Le recensioni belle fanno spuntare il sole anche se piove

Le recensioni fanno bene alla salute e fanno spuntare il sole, come un sorriso del cuore. Da ExLibris, appunti di una lettrice disordinata.

Ultima lettura: “Nata in una casa di donne” di Cetta De Luca

 

Nata in una casa di donne
Autore: De Luca Cetta
Dati: 2013, 104 p., brossura
Editore: L’Erudita (collana L’urgente)
Voi siete nati insieme […] amatevi l’un l’altro,
ma non fatene una prigione d’amore
(Khalil Gibran, Il Profeta)
Tre parti per una storia vera (le origini – l’età di mezzo – gli anni delle luci e delle ombre), ciascuna introdotta da versi di Gibran e Tagore: versi evocativi di affetto e amore, passato e futuro, gli ingredienti principali della vicenda umana di Teresina e Giorgio. La loro è una storia semplice, comune, quella di una famiglia come tante, nata e cresciuta alla fine degli anni Cinquanta, negli anni del benessere economico, negli anni in cui era facile realizzare sogni ed ambizioni. In particolare quelli di Teresina, partita dalla Calabria carica di voglia di riscattare la sua condizione di povera ragazza del sud, quasi incapace di parlare in italiano ma desiderosa di recuperare terreno, come solo i cavalli di razza sanno fare. Intorno a questa figura femminile forte, volitiva, un po’ capricciosa e determinata si snoda la storia della famiglia. Intanto un marito ‘un po’ femmina’ perché circondato da femmine, rassegnato quasi ad essere un comprimario, ma decisamente centro di interesse della figlia Lucia, che vuole a tutti i costi piacergli, desidera che lui sia orgoglioso, che ne approvi scelte e perdoni errori. Poi quattro figlie, diverse e complementari, in una comunità solidale ma anche divisa da caratteri e attitudini diverse, che portano ciascuna il proprio fardello di esperienze anche dolorose, che le faranno crescere in fretta, all’ombra di mamma Teresina, assolutista e protagonista.
La narrazione si snoda attraverso due generazioni (genitori e figlie), che si aprono ad una terza, quella dei nipoti e del futuro (Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti, Khalil Gibran), di decennio in decennio, tra trasferimenti, amicizie, amori, ribellioni: ogni decennio è introdotto da un breve sommario che riassume i fatti e i personaggi che hanno caratterizzato il periodo e che fanno da sfondo storico alle vicende di questa casa di donne. Alla fine del romanzo, quasi ad attenderci alla chiusura del cerchio, troviamo Giorgio, il babbo quasi invisibile e distratto, schiacciato dalla personalità prorompente della moglie Teresina e dalle sue quattro piccole donne. E la figura di Giorgio si riscatta, questo libro è per lui, che, se non ci fosse stato, nessuno e niente ci sarebbe stato, nemmeno quella moglie tanto bella e tanto prepotente (Nella mia vita/ ho amato, cuore e anima,/luci ed ombre della terra, Rabindanath Tagore) .
La scrittura di Cetta De Luca è semplice, piana ma anche evocativa di sentimenti complessi, pensieri difficili, articolati. Non solo narrazione, ma anche scavo interiore, trasudante emotività, di chi quegli anni li ha visti, avendone vissuto speranze e delusioni e ancora aspettative. Un libro scritto con amore e per amore, con la certezza che anche gli errori paghino, non si pagano e basta.

Il Salone del Libro di Torino 2013, un oceano di Cultura

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Hai presente quando acquisti un libro, magari un giallo, e sfogliando le pagine ti accorgi che in realtà non è proprio così, che c’è di più? Questo è stato per me il Salone del Libro di Torino edizione 2013. Forse perché era la mia “prima volta”, forse perché sono stata solo nel week end e non ho avuto modo di annoiarmi, forse perché non ero un espositore e non dovevo stare attenta ai numeri, forse per tutti questi motivi e tanti altri ancora, per me il Salone è stato una scoperta dietro ogni angolo, e non solo una scoperta libresca.

Cominciamo dagli incontri, tanti, belli e sorprendenti. Sorprendenti perché oggi, che tutto è ridotto a un contatto sul web dove anche le facce a volte sono sostituite da sigle, loghi e ammennicoli vari, vedere, conoscere, riconoscere le persone “di persona” (no, non è uno sbaglio), ha un impatto emozionale straordinario, come l’innamoramento. Sì perché quella persona con cui hai conversato, discusso, condiviso parole e pensieri nel mondo virtuale per mesi, anni a volte, è in carne ed ossa ed è lì, e ti appare bellissima.

Ho incontrato l’amica di twitter e bookblogger talentuosa Patrizia La Daga (LeUltime20), finalmente, dopo oltre un anno di conoscenza virtuale. Ho rivisto con piacere l’esordiente scrittrice e bookblogger di riferimento Noemi Cuffia (Tazzinadicaffè). Ho abbracciato con affetto l’amica salottiera Elena Tamborrino (ExLibris2012) con la quale ci scambiamo opinioni libresche nei salotti letterari.

Ecco, non si è parlato di libri nei nostri incontri, perché i libri li abbiamo respirati. E’ stato molto interessante partecipare all’evento nello spazio di Book to the Future sul ruolo dei bookblog, argomento già trattato sempre nel mondo virtuale (serata Second Life di Libriamotutti, presente con Giovanni Dalla Bona che ha filmato tutto), e ampiamente introdotto da eFFe che ha provocatoriamente (neppure tanto, direi piuttosto argutamente) scritto di questo nel suo ultimo libro, I bookblog, editoria e lavoro culturale. Durante la chiacchierata a cinque (presenti eFFe, Marco Giacomello, Christian Raimo di Minima et Moralia, Gianluca Liguori di Scrittori Precari, Francesco Forlani di Nazione Indiana), si è parlato di blog individuali e collettivi, di come siano esponenzialmente più interessanti e validi questi ultimi se non altro per la massa di pubblico e opinioni che riescono a smuovere; di come le case editrici strizzino l’occhio a quei blog molto seguiti arrivando a proporre rapporti “di esclusiva” e addirittura pagando, pur di esserci. Si è detto che le cosiddette “marchette” non sono da condannare, purché il lettore ne sia informato. In fondo i bookblogger fanno da sempre questo mestiere, che è quello di informare il loro pubblico in merito a quanto il mondo cosiddetto culturale ci propina quotidianamente, e quindi si assumono una grossa responsabilità nei confronti di chi li segue e li ascolta. Perché mai allora un giornalista dovrebbe essere pagato per questo e un bookblogger no? Almeno, come ha detto Nazione Indiana, ci si ripaga dei costi per mantenere il server.

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Ne ho incontrati due di Bookblogger, due di quelli che volevo assolutamente conoscere, due di quelli che danno un senso a ciò che sono le recensioni per gli autori: Gli amanti dei libri e Spritz Letterario. E chissà, magari qualcosa accadrà.

Nazione ospite - Il Chile

Nazione ospite – Il Chile

Succede anche di uscire dallo stand dedicato al Chile (lo scrivo così perché loro lo scrivono così, e mi pare più giusto), nazione ospite per questo anno, dove ho seguito l’incontro Dal Porto delle idee di Valparaiso al Festival della mente di Sarzana (Chantal Signorio e Giulia Cogoli), e di sentire una voce che canta. L’incontro con Francesco De Gregori, davvero inatteso, che ha cantato dal vivo e ci ha raccontato dell’uscita di un suo audiolibro, ha qualcosa di magicamente evocativo, specie subito dopo aver incontrato il Chile. Un caso? Chi lo sa…

Francesco De Gregori e Luca Barbarossa

Francesco De Gregori e Luca Barbarossa

Fra un incontro e l’altro, tra un abbraccio e un’esclamazione, ho gironzolato tra gli stand per respirare quell’inconfondibile profumo che, si tratti di carta o di bit, sa tanto di parole. E di cultura. Cultura declinata in ogni modo. Dalla cucina (splendido lo spazio di “Casa CookBook con le tante performance in diretta, e profumi, e sapori…), agli spazi creativi, dove le arti si sono mescolate, come è giusto che sia, per dare spazio a tutte quelle forme di espressione creativa che fanno della Cultura un bacino contenitivo enorme. Come se, dove prima c’era una diga, improvvisamente, senza più ostacoli, si sia formato non un lago, un oceano.

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La regione ospite era la “mia” regione, la Calabria. Perché ne esprime tanta di cultura questa terra del Sud, ed è bene che si sappia.

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Tanto spazio è stato dato alla piccola e media editoria indipendente, e questo è bello, perché se la presenza delle grandi case editrici (c’erano tutte) è fondamentale in un momento storico così difficile per il settore, quando le aziende stanno cambiando pelle, devono farlo per sopravvivere, devono aprirsi al nuovo, al digitale, al futuro che verrà, l’esistenza di nuove realtà slegate dalle regole di mercato rigide e ormai obsolete è come una ventata di aria fresca e di speranza. Il fatto che editori come Giulio Perrone Editore e il neonato marchio L’Erudita, o Miraggi, Tunuè, Intermezzi, Nutrimenti, o Minimumfax, Voland, Et al., giusto per citarne alcune e mi perdonino le altre (erano davvero tante…) fossero presi d’assalto dal pubblico curioso dimostra che il domani è già ora, adesso. Buona fortuna a tutti loro, se la meritano.

Un week end da solo non basta per scoprire tutto di un Salone del Libro come quello di Torino, e soprattutto non basto io da sola. Avrei dovuto sdoppiarmi in cento me stessa. E allora mi sono goduta ciò che potevo, seguendo l’istinto e il cuore. E il cuore mi ha portata, alla fine, al Parco Culturale Piemonte Paesaggio Umano, dove l’umanità era splendidamente rappresentata dagli amici e compagni di viaggio della Fondazione Cesare Pavese e dell’esperienza di “twitteratura” sui Dialoghi con Leucò, di Cesare Pavese. Da un esperimento su twitter, durato tre mesi è nato un evento mediatico senza precedenti. Per mesi abbiamo “riscritto e destrutturato” quest’opera di Pavese, 140 caratteri alla volta più volte al giorno, con la formula 3 giorni=1 dialogo, guidati da un Olimpo di Titani e supervisionati dal gruppo organizzatore dell’iniziativa, cuore e anima di quest’onda creativa. Pierluigi Vaccaneo, Paolo Costa, Hassan Bogdan Pautàs e, a distanza, Antonio Prenna, ci hanno radunati tutti, leucocite e leucociti malati di nostalgia per i tweet quotidiani lanciati nel web come biglie impazzite e raccolti in libricini arrotolati, come i messaggi in bottiglia.

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Comemusica, Sonoladebby, Iuri Moscardi, Luisanna Ardu, Fanny Stravato, Marco Stancati, Soloviolaepunto, questi sono solo alcuni dei ragazzi e ragazze che ho incontrato e abbracciato (ragazzi sì, perché non c’è un’età per giocare). E con loro sarà bello provare a riscrivere, da giugno in poi, gli “Scritti Corsari” di Pierpaolo Pasolini. Un’altra twitteratura tra poco avrà inizio.

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Da #Leucò a #ScrittiCorsari - La "Twitteratura"

Da #Leucò a #ScrittiCorsari – La “Twitteratura”

Il mio viaggio al Salone del Libro di Torino edizione 2013 volge al termine. Devo ringraziare due persone speciali, perché in qualche modo mi sono accanto nei miei vagheggi letterari e perché c’erano, anche loro, e mi hanno fatto compagnia: Saverio Simonelli e Daniele Bergesio. Ci raccogliamo periodicamente su Inoltre, uno splendido blog collettivo, una palestra espressiva che in pochi mesi ne ha fatta di strada.

Mentre il treno si avvicina a Roma ripenso al sole che mi ha salutata stamattina, il sole di Torino, che ritrovo anche qui, a casa e ripenso al motivo per cui quest’anno ho voluto partecipare a questa manifestazione: c’era il mio libro lì, dovevo accompagnarlo. E il modo migliore per terminare questo viaggio nella magia del libro è stato ricevere, come ultimo messaggio entrando in stazione, quello di una lettrice che mi ha scritto: “Passata allo stand per comprare Nata in una casa di donne.Esaurito”. Grazie.

Nata in una casa di donne al Salone del Libro di Torino 2013

Nata in una casa di donne al Salone del Libro di Torino 2013

Il sesto senso

Immagine presa da qui

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A volte lo sentiamo come un campanello, quello delle biciclette, che trilla in lontananza. Altre volte come un soffio di vento improvviso, gelido. Sempre in ogni caso avvertiamo un senso di vuoto improvviso, il cuore che cede un battito al nulla. È il sesto senso che si mette in moto, un dono e una dannazione. E non c’è donna che a un certo punto della vita non lo percepisca, forte. Se dice di no, mente. Io non so perché ci ritroviamo con queste antenne in più, ammennicoli a volte ingombranti, altre volte salvifici.

Certo è che la beata ignoranza fa vivere meglio, con più leggerezza. La consapevolezza ti obbliga a tenerli sempre aperti gli occhi, non puoi far finta di non sapere. E così il dispiacere, o il dolore a volte, arrivano un attimo prima. Una sensazione sgradevole che qualcosa non va, non è al posto giusto. Il fatto straordinario è che il più delle volte si sa anche da dove arriverà questo “qualcosa”. O da chi. Mi è capitato spesso, così, senza una ragione apparente, di fare “quella” domanda, “quella” affermazione. Parole ispirate da un bisogno impellente e profondo. Non ho mai sbagliato. Il sesto senso svela le menzogne, i segreti, le variazioni dei sentimenti. E allora succede che quel colpo al cuore che hai sentito non è altro che l’annuncio di un legame che si è incrinato, spezzato, contaminato.

Così si scoprono i tradimenti, a volte prima ancora che accadano, prima ancora che lui ne prenda coscienza. Gli uomini la chiamano sensibilità femminile. Io credo che invece conserviamo ancora, nelle nostre cellule, il retaggio della nostra natura. In fondo un po’ sciamane lo siamo.

Nuvola madre, nuvola figlia

 

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Picchiava dannatamente in fretta su quei tasti, con le sue minuscole dita. < Corri Mariè, sbrigati, che fuori piove!> E Marietta volava, e le parole prendevano forma sulle pagine virtuali dello schermo. Aveva dodici anni di vita in corpo e cento nel cuore, per tutte le storie racchiuse che volevano uscire.

L’Internet point chiudeva immancabilmente con lei. Ogni sera. E lei salvava i file in una cartella protetta, salutava il pc con un bacio e andava via, a raccogliere altre parole da trascrivere la sera dopo. Si trascinava fino alla stazione, scendeva nel sottopassaggio, e si raggomitolava nel suo giacchino di jeans, la testa tra le gambe, per dormire. Nessuno lo sapeva che andava lì, nessuno conosceva la sua di storia. Ma poi che importanza aveva? Quelle che raccontava erano immensamente più belle, straordinarie, erano storie felici.

<Ma tua madre Mariè non ti dice niente? Stai sempre qui di pomeriggio. E i compiti non li fai?> La proprietaria dell’Internet point era una mamma, e si preoccupava di quella bimba così gentile e taciturna. “Mia madre. Mia madre non so più dov’è da molto tempo. L’ho cercata tanto. Chissà, magari un giorno leggerà le mie storie e verrà lei a cercare me.” pensava Marietta. Era brava col pc la bambina. Aveva imparato a usarlo all’istituto da cui era fuggita mesi prima, quando aveva avuto fame d’amore, quando aveva avuto voglia di un abbraccio vero. Ma la strada è crudele. Si cresce in fretta per strada. E Marietta aveva indossato una corazza, per difendersi. Solo nella rete liberava il cuore.

Pioveva davvero tanto quella sera. Non c’era modo di scaldarsi, neppure se si faceva piccola piccola dentro di sé, neppure se si stringeva le gambe fino a farsi male. Il freddo pungente e bagnato penetrava la stoffa, graffiava la pelle, ammollava le ossa. E poi tutta quell’acqua che scendeva giù, dalle scale del sottopassaggio. Marietta cercò un angolo, più riparato possibile, e ascoltò per minuti che parvero ore il rumore dei suoi denti che battevano al ritmo della pioggia, che era come il ritmo del suo cuore. E si addormentò.

La signora dell’Internet point si stupì di non vedere la bambina quel pomeriggio. Ormai era diventata una presenza abituale. Più e più volte si affacciò dall’ingresso per scrutare i passanti, per vederla arrivare. Nulla. Il ragazzo del bar aveva lasciato accesa la postazione di Marietta e fu istintivo per lei darci un’occhiata. Eccola la cartella della bambina. Ci voleva la password per aprirla e digitò “mariè” più per scrupolo che per reale convinzione. Funzionava. Pagine e pagine di racconti scorrevano davanti ai suoi occhi stupiti e lei leggeva, con il cuore stretto nella morsa colpevole di chi viola un segreto ben riposto. C’erano mondi incantati lì dentro, e c’era una storia d’amore grande. Quello di una figlia che cerca una madre e che l’attira a sé con l’unica sua ricchezza: le parole.

Le vedi lassù le nuvole gemelle?

Gonfie di bianco latteo, come mammelle

Una che nutre l’altra, che si riempie

Amor di vento e pioggia giù che scende.

Ma il vento soffia  e porta via lontano

Nuvola madre che si strappa il seno

Nuvola figlia segue un nuovo volo

E un altro giorno porterà il suo dono.

C’è magia nella poesia di una bimba, magia potente. La signora pianse mentre capiva, mentre apprendeva l’amara verità. Corse fuori a cercare tra la gente, qualcuno, qualcosa che potesse darle tracce di Mariè. Cercò per le strade, nei portoni, dietro muri scrostati e giunse infine alla stazione dei treni. C’era folla laggiù, e un’ambulanza, e polizia, e nonostante tutto un desolato silenzio. Si affacciò sopra spalle e teste per guardare, lo stomaco in gola, il cuore altrove. <L’hanno trovata per caso. Pareva un fagotto di stracci. Ipotermia. Non sanno se ce la farà.> Mariè…Mariè! La donna si fece largo e guardò quel gomitolo di colori slavati che pure parevano brillanti sul biancore della lettiga. Tese la mano per spostare i capelli dal volto, si avvicinò, testa contro testa, e l’abbracciò. < Il vento mi ha portato le tue parole nuvola figlia.> E Marietta, in quell’abbraccio, sorrise.

 

Partorire è roba di donne

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A costo di attirarmi gli strali di tutte le donne che hanno lottato per cambiare le cose e di tutti gli uomini che a questo si sono dovuti adeguare (e non dico “dovuti” a caso), credo che un uomo non dovrebbe mai assistere al parto della sua donna. Sono tutte cazzate quelle che dicono, sulla condivisione, sul momento gioioso. Il parto è una cosa che riguarda solo la donna, e non c’è niente di femminile, è puro istinto. Una donna si lascia andare completamente, deve farlo, è un animale che figlia, tutto qua. E tutta la sensualità dell’atto d’amore si perde, finisce. È un momento brutale e atavico che appartiene alla donna e basta, e di questo sono molto molto sicura.

Ho parlato di questo qualche giorno fa con un amico, e questo è testualmente il mio intervento alla conversazione. Capisco la sorpresa di un uomo a sentirsi dire questo, così come ne comprendo il sollievo. Questa generazione (forse queste ultime due o tre) di uomini si è sentita schiacciata dall’inadeguatezza davanti al nuovo modello di condivisione di coppia che andava formandosi con l’avvento del femminismo, e una donna che oggi, nel 2013, afferma una cosa simile, è come se d’un tratto lavasse via tutti i sensi di colpa accumulati perché, diciamolo, non è affatto naturale che un uomo assista al parto della sua donna. No, non sono anacronistica, qui c’è poco da essere moderni o all’avanguardia. E non sto certo dicendo che un uomo non possa assistere a un parto in generale. Altrimenti che fine farebbero tutti i ginecologi, gli ostetrici, e via dicendo? Io dico che un UOMO non deve assistere la SUA donna. È diverso. Io ne ho avuti due di figli e, sebbene l’esperienza sia stata unica, esaltante, meravigliosa, me la ricordo bene in tutta la sua potenza distruttiva e creatrice. Sono molte le cose che si distruggono quando si partorisce, tante quante quelle che rinascono. Chi ha avuto almeno un figlio lo sa. Chi ancora non ne ha avuti, dovrebbe immaginarlo.

Noi lo sappiamo bene, noi donne intendo, quella magia che si crea col nostro uomo quando ci incontriamo, facciamo l’amore, ci spogliamo in tutti i sensi davanti a lui. È il rito del piacere condiviso che si consuma in quel letto, tra quelle lenzuola. Noi permettiamo di infrangere un segreto, il luogo misterioso della vita, e doniamo e ci doniamo quell’intensa e inimmaginabile esperienza dell’esplorazione dell’ignoto, in cui ci perdiamo, con la ragione e coi sensi. È tutto così sublime nell’atto dell’amore. E noi sappiamo bene anche quanto ci piace preservare a lungo, per sempre se possibile, quella sensazione di potere, perché, diciamolo, quel piacere unico, irripetibile, dato dall’amore che riceve amore, possiamo trasmetterlo solo noi.

E ci prepariamo per questo. Il rito primario, fatto di gesti sensuali, attesa, seduzione, fa sì che il nostro uomo resti incantato davanti al dono della nostra femminilità. Poi accade. Accade che la vita si riproduca. Il mistero più grande, e noi ne siamo le custodi. Se madre natura avesse voluto rendere partecipe anche l’uomo lo avrebbe reso genitore in senso lato, colui che genera. Gli avrebbe dato gli strumenti per capire. Invece no, perché partorire è roba di donne. Le donne sanno cosa accade, lo sentono, sono nate con questa consapevolezza. E non vogliono che il loro uomo veda. Il corpo di una donna si trasforma. Il dolore di questa trasformazione non ha nulla di razionale, e non c’è controllo che tenga. È la natura che segue il suo corso, come accade per tutte le femmine di tutte le specie animali, è il suo trionfo. La vita per nascere ha bisogno di urlare e tutto intorno ad essa si adegua. Non ci sono gesti di dolcezza, non c’è il tempo. La nascita è urgenza, è prepotenza, e solo una guerriera naturale può esserne la protagonista. La donna.

Le femministe mi perdoneranno. Tutte quelle proteste della serie “l’utero è mio e lo gestisco io” che le hanno portate a volere e avere i compagni in sala parto, per me, sono solo sciocchezze. Io mi sono tenuta la libertà di essere femmina. Voglio lasciare all’uomo la meraviglia del mistero.

 

L’Arte è una parola declinata al femminile

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Quando le donne si incontrano è sempre una festa speciale. Come è accaduto il 28 aprile a Montefiore Conca, un borgo stupendo sulle colline romagnole, da cui ti affacci su valli dove la terra è generosa, e se spingi lo sguardo un po’ più in là, verso l’orizzonte, incontri il mare Adriatico. Al Teatro Malatesta, proprio dentro la Rocca, si è svolto l’evento Donna in fiore, organizzato da Maggie van der Toorn, un’olandese adottata da questa splendida terra che qui in questi luoghi esprime il suo cuore e la sua professionalità. Ne è venuta tanta di gente, e trattandosi di un evento culturale, di domenica, con un ponte di mezzo, devo dire che è stato ancora più bello. Grazie a tutti.

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Maggie ci ha raccontato la sua visione della vita, il suo rapporto con essa, che si percepisce tutto nei delicati racconti della sua raccolta, di prossima pubblicazione, dal titolo Scintille. Guidate da un gentilissimo e affabile Giovanni Cioria, conduttore e giornalista, che ben si è integrato in quel piccolo universo femminile che stavamo rappresentando, una ad una abbiamo presentato al pubblico quel profumo particolare che una donna esprime quando incontra l’Arte. Io ho letto tre brani da Nata in una casa di donne. Li ho letti io, contravvenendo alla mia regola che “mai uno scrittore deve leggere in pubblico i suoi scritti”. L’ho fatto per sentire io per prima l’emozione e trasmetterla, intatta e potente, al pubblico che ascoltava.

Con curiosità e ammirazione ho ascoltato le poesie in dialetto di Annalisa Teodorani. Essere in Romagna e gustarne attraverso la lingua il sapore ricco, pepato, condito con la saggezza antica di una terra che è madre e figlia, femmina ricca e piena, è stato un piacere autentico.

Il talento giovane si è espresso con la voce di una quindicenne, Samantha Faina, promessa della lirica, che ci ha deliziati con il canto di alcune arie, e con le improvvisazioni di danza di Elisa Tamagnini, un’autentica forza della natura, artista in ogni singola fibra del suo corpo, padrona del palco.

E poi Antonietta Righetti, una pittrice sensibile e intuitiva, che dipinge con le mani, con le dita, coi pennelli e che ci ha regalato uno splendido Mandala, creato in diretta per noi.

Diego Gasperi ci ha accompagnate in questo viaggio al femminile con le note del suo pianoforte, note delicate, note prorompenti, la giusta punteggiatura ai nostri discorsi.

Fin qui la cronaca e il giusto omaggio. Ma quanto è bello ritrovarsi tutti, protagonisti e pubblico, su una piazzetta che guarda il mare lontano, al tramonto, a gustare l’arte sapiente delle donne del Buonpastore! Si chiacchiera, ci si conosce, si stringono legacci di umana condivisione, consistenti, densi, perché l’Arte è svelamento di sé, e quando ci si mette così a nudo si è sempre premiati.

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Se l’Arte è donna, la Romagna è il suo ombelico e domenica, a Montefiore Conca, questa espressione di  femminilità si è manifestata nella sua veste migliore. Resta per me un ricordo straordinario, il sapore unico di incontri che mi rendono sicuramente più ricca, il piacere di aver trovato un luogo in cui la gente, tutta, ti stringe ad ogni passo in un caloroso abbraccio.

Ma un libro, in fondo, cos’è? #Libro

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Ma un libro in fondo cos’è? Me lo domandavo prima, da lettrice curiosa, quando provavo a immaginare tutto ciò che c’era dietro al lavoro di scrittura. Me lo domando adesso che a scrivere sono io.
Analizziamo le diverse risposte possibili.

  1. È un’opera dell’ingegno. Così dovrebbe essere almeno, l’espressione fisica e tangibile di un talento.
  2. È un bisogno di emergere. Così è per molti, gli invisibili, quelli che per volontà propria o per carenze di altro genere sono relegati ai margini (della società reale o virtuale?).
  3. È una necessità. Quella di esprimersi in modo diverso a volte. Quella di trovare condivisioni altre. Spesso è la necessità di combattere le proprie solitudini, di esorcizzarle.
  4. È il desiderio di esprimere un concetto, un pensiero. Come se scrivendolo questo possa acquisire forza, autorevolezza. Verba volant, scripta manent.
  5. È un’operazione commerciale. Eh sì, può essere anche questo. Penso a tutti quei libri pubblicati al solo scopo di fare cassetta, che si tratti di autori (?) o case editrici.

Sono solo alcuni degli esempi possibili. Credo che quando avrò terminato questo articolo me ne verranno in mente almeno altrettanti, e lo stesso varrà per chi mi legge.
Il problema è che noi tutti scriviamo, sempre. Abbiamo cominciato quando, ancora infanti e puri, ci hanno raccontato la meraviglia delle parole, che non sono solo da dire. Abbiamo imparato la scrittura assieme alla lettura. Che magia! Ancora lo ricordo quel primo momento della comprensione. Nel tempo poi si perde quello stupore, e scrivere, come leggere, diventa una routine, una capacità acquisita, come mangiare, bere, respirare.
Ecco, credo che lo scrittore, quello vero, conservi intatto lo stupore del bambino. E allora il suo libro è il suo mondo incantato, quello in cui tutto può avvenire, e la scrittura è solo il mezzo con cui tutti gli altri possono decifrarne i simboli e ritrovare, magari, la meraviglia che un giorno lontano li aveva appassionati.
Mettiamola così. Un libro è l’incontro di due mondi, quello dello scrittore e quello del lettore, che in quello spazio neutrale, tra quelle pagine che prima erano bianche, ritrovano la loro dimensione congiunta e fantastica. Un libro è un bambino che sogna.