possiamo immaginare. Una guerra in cui il nemico è nostra moglie, nostro figlio, il nostro legame più stretto. Il nemico è l’affetto più caro, perché richiede attenzione e cura, e non siamo più disposti a darne. La crisi che stiamo vivendo non è semplicemente economica. È una crisi esistenziale in cui i valori sono scomparsi e non sappiamo più dove andarli a cercare. Un abbrutimento dei sentimenti perché l’unico concetto che si è in grado di sentire, percepire, capire è “sopravvivenza“. Mors tua vita mea. Se questo un tempo valeva quando a scontrarsi erano due nemici, avversari, sconosciuti che si contendevano l’egemonia su un qualcosa di definito; se questo un tempo era il motto che giustificava l’ingiustificabile eccidio di vite innocenti per un più “alto” senso di appartenenza; se la morte di un altro rappresentava la vita per chi percepiva forte il senso di un pericolo reale, oggi non è più così.

Oggi la vita è vista come un ostacolo, per cui tu donna, tu ragazzo, sei un di più che devo eliminare se voglio raggiungere il mio obbiettivo: sopravvivere.                                                                 
E allora il marito uccide la moglie, il genitore uccide il figlio, perché sono “uno di meno”. La società è un malato grave, un malato psichiatrico, che si sta autodistruggendo sulla base del concetto che “meno è meglio”. E i nostri governanti, che si arrabattano su tasse da togliere o da mettere, posti di lavoro da inventare e sussidi da erogare, ancora non hanno capito che qui bisogna andare a cercare di nuovo l’umanità, che quella si è perduta, e senza non si costruisce nulla, tanto meno la speranza.                          

I femminicidi, spesso catalogati come delitti di passione, altro non sono che il sintomo più evidente di una patologia di massa, una pandemia per la quale nessuno sta cercando la cura. Uomini disperati che sfogano così le loro aberranti frustrazioni, e sono tanti, sempre di più. E io come donna, e madre di una donna, ho paura. E guardo mio figlio e gli insegno ogni giorno l’amore, perché questa è l’unica speranza che ci resta. Noi ce lo ricordiamo bene com’è, ce l’abbiamo nei geni l’imprinting dell’accoglienza, e dobbiamo trasmetterlo, è nostro dovere. Educhiamo gli uomini del futuro a imparare l’amore, perché quella è la patria dell’umanità, non ce n’è altre.