Edgar e me #Cap.3

E smettila di insinuarti a tuo piacimento sulle mie gambe, tra le mie braccia, frugando senza pudore nell’incavo del mio seno. Ho la mia vita da vivere, non posso sempre stare dietro a te, preoccuparmi, scattare ogni volta che fai sentire la tua presenza. Perché tu la fa sentire forte. Non ti accontenti di entrare in casa, no. Tu vuoi la mia attenzione, quando più ti aggrada, quando ne hai voglia. E io, come un’idiota, pronta lì a esaudirti. Ma dove vai quando sono sola e mi viene l’ansia perché non ti trovo da nessuna parte? Hai davvero una bella faccia di bronzo.

Mi è sembrata una conquista, l’affermazione del mio ruolo di capo indiscusso, quando ti ho semplicemente chiamato e tu sei accorso, subito. Prima non mi degnavi di uno sguardo, anzi, ti indispettivi e andavi via. Ora almeno sono io che comando. E non ci provi più a farmi male. Ogni tuo graffio lasciava il segno, a lungo. Ora non più, e non perché hai smesso di affilarti le unghie: perché io sono diventata immune. In fondo, in ogni rapporto, ogni tanto la corazza serve.

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Non ho mai chiesto

ombra

[da madre a figlia]
Non ho mai chiesto
alla mia ombra
di offuscare la tua,
ma di porre confini
misurabili
della tua grande luce.

Per lievi tratti, ogni tanto
ti ho teso la mano
non per sostenerti
ma per spingerti
lontano.

Attaccata ai tuoi piedi
ho percorso più strade
in questa vita,
di quanto avrei fatto io, da sola.

Il peso della verità

Immagine presa da qui

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La verità a volte è un peso. Non la verità assoluta, che non è dato conoscere né è consigliabile provare ad avvicinare. Mi riferisco alle nostre piccole, limitate, relative e personalissime verità, quelle che approcciamo ogni giorno, quando incontriamo la gente. Ognuno ha le sue, e le difende, come un bene prezioso, frutto di convincimenti radicati. Non siamo mai disposti a farne a meno. Crollerebbero castelli costruiti in una vita intera, crolleremmo noi stessi. E quanto pesano queste cosiddette verità quando si scontrano con quelle più accattivanti degli altri. Un fardello a volte insostenibile. Viviamo in stato di perenne difesa. Eppure, se la verità è sempre relativa, alla persona, al momento, al luogo, è pur vero che nasconde in sé un’implicita menzogna, quella che ci raccontiamo ogni volta per non cambiare idea, opinione. Liberarsene, questo semplice gesto potrebbe essere la soluzione. Vomitare fuori tutti i nostri preconcetti preconfezionati e abbracciare il nuovo, come un regalo del destino. La verità è che ne abbiamo timore. Affermare che sì, qualcuno diverso da noi potrebbe avere ragione, sarebbe come ammettere di essere fallaci, insicuri, indecisi. Una preda, insomma, per chi è più forte, di voce o di testa. Eppure… quando ci si libera si viaggia leggeri, veloci, agili, si può cambiare direzione e cogliere il bello ovunque si trovi, schivare i proiettili di un bersaglio statico e diventare cacciatori di esperienze. Senza verità? E cosa è mai la verità di fronte alla vita?

Porta l’amore con te

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La vita è tua.
Dei suoi segreti inganni
non ti crucciare
hai braccia e cuore e testa
li saprai affrontare.
Hai occhi per guardare
orizzonti lontani,
e mari e volti nuovi.

Ho minuti da scontare
al giogo del tempo
rubati, preziosi,
sogni affidati al vento che avvicina,
da costa a costa ci accomuna,
col suo profumo di cose passate
di cose future, di casa.
Profumo di te.

Figlio,
di tante cose dette
una ne resti:
che tu sia amore
ovunque camminerai,
parte di questo amore
senza fine.

Partorire è roba di donne

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A costo di attirarmi gli strali di tutte le donne che hanno lottato per cambiare le cose e di tutti gli uomini che a questo si sono dovuti adeguare (e non dico “dovuti” a caso), credo che un uomo non dovrebbe mai assistere al parto della sua donna. Sono tutte cazzate quelle che dicono, sulla condivisione, sul momento gioioso. Il parto è una cosa che riguarda solo la donna, e non c’è niente di femminile, è puro istinto. Una donna si lascia andare completamente, deve farlo, è un animale che figlia, tutto qua. E tutta la sensualità dell’atto d’amore si perde, finisce. È un momento brutale e atavico che appartiene alla donna e basta, e di questo sono molto molto sicura.

Ho parlato di questo qualche giorno fa con un amico, e questo è testualmente il mio intervento alla conversazione. Capisco la sorpresa di un uomo a sentirsi dire questo, così come ne comprendo il sollievo. Questa generazione (forse queste ultime due o tre) di uomini si è sentita schiacciata dall’inadeguatezza davanti al nuovo modello di condivisione di coppia che andava formandosi con l’avvento del femminismo, e una donna che oggi, nel 2013, afferma una cosa simile, è come se d’un tratto lavasse via tutti i sensi di colpa accumulati perché, diciamolo, non è affatto naturale che un uomo assista al parto della sua donna. No, non sono anacronistica, qui c’è poco da essere moderni o all’avanguardia. E non sto certo dicendo che un uomo non possa assistere a un parto in generale. Altrimenti che fine farebbero tutti i ginecologi, gli ostetrici, e via dicendo? Io dico che un UOMO non deve assistere la SUA donna. È diverso. Io ne ho avuti due di figli e, sebbene l’esperienza sia stata unica, esaltante, meravigliosa, me la ricordo bene in tutta la sua potenza distruttiva e creatrice. Sono molte le cose che si distruggono quando si partorisce, tante quante quelle che rinascono. Chi ha avuto almeno un figlio lo sa. Chi ancora non ne ha avuti, dovrebbe immaginarlo.

Noi lo sappiamo bene, noi donne intendo, quella magia che si crea col nostro uomo quando ci incontriamo, facciamo l’amore, ci spogliamo in tutti i sensi davanti a lui. È il rito del piacere condiviso che si consuma in quel letto, tra quelle lenzuola. Noi permettiamo di infrangere un segreto, il luogo misterioso della vita, e doniamo e ci doniamo quell’intensa e inimmaginabile esperienza dell’esplorazione dell’ignoto, in cui ci perdiamo, con la ragione e coi sensi. È tutto così sublime nell’atto dell’amore. E noi sappiamo bene anche quanto ci piace preservare a lungo, per sempre se possibile, quella sensazione di potere, perché, diciamolo, quel piacere unico, irripetibile, dato dall’amore che riceve amore, possiamo trasmetterlo solo noi.

E ci prepariamo per questo. Il rito primario, fatto di gesti sensuali, attesa, seduzione, fa sì che il nostro uomo resti incantato davanti al dono della nostra femminilità. Poi accade. Accade che la vita si riproduca. Il mistero più grande, e noi ne siamo le custodi. Se madre natura avesse voluto rendere partecipe anche l’uomo lo avrebbe reso genitore in senso lato, colui che genera. Gli avrebbe dato gli strumenti per capire. Invece no, perché partorire è roba di donne. Le donne sanno cosa accade, lo sentono, sono nate con questa consapevolezza. E non vogliono che il loro uomo veda. Il corpo di una donna si trasforma. Il dolore di questa trasformazione non ha nulla di razionale, e non c’è controllo che tenga. È la natura che segue il suo corso, come accade per tutte le femmine di tutte le specie animali, è il suo trionfo. La vita per nascere ha bisogno di urlare e tutto intorno ad essa si adegua. Non ci sono gesti di dolcezza, non c’è il tempo. La nascita è urgenza, è prepotenza, e solo una guerriera naturale può esserne la protagonista. La donna.

Le femministe mi perdoneranno. Tutte quelle proteste della serie “l’utero è mio e lo gestisco io” che le hanno portate a volere e avere i compagni in sala parto, per me, sono solo sciocchezze. Io mi sono tenuta la libertà di essere femmina. Voglio lasciare all’uomo la meraviglia del mistero.

 

La vita per me

Ho ricevuto una splendida notizia. La notizia di una futura nascita. E questa amica prossimamente mamma è la splendida padrona di casa del salotto letterario di cui faccio parte Tempoxme . Le ho regalato un racconto, l’ho regalato a questo bambino del futuro, e lei ha voluto condividerlo. Su questo sito racconto spesso la mia visione della vita, come la concepisce una donna. E allora questo racconto ci sta bene, e voglio condividerlo con voi. Per rispettare la scelta grafica di Tempoxme utilizzo la stessa immagine che ha usato lei, perché è davvero bella…

Immagine presa da qui

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La vita per me

Le prospettive cambiano quando sono viste attraverso gli occhi di un bambino nuovo.” [cit.] Questo è il mio regalo per te, bambino del futuro.

All’alba dei tempi eri nel sogno. Vagavi con altri simili a te, eppure tanto diversi. Vi accomunava l’ansia di sapere, vedere, conoscere. Tu aspettavi nel tuo angolo segreto che un sogno più forte e potente ti desse il segnale d’inizio. Ma inizio di cosa? Un’avventura? Un incontro? La vita? Questa parola era ricorrente tra voi abitanti del sogno. Immaginavate un luogo ancora più luminoso, dai contorni netti, decisi, con colori forti e inimmaginabili. E gli odori. Cos’erano gli odori? Nessuno aveva una risposta, solo ipotesi confuse su sensazioni che arrivavano direttamente alla radice dei sensi. Sensazioni. Anche quella era una parola indefinita. Come si provano sensazioni se non si hanno termini di paragone? E poi c’erano i suoni. In un mondo silenzioso i suoni avevano la stessa attrattiva dell’acqua per i pesci, dell’aria per gli uccelli. Ma voi questo non lo sapevate. Tu non lo sapevi. Nel sogno non c’è dimensione, non c’è tempo. Qualcuno ti disse che il segnale sarebbe arrivato da una prova d’amore. E tu paziente sei stato lì, a domandarti cosa fossero mai questa prova e questo amore. Ma avevi fiducia. Avevi fiducia in te stesso.

Un giorno, o forse era notte, chi lo sa, tanto nel mondo dei sogni non c’è differenza, qualcosa è accaduto. Come una brezza leggera in un luogo senza vento è arrivata alle tue spalle. Un brivido. La luce d’improvviso più vivida e poi il desiderio irrefrenabile di cadere giù, come un tuffo nel mare. E poi un calore intenso, profondo, al centro del petto. Nel silenzio assoluto hai sentito, sì, hai sentito. Un ritmo, leggero, veloce, proprio al centro di quel calore, nel mezzo di quel petto che ora sapevi di avere, fisico, reale, dai contorni precisi. Oh! Questo è dunque il suono? Poi un altro ritmo, più forte, più lento, un ritmo rassicurante, avvolgente. Ti sei addormentato cullato dolcemente da quel suono, in una realtà di ovatta, misteriosa, eccitante. Eccole le prime sensazioni. “Allora è questa la vita? Questa improvvisa consapevolezza di esserci, di avere una consistenza, di distinguere il dentro dal fuori e il diverso da me?” Ma tu volevi sapere altro. Tu volevi conoscere la prova d’amore. Volevi raccontare a questa entità cos’era prima della vita. Volevi incontrare la signora prova e il signor amore e dirgli “grazie”. Grazie per avermi scelto. Avresti atteso nove lunghi mesi prima di scoprire che la “Prova d’amore” eri tu.

 

da "Innocenza, che mi insegnò la vita"

Un volo perfetto
Un piccolissimo “assaggio” da una cosa che sto scrivendo. Dedicato a tutti, donne e uomini.
– E com’è la relazione perfetta? Come lo capisci che è quella, quella dalla quale non andresti mai via? –
– Relazione perfetta? Ma quale perfetta. La perfezione non esiste, specie in amore, nei rapporti. Quello che è perfetto per te lo è solo per te, appunto, e quindi già il rapporto è imperfetto, sbilanciato. E poi, pure per te, quella perfezione dura un attimo –
– Come dura un attimo? Siamo così volubili? –
– Anche. Ma la realtà è che quando riesci a vivere quel momento sublime, dove tutto coincide, lo senti perfetto. Ma è un attimo appunto. Subito dopo cominci già a trovargli qualche difetto, e addio perfezione. E poi, diciamo le cose come stanno, se tutto fosse sempre così perfetto, sai che noia? –
Sed