Poche ore alla fine del viaggio. Piano piano, un passo alla volta…

Mancano poche ore alla mia ultima chemioterapia. Poche ore al termine di questo percorso durato un anno. Dovrei essere eccitata, ubriaca di felicità, emozionata. Dovrei… eppure provo come un senso di vuoto, di smarrimento: cosa accadrà dopo? Come se l’attesa fosse già cominciata, come se l’incognita del tempo futuro fosse lì, presente davanti a me, fisica come un enorme punto interrogativo di marmo nel bel mezzo del giardino della mia vita.

Ah, lo so, lo so, non dovrei pensarci adesso, però è risaputo che io con le attese non ho poi tutta questa confidenza. E queste ultime quattro chemio sono state pesanti. Controllare i valori ematici anche ogni due giorni perché quei benedetti globuli bianchi sparivano alla conta come le stelle all’arrivo del sole. “Vada a farsi le punturine!” mi ha gridato l’oncologo da Roma una settimana fa. “Le punturine di che?” E per fortuna era ferragosto e stavo in Calabria e neanche il Day Hospital oncologico ne aveva disponibili, perché “le punturine” fanno un male cane e io dovevo ripartire. Sarà stata la paura o forse il mio corpo risponde bene quando gli chiedo aiuto, fatto è che le mie stelline sono cresciute a velocità supersonica.

Mi guardo allo specchio, ho una pelle bellissima, mai avuta così bella. Il viso risplende, così privo di peluria, gli occhi sembrano enormi con le sopracciglia così rarefatte, ho un’aria esotica e misteriosa con questi turbanti che coprono la testa quasi calva. Mi vedo bella. Prima o poi smaltirò anche il cortisone, così torneranno il fiato e la linea. Sospiro. Mi sento bene a poche ore dall’ultima chemio, forte, determinata. Eppure questo senso di vuoto…

Non mi mancheranno certo Scilla e Cariddi, che tra l’altro abbiamo abbandonato sulla spiaggia assolata del Santo Spirito ormai mesi fa. Non mi mancheranno certo la terapia e i suoi deliziosi effetti collaterali. Forse questa sensazione è la stessa che provano i pensionati: anni trascorsi a lavorare, a combattere con una routine, e di colpo si ritrovano con tanto tempo a disposizione e non sanno che fare. Certi vanno anche in depressione! Sì, questo è l’esempio migliore che potevo fare, – depressione a parte, –  e voi mi guarderete come una pazza chiedendomi per quale cazzo di motivo dovrebbe mancarmi tutto questo percorso denso e faticoso, per quale ragione non comincio a godermi il futuro. Ma chi l’ha detto che non me lo voglio godere? I progetti sono già cominciati da tempo, e vanno avanti: un nuovo lavoro, un nuovo romanzo, un agente letterario che si prenderà cura dei miei libri (ah! Questo è un godimento assoluto…), i prossimi viaggi, un festival letterario da organizzare. E questo solo nei prossimi dodici mesi.

È l’attesa la bestia che mi fa scalpitare, che mi rende irrequieta, l’attesa dei follow-up, dei responsi, l’attesa dei primi tre mesi, dei successivi tre, dei due anni, dei cinque anni, dei dieci… la paura. Sto andando troppo oltre. Mi hanno fatto un regalo, una piccola tartaruga portachiavi, e mi hanno scritto un biglietto: “Piano, piano, un passo alla volta”. Va bene, rallento, ho imparato come si fa, ho imparato un sacco di cose in questo anno magnifico e doloroso, anche a camminare invece che correre, anche a stare ferma, sdraiarmi, dormire, ascoltarmi. Lottare è anche questo, soprattutto questo. Bisogna fare come nelle arti marziali orientali, sfruttare la forza dell’avversario per deviare il suo equilibrio e vincere. Vincere vuol dire sentirsi soddisfatti di ciò che si è fatto sapendo che meglio non era possibile. Vincere vuol dire sapere che non bisogna abbassare la guardia ma senza essere sopraffatti dall’ansia. Questo sì che è equilibrio. Quando riuscirò a tornare nel mio corpo agile e snello mi dedicherò allo yoga credo, o al Taiji, sono sempre stata convinta della validità di certe pratiche legate al benessere psico-fisico.

Mancano poche ore alla mia ultima chemio, un viaggio finisce, un altro comincia, l’attesa, le speranze, i desideri, la vita. Domani, domani qualcuno mi risponderà.

E adesso un po’ di musica.

With you I’m born again

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Cetteide Revolution #cp6 The journey

Organizzare il ricovero in ospedale è un po’ come organizzare il matrimonio, la luna di miele, insomma una faccenda importante. Ci vuole il corredo. E bisogna prepararsi per tempo. Memore di quanto è accaduto con mia madre, io ho cominciato a fare la valigia (sì, dai, una piccolina…) due settimane prima. Mi sono dunque resa conto di non avere nulla di ciò che serve: niente camicie da notte (solo pigiami o babydoll, ma non credo vadano bene), niente vestaglia primaverile (posso sopportare quella invernale perché ho freddo, ma primaverile no, per favore…), niente pantofole che si possano definire tali (ciabatte! O al massimo infradito!). Insomma un disastro. Mi sono venute in mente le raccomandazioni di mia madre quando ero ragazza e stavo per sposarmi: “Devi sempre avere nel cassetto un completo da notte nuovo nuovo, non sia mai dovesse servire.”
“Servire per cosa, ma’?”
“Se devi andare in ospedale, per esempio!” E io giù a fare gli scongiuri. Mai conservato niente.

Ho comprato una vestaglia tutta a fiori, di seta, con un collo che è tutto un programma di volants, e sei camicie da notte di tutti i colori, tranne rosa che non mi piace.
“Perché sei?”
“Perché non intendo stare in ospedale un giorno di più.”
“Comunque te la do io la vestaglia.” Mamma ha sempre rispettato quella regola di tenere qualcosa di nuovo nel cassetto. Tira fuori una vestaglia bianca, bellissima, sobria ma con il vezzo di un leggero pizzo ai polsini.
“Bella! Ma da quando ce l’hai?”
“Saranno trent’anni. L’abbiamo usata solo per andare in ospedale…”
“Ah, ecco. Quindi ha il pedigree. Abbiamo ma’? Cos’è, una vestaglia cooperativa?”
“L’ho usata per i miei ultimi interventi, l’ha usata Patrizia per il suo, Alessandra per la nascita di Eleonora. Insomma, solo cose andate bene.” E questo fatto oggettivo soddisfa la mia napoletanità, il mio bisogno di scaramanzia.

Pensare a organizzare questo “viaggio di nozze con la mia vita” è una panacea contro l’ansia. La paura arriva ogni tanto, gratta i piedi di notte, mi sorprende con un sussulto mentre sto facendo altro o mi lega la gola in un nodo che si scioglie nel pianto mentre guardo il cielo limpido di aprile. Poi penso a mia madre, a come sta adesso dopo oltre due mesi dall’intervento, e torna il coraggio. Mi fermo un attimo a riflettere su cosa avrà pensato, provato, sentito lei qualche giorno prima, con noi figlie che le giravamo attorno e prendevamo in mano la sua quotidianità. Avrà pianto anche lei da sola, nel letto? Avrà scacciato i mostri con un’alzata di spalle e un respiro profondo? Indosserò la tua vestaglia delle cose belle, mamma, bianca come la luce, bianca come la vita.

E adesso musica!

Biglietto di sola andata

indexHo viaggiato molto nella mia vita, e sono stata fortunata. Ricordo ancora il periodo in cui, come agente di viaggio, partivo due o tre volte l’anno a scoprire mete che poi avrei raccontato ad altri sognatori. Ricordo che a quei tempi (non c’era ancora stato l’11 settembre), ogni viaggio prevedeva un biglietto andata e ritorno. Anche i miei. Non è che non si potessero acquistare biglietti “one way”, ma costavano, e tanto… Come se ci fosse una sorta di complotto che accomunava tutte le compagnie aeree: “E che non vogliamo farli tornare? Cerchiamo di dissuaderli in partenza!” Eppure qualcuno lo faceva il biglietto di sola andata. Certo dopo averci pensato bene, magari per mesi, risparmiando, sudandosi quelle lire una per una. Chi comprava un biglietto “one way” aveva le dita che tremavano, e pure la voce, quando tirava fuori il portafogli.

Oggi i biglietti di sola andata costano poco. Forse le compagnie aeree hanno capito che è meglio lasciarle circolare le persone che tenerle chiuse, costrette. Il desiderio di libertà, la globalizzazione… difficile tenere a freno i flussi degli esploratori. Eppure… per la prima volta ho acquistato un biglietto di sola andata, e le mani hanno tremato lo stesso. E non per il denaro.

Credo che dipenda dal significato. “One way”, una direzione, nessun ritorno. Che non significa non tornare più. Significa posticiparlo a data indefinita. Significa non voltarsi subito per aggrapparsi a ciò che abbiamo di certo, e che spesso rende più sereno il viaggio. Un biglietto di sola andata è un tuffo nel vuoto, e fa paura, non facciamo gli ipocriti. Penso a tutti quei giovani, magari ventenni, che partono perché “c’è la crisi”, “non ci sono opportunità”. Sì, è vero. Ma a vent’anni quale sforzo hai fatto nella vita per poter affermare che “fuori è meglio”? Ma sì, vai, viaggia, esplora il mondo, impara, fai esperienza. Poi torna però, almeno per un po’, a raccontarcela questa vita che hai vissuto, a farci vedere le tue rughe e a tramandare ai figli che verranno il tuo valore aggiunto.

Io l’esperienza l’ho fatta qui, ne ho trasmessa tanta, senza mai allontanarmi se non per godermi il viaggio. E adesso, nel mezzo del cammin della mia vita, posso anche lagnarmi della crisi e della mancanza di opportunità, e cercarle altrove. Comprare un biglietto aereo one way, tremare un po’, strappare le mie radici profonde, e guardare avanti con sguardo sereno. Non giù, nel vuoto.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.

[Cesare Pavese – La Luna e i Falò]

Moravia, il #viaggio e Pasolini al Festival della Letteratura di viaggio.

Moravia, Pasolini, Callas - Immagine presa da qui

Moravia, Pasolini, Callas – Immagine presa da qui

Moravia e i suoi viaggi. Moravia e i suoi libri di viaggio. Conoscevo già in parte questa passione dell’autore , era facile capirlo leggendo qualche suo libro. Ma non avevo mai ascoltato il racconto del “dietro le quinte”, così come ce lo ha regalato Dacia Maraini al Festival della Letteratura di viaggio, conclusosi a Roma il 30 settembre nello splendido scenario dei giardini di Villa Celimontana.

Ci sono andata con la stessa curiosità della viaggiatrice che è in me. Curiosità che manifesto in tutto ciò che scrivo, perché scrivere un romanzo è già di per sé un viaggio, immaginifico, perché la fantasia può elaborarlo in mille modi diversi. Chi ha molto viaggiato porta sempre qualcosa con sé dei luoghi visitati. Ma lascia anche qualcosa, perché il viaggio cambia, destabilizza a volte, e poi aiuta a ricostruire.

Ho raccontato questo incontro con Moravia viaggiatore nel mio articolo per Art a part of Cult(ure) e potete leggerlo qui. Io ora ho voglia di partire.

Festival della letteratura di viaggio #5. Al Festival delle Letterature di viaggio abbiamo incontrato Moravia. Un viaggiatore non è un turista

“Viaggiare è un progetto librato nel futuro che fa sì che, finché dura il viaggio, il tempo esista, sia davvero il tempo. Se invece stai fermo, anche il tempo si ferma.” [Moravia – A.Elkann]

Roma ha dedicato un intero Festival alla Letteratura di viaggio, e non poteva certo mancare un capitolo esclusivamente dedicato a Moravia. Ce lo ha raccontato Dacia Maraini, sua compagna di vita, cos’era il viaggio per lui, per loro. E questo “loro” spesso non si riferiva solo alla coppia: Pasolini, la Callas e altri amici viaggiatori erano lì presenti, nel racconto a volte divertito, altre nostalgico, che la scrittrice ha fatto per svelarci il rapporto di Moravia col viaggio. [Continua a leggere…]