I libri e il web. Come presentare un eBook?

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Prendo spunto da un articolo recentemente apparso sul sito di una casa editrice, Zandegù. Il titolo è “Perché non faremo più presentazioni di libri”, che già di per sé pare una provocazione. Le motivazioni addotte sono sicuramente valide, almeno dal loro punto di vista: eventi spesso deserti, vendite poco o nulla del tutto, costi mai recuperati per spostamenti e logistica. Stiamo parlando di autori magari non conosciutissimi, magari non affermatissimi, autori che, quindi, non hanno ancora una schiera di estimatori su tutto il territorio nazionale, pronta a spostarsi per seguire il proprio beniamino. Autori emergenti, insomma. Il fatto è che il fenomeno delle presentazioni semi deserte non riguarda solo questi scrittori. Mi è capitato di partecipare davvero a moltissimi eventi del genere e, tranne alcuni casi in cui il “nome” tirava come le mosche al miele, spesso c’era poca partecipazione. I numeri citati nell’articolo sono perlopiù corretti, nel senso che si va dalle 20/30 persone alle 50/60, ed è già un grande successo. Io mi sono attestata, qualche volta, a metà strada tra le due cifre, e si trattava sempre della “prima” uscita del romanzo. Ma è anche capitato di avere una decina di persone presenti. E si fa lo stesso, con modalità diverse magari, con un rapporto più intimo tra scrittore e lettore, ma la presentazione non si può annullare, per rispetto di chi è venuto, per rispetto del lavoro svolto. (Leggete qui alcuni suggerimenti per una presentazione pubblicati da Vibrisse)

Ma allora dov’è lo sbaglio? Cosa non va in questo particolare metodo di promozione del libro? C’è stata una piccola discussione sui social network su questo argomento, ma andiamo per gradi. Perché, alla fine dell’articolo, la CE Zandegù si pone il problema di come promuovere un eBook, quindi un libro digitale, impalpabile, senza un corpo ma con un’anima meritevole di essere conosciuta. Dicevo andiamo per gradi perché la cosa più insensata, secondo me, è pensare che le presentazioni servano per vendere libri. Oddio, certo che si vendono anche libri – specie se la presentazione si fa in libreria – ma, se non si esce dal tunnel della vendita ad ogni costo, probabilmente le presentazioni andranno sempre più deserte, perché i lettori si sentono come intrappolati quando partecipano, obbligati all’acquisto, costretti all’ascolto passivo a volte con tanto di spoiler. Ecco perché una presentazione dovrebbe essere solo un momento di aggregazione, di spettacolo, cosa che stanno mettendo in pratica diversi librai, un po’ folli e molto appassionati, ma che hanno capito che le presentazioni concepite come una volta non funzionano più. Ovviamente la piccola o media casa editrice XYZ che ora mi sta leggendo protesterà, perché ha bisogno di vendere libri, perché la distribuzione costa troppo e quindi le presentazioni servono per fare cassa, perché “pubblicare autori emergenti comporta il coinvolgimento degli stessi alla promozione del loro libro, e sono loro che dovrebbero attrarre pubblico (???)”. Chiariamoci, editori cari, noi siamo scrittori e scriviamo, voi siete imprenditori e vendete. Poi va da sé che ci lasciamo coinvolgere, che strombazziamo a destra e a manca la pubblicazione del nostro libro e relativa conseguente presentazione. Tutto questo è logico, in un sistema di reciproco aiuto, purché l’equazione non sia invertita. Io, autore, non posso sentirmi in colpa se alla presentazione del mio libro vengono solo dieci persone: qualcosa non ha funzionato, e non può essere il mio romanzo che ancora nessuno conosce… Suggerisco quindi ai piccoli e medi editori, come già fatto in post precedenti, di concentrare i loro sforzi economici su altri fronti, che vanno da un ufficio stampa adeguato a social media marketing fatto come si deve, a richieste di recensioni e articoli sui media classici, etc etc etc. Ma che ve lo devo dire io?

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Noi autori Indie lo sappiamo bene quanto sia difficile promuovere il proprio libro ma, se ci affidiamo a una casa editrice, è proprio per poterci dedicare ad altro. Scrivere, per esempio. Diverso è il caso in cui si tratta della pubblicazione di un eBook. E anche qui i selfpublisher, gli autori indipendenti, hanno sperimentato sulla propria pelle quanto sia complicato presentarli. Non si può andare in libreria, perché i librai, per ovvie ragioni, non vedono proprio di buon occhio il libro digitale. Anzi, come tutti, non lo vedono affatto perché, fisicamente, non c’è. Si può pensare ad altre location: teatri, caffè letterari, pub, ristoranti addirittura. Ma allora non si potranno più concepire presentazioni classiche, con l’autore e il relatore in cattedra a parlare, parlare, parlare… sì, ci potrà anche essere qualche intervallo musicale, ma diciamolo, che noia! Una volta ho pensato a una “messa in scena”. Volevo presentare “Quella volta che sono morta” e l’ho fatto in una specie di teatro, nel cuore di Roma, con la recitazione vera e propria di alcuni brani. Poca gente (era San Valentino), qualcuno ha anche prenotato e successivamente acquistato l’ebook ma, considerando che lo stesso aveva un costo di 1 €, mi dite voi quanto ne possa essere valsa la pena? In quel momento ho capito che, udite udite, un libro virtuale può essere promosso solo con mezzi virtuali. Poi, magari, ci si può incontrare di persona per parlarne, dopo che è stato letto, davanti a una pizza o in una biblioteca, in un contesto diverso (pensare ad una conferenza sulle tematiche trattate, ad esempio, e con altri “attori” partecipanti, potrebbe essere una buona soluzione) da quello strettamente legato ai libri. Resta il fatto che un eBook ha solo l’anima, e per farla conoscere e apprezzare al pubblico lettore, l’anima di chi lo ha scritto deve essere molto più luminosa. E le cose sono due: o l’editore ci crede e si preoccupa di fare il suo mestiere di imprenditore, o è meglio che non lo pubblichi affatto. E per l’autore vale lo stesso discorso, che si tratti di self o di Indie: o hai un’anima più luminosa del tuo stesso libro, capace di attrarre lettori sulla fiducia, o lascia perdere. Non è mai morto nessuno per non aver pubblicato un libro.

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I libri e il web. Come raggiungere il proprio pubblico di riferimento? I generi letterari.

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Trovare il proprio pubblico di riferimento, il proprio target, per dirlo in termini adatti al marketing. Ma che brutta cosa. Cerchiamo di capirci: non è brutto trovare il proprio pubblico di riferimento, è brutto dover fare la fatica di cercarlo. Perché, come è intuitivo, uno scrittore vorrebbe che fosse la sua casa editrice a svolgere questo compitino. E se si tratta di un selfpublisher? E se si tratta di un Indie? Va bene, se hai voluto la bicicletta devi anche pedalare, vero, ma questo non significa che sia facile o piacevole.

Dopo tutti gli articoli che ho scritto su come farsi conoscere attraverso il web, sugli strumenti utili per un autore Indie 2.0, dopo aver confezionato addirittura una guida, ecco qui la questione più importante. Sì, perché alla fine, in quella rete enorme e eterogenea di lettori che, casualmente o volutamente, incontriamo nel nostro cammino, dobbiamo scegliere quali pesciolini sono più adatti al nostro banchetto. Sembra brutto definire i lettori dei pesciolini che abboccano all’amo o si fanno catturare dalla nostra rete, pare quasi un inganno. Ma nel mondo delle metafore questa è la meno peggio. Tutti ci facciamo irretire da qualcosa, anche quando siamo convinti di operare una scelta individuale. C’è sempre qualcuno che è in grado di sollecitare un nostro lato edonistico e di spingerci in una direzione piuttosto che in un’altra. Ma lasciamo la filosofia ai filosofi. Parliamo di cose serie.

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Per trovare il nostro pubblico dobbiamo sapere che genere di storie scriviamo.
Questo è il punto essenziale. Io invidio tantissimo gli autori di thriller, noir, fantascienza, fantasy, young adult, erotico, narrativa rosa. Loro sanno benissimo qual è il genere che trattano, non ci sono dubbi in proposito. E il “mercato editoriale” è ben strutturato per ricevere le loro proposte, perché è più facile incanalare le risorse (pubblicitarie, economiche) in una direzione ben precisa sapendo che, se il prodotto è buono, si otterrano dei risultati, piuttosto che seminare in uno spazio e tempo indefiniti sperando che qualcosa accada. Questo è quanto accade con la narrativa generale. Mai termine poteva essere più disarmante. Davvero, se fossi un direttore di marketing e mi trovassi davanti a un prodotto così generico, alzerei le mani. Eppure io scrivo romanzi di narrativa generale, e come me molti altri. Ma allora che fare?

Bisogna scavare.
Chi scrive narrativa generale ha pochi limiti nella narrazione. Non ci sono cose tecniche e mondi futuri da inventare (fantascienza), né indagini verosimili da portare avanti e che abbiano un senso (thriller, noir). Non ci sono nomi, esseri strani, riti da rispettare e leggende (fantasy), né posizioni fantasiose in situazioni assurde da descrivere (erotico). Per non parlare di principi azzurri in scenari da favola o di giovani eroi alla conquista del mondo. Niente di tutto questo ma anche tutto questo. Nel senso che una storia di narrativa generale può contenere tutto, come un minestrone, e risultare credibile. Bisogna saperlo fare, però. Nessuno ci vieta di far incontrare al nostro protagonista, in una sera d’estate ai Tropici, con una luna grande che si specchia nel mare, una donna misteriosa, che magari compie antichi rituali e che, in un momento topico ed eccitante, aiuta il nostro eroe a trovare le risposte della sua vita. Che storia banale… Ecco, bisogna evitare di fare questo mix pasticciato, perché non ci aiuterà a trovare più lettori. Probabilmente li farà fuggire a gambe levate. Scrivere solo ciò di cui si ha competenza. Altrimenti si può sempre andare a coltivare pomodori, che nessuno ci ha ordinato di fare gli scrittori mediocri.

Chi scrive narrativa generale sa benissimo che, all’interno della sua storia, c’è di più di un semplice racconto. A volte c’è storia (per la collocazione temporale, per l’arco narrativo), a volte c’è crescita individuale (formazione), altre volte c’è denuncia (fatti di cronaca, rivolte sociali), altre ancora c’è il ricordo (i memoir sono stupendi, purché non siano autobiografie di perfetti sconosciuti). Insomma, sono davvero tantissimi gli ambiti in cui si può spaziare, quindi cerchiamoli. Quando mettiamo il punto finale alla nostra storia, abbiamo il dovere di sezionare il testo alla ricerca del messaggio più importante che abbiamo voluto inviare. Perché un messaggio c’è sempre, che ne siamo consapevoli o no. Una volta che lo abbiamo trovato, una volta che abbiamo deciso quale sia il più importante, allora possiamo anche targettizzare il nostro romanzo (immagino le smorfie di orrore che molti di voi avranno fatto). Sì, non è una brutta malattia. Dobbiamo dare un nome e cognome al nostro libro se vogliamo che sia trovato all’anagrafe scrittoria. Quindi:

  • Se è prevalente l’ambientazione storica, che sia lontana o un po’ più recente, avremo scritto un romanzo storico.
  • Se è prevalente la crescita interiore dei protagonisti, le relazioni interpersonali, la presa di coscienza, avremo scritto un romanzo di formazione.
  • Se raccontiamo fatti passati realmente accaduti che riteniamo debbano essere conosciuti, avremo scritto un memoir.
  • Se è prevalente la narrazione di fatti e situazioni attuali, che traggano spunto dalla cronaca o dalla realtà socio economica, avremo scritto un romanzo di narrativa contemporanea.

Insomma, sono tante le derive possibili, basta cercarle e avremo dato un “genere” al nostro libro. Ho detto al libro, non a noi come scrittori. Credo che, in linea generale, uno scrittore di fantascienza scriverà sempre fantascienza, come uno di thriller scriverà sempre thriller, e così via. Si tratta di specialisti nati, difficile far loro sperimentare altro. I generalisti sono più fortunati. Loro possono pescare ovunque, di volta in volta, e risultare credibili lo stesso. Per questo il “genere” non può essere affibbiato a loro come autori.

Forse solo nella letteratura sudamericana troviamo una categoria di autori che, pur scrivendo narrativa generale, quindi di fatto indefinibili, sono stati invece definiti. Sono i “visionari” come Marquez, la Allende, coloro che hanno inventato un genere tipico e assolutamente irripetibile in cui troviamo la cronaca, il misticismo, la formazione, la storia, la denuncia, il noir, il fantasy, tutto insomma. Che meraviglia! Quanto daremmo per poter inventare qualcosa di simile anche noi?

Rivolgiamoci al nostro pubblico.
Per ora e prima di diventare dei possibili premi Nobel per la letteratura, limitiamoci a scrivere belle storie e a proporle a quel pubblico che abbiamo individuato. Magari di nicchia, ma va bene. Se abbiamo scritto qualcosa di davvero interessante, sarà una nicchia che non ci abbandonerà. Rivolgiamoci a loro, immaginiamo di averli davanti e, come un inventore con il suo marchingegno, di spiegare con parole comprensibili cosa abbiamo voluto raccontare e perché. Se riusciremo a fare questo (nel chiuso della nostra stanza, davanti a uno specchio, insomma da soli), se riusciremo a convincere questo pubblico immaginario, allora sarà il momento di scrivere quelle parole pensate. Sarà il nostro “spot”, la nostra presentazione ufficiale. Non la sinossi, non il riassunto del romanzo per una casa editrice. Dovremo essere in grado di incuriosire senza svelare nulla, di attrarre senza circuire. Come? Beh, siamo scrittori, no?

 

I libri e il web: la guida è servita.

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Ci ho pensato e ripensato. Poi qualcuno mi ha scritto e mi ha chiesto: “Perché non pubblichi una guida?”. Mi sono detta che in fondo, dopo tanto scrivere sul blog di questi argomenti noiosi, la promozione sul web, i tools gratuiti sul web, le azioni social sul web, tanto valeva confezionarlo davvero un eBook. Al mio gentile interlocutore ho però fatto una domanda importante: “Se io la pubblico, tu la compreresti?”. Ha risposto di sì. E allora l’ho fatto. E l’ho anche messa in vendita! Ti piace la cover?

Per te che mi stai leggendo, però, c’è la possibilità di averla gratis se ti iscrivi al mio Circolo Letterario. Clicca qui e il gioco è fatto. Questo è solo uno dei privilegi di appartenere a questa ristretta cerchia di amici.

Come tutte le guide, anche questa sarà in continuo aggiornamento. Lo farò sul blog e poi, se me la sentirò, se ci sarà richiesta, se qualcuno mi invierà un’altra email con suggerimenti strani, ne pubblicherò un’altra. E poi un’altra ancora… e poi anche un nuovo romanzo, magari.

Non aspettarti la soluzione a tutto quanto sia possibile fare sul web per un autore Indie. Io non sono un tecnico, non sono uno specialista. Sono una scrittrice che sperimenta ogni giorno e, come te, vorrei che tutto fosse più semplice e più lento, come quando mi siedo davanti allo schermo bianco del pc e comincio a raccontare una storia, e mi prendo il tempo necessario. Nel mondo virtuale non è possibile, tutto corre a una velocità pazzesca, per questo è importante condividere ciò che si fa, compresi gli errori, per evitare di regalare tempo prezioso a qualcosa che prezioso non è. A questo serve questa guida, a regalarti tempo. Fanne buon uso.

I libri nel web. Come aumentare la propria audience? Gli autori Indie e le traduzioni.

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Avete idea di quanti libri si pubblichino in Italia ogni giorno? No, non voglio tediarvi con statistiche e numeri, però è risaputo ormai che la tendenza, dal 2010, è di un notevole incremento dell’offerta (si parla di una media di 164 titoli AL GIORNO, esclusi i selfpublisher) e di un notevolissimo decremento della domanda (i lettori forti sono circa il 15% dei lettori italiani, e leggono mediamente 12 libri l’anno). Questi numeri sono talmente sballati che fanno venire l’angoscia anche senza analizzarli. Quante speranze abbiamo che il nostro libro venga letto da un vasto pubblico? E di vivere di scrittura? Diciamo che la risposta alla seconda domanda è, al momento, utopistica.

Ma allora, come possiamo allargare la nostra audience?

Questo non significa necessariamente diventare ricchi coi nostri libri. Certo non dispiacerebbe a nessuno vendere decine di migliaia di copie, ma l’Italia questa è, non si può allargare e, finché il mercato editoriale non cambia drasticamente, con una selezione netta e “cattiva” di ciò che si pubblica, i lettori forti resteranno quello zoccolo duro di cui ho parlato prima mentre i lettori deboli, quelli che fanno massa e che comprano almeno a Natale e prima delle vacanze (se poi leggano non è dato sapere) tenderanno a diminuire sempre di più sostituendo l’oggetto libro con altri beni di facile consumo. Che brutta cosa… eppure è così, dobbiamo farcene una ragione. Il libro è da molti, anche dagli editori mainstream, considerato un oggetto, merce, prodotto su cui lucrare. Questo è il mercato, cari miei! Sarebbe auspicabile un incremento dei lettori forti, e che questi stessi riuscissero almeno a raddoppiare il numero di libri letti mediamente in un anno, ma questo lieto fine appartiene, almeno per ora, alla fantascienza.

Quindi l’Italia è fuori dai giochi, in merito all’audience. Siamo fortunati se riusciamo a distribuire le nostre 1000 copie di carta (fortunatissimi!) e altrettante digitali, mettendo in pratica molte, se non tutte, le strategie di cui ho parlato nei post precedenti ed altre che vi racconterò. Io sono giunta alla conclusione che c’è tutto un mondo intorno, un mondo di lettori, milioni di persone affamate di parole scritte, che non attendono altro che di poter leggere il mio libro. Un sogno? E perché? Inglesi, americani, spagnoli, sudamericani, francesi, tedeschi, portoghesi, e questo solo per restare nell’ambito delle lingue occidentali, sono tantissimi potenziali lettori, quindi perché non provare a inserirsi nel loro mercato editoriale? Poi, magari, affronteremo anche la Cina e tutto l’est del mondo, ma quella è un’altra storia…

Tradurre il proprio libro, questa è la chiave.

In occasione della prossima pubblicazione di The day I died ho deciso di regalare ai miei lettori, solo per una settimana, la versione originale in italiano del libro. Puoi richiedere QUI la tua copia di “Quella volta che sono morta”, iscrivendoti al mio Circolo Letterario (dimostrami di essere un fedele lettore…). cover_quellavolta_1

Ora, è molto difficile che un editore italiano, piccolo o medio che sia, decida di far tradurre il romanzo di un autore esordiente o emergente e di affrontare da solo il mercato estero. In genere si affida a un agente letterario e cede i diritti di pubblicazione all’editore di un altro paese che si occuperà di tutto il resto. E questo mi pare anche normale, considerando la crisi che c’è. Un autore che invece è proprietario dei diritti sul suo lavoro, – perché è self, perché è scaduto il contratto, perché sono fatti suoi – un autore Indie insomma, ha la possibilità di fare come meglio crede. Io ho tradotto una prima volta un mio romanzo, Colui che ritorna, in spagnolo. Mi sono rivolta ad una amica madrelingua che ha fatto un ottimo lavoro, ma dal punto di vista della promozione non è stata di grande aiuto. Quindi ho deciso di passare alla lingua inglese. Il motivo mi pare ovvio: quante persone al mondo leggono, parlano e scrivono in inglese? Tante, tantissime, quindi è giusto che anche loro abbiano l’opportunità di leggere i miei romanzi!

Ma un traduttore professionale costa…

Certo che costa, il lavoro si paga. E un traduttore non è semplicemente colui che traghetta le parole da una lingua all’altra: un traduttore è un interprete, un co-autore, un riscrittore che dona una voce e un suono nuovi alle parole originali da noi scritte. Quindi va pagato. Ma come, considerando gli scarsi mezzi a disposizione di un autore Indie? C’è il web. Ci sono i social network. Sicuramente è possibile trovare traduttori disponibili a prezzi ragionevoli… Oppure oggi c’è Babelcube. In questo mercato linguistico virtuale si incontrano ogni giorno migliaia di attori: editori, scrittori, liberi professionisti, aziende, studenti e, ovviamente, traduttori. Qui è possibile far tradurre il proprio libro a costo zero. Qui è possibile scegliere il traduttore che più ci piace (in base al profilo, alle recensioni, alle sue traduzioni precedenti, alla faccia simpatica), proporgli di collaborare, testarlo, lavorare insieme alla traduzione – perché un traduttore non si lascia mai da solo col nostro libro. Ricordate? Anche lui è un autore… Scherzo, ma è importante stargli accanto. – studiare insieme le strategie promozionali, e poi, alla fine di tutto, ci pensa Babelcube. Loro sono gli editori, in pratica. Distribuiscono il libro sul mercato più pertinente (Amazon, Barnes and Nobles, Apple, tutti gli store online più adatti alla lingua di traduzione), forniscono un dettagliato report mensile sulle vendite sia all’autore che al traduttore, si trattengono il 15% sul prezzo di copertina e distribuiscono le royalty in base al contratto firmato all’inizio di tutta la faccenda. Perché si firma un contratto a tre, e dura cinque anni. Un vero contratto editoriale che stabilisce chi fa cosa, quali sono le percentuali che spettano, cosa non si può fare, etc etc. Mi è sembrato un ottimo compromesso, e allora l’ho fatto. Ho accettato un’offerta di traduzione, ho fatto tradurre “Quella volta che sono morta” e tra pochi giorni sarà in circolazione col titolo “The day I died”. E vedremo cosa accadrà col mercato anglofono…

woman_face cover4Questa è la cover (a me piace moltissimo). Nel prossimo articolo vi racconterò come intendo affrontare il mercato editoriale straniero. Ammetto che un po’ mi tremano i polsi, però è una bella avventura, no?

I libri nel web. Tools gratuiti per autori Indie: la SEO per il blog

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La settimana scorsa abbiamo parlato dell’importanza di avere un blog, un luogo curato e utile che possa rappresentare al meglio chi siamo e cosa vogliamo offrire ai nostri ospiti di passaggio. Vi voglio ricordare che questi ospiti sono lettori. E questo è importante perché, come per i libri che scriviamo, se non siamo più che coerenti con noi stessi, credibili, veri, loro se ne accorgeranno e andranno via sbattendo la porta.

Vi ho anche detto che per questa ragione, rendere la mia casa più accogliente, ho deciso di “ristrutturare” il blog. Ma non l’ho fatto da sola. Mi sono affidata a qualcuno che ne capisce, qualcuno in grado di aiutarmi a gestire non solo la veste grafica, ma –  e soprattutto – l’indicizzazione e la visibilità. Non un web master quindi, ma un social media manager. Questa strana e ibrida figura esiste già da un po’ di tempo nel mondo professionale. Non ho alcuna intenzione di spiegarvi cos’è e cosa fa un social media manager, però è evidente che sia un prodotto derivato dai social network e dalla necessità sempre maggiore delle aziende di farsi conoscere – comunicando – nel mondo virtuale. Noi scrittori Indie sappiamo bene quanto sia importante comunicare col nostro pubblico, farci conoscere su Facebook, twitter, tumblr, Instagram, Wattpadd, Goodreads, e… la lista sarebbe infinita. Perché allora spesso non ci riusciamo? Perché è un lavoro, ci vuole tempo e dedizione, bisogna conoscere gli strumenti di analisi per decidere quali strategie di comunicazione utilizzare, bisogna sapere cos’è una campagna AdWords, bisogna saper leggere le statistiche o Insight. Insomma, una gran fatica, soprattutto mentale. Meglio rivolgersi a qualcuno che lo sappia fare.

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Come ho già detto nel post precedente, avere l’aiuto di un social media manager costa. Nessuno mi ha ancora fatto sapere quanto (sarebbe interessante avere qualche riscontro dai diretti interessati), ma, come sapete, io cerco sempre la soluzione più economica e, devo dire, stavolta sono stata particolarmente fortunata. Dovete sapere che Google (esatto, proprio il colosso, quello che più ci interessa in questa situazione) ha deciso di “formare” degli specialisti con dei corsi appositi. Specialisti che poi saranno inseriti in aziende sul territorio nazionale per tirocini, stage o lavori veri e propri. Beh, sono riuscita a contattare uno di questi giovani nerd e gli ho proposto di diventare il suo case study. Gratis ma nel reciproco interesse. (clicca sull’immagine qui sotto per saperne di più)

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Lui ha studiato il mio blog, lo ha indicizzato per Google (ha cercato parole chiave adatte ai miei contenuti e le ha inserite nella home page. Non chiedetemi come.), mi ha fatto creare un account Hootsuite (straordinario per gestire più social contemporaneamente, guadagnando così tempo prezioso), ha approntato per me una campagna di pubblicazioni con una precisa cronologia, ha studiato il mio Twitter Analytic per decidere quando e con quali hashtag twittare, ha rispolverato la mia newsletter su MailChimp legandola addirittura ai Feed Rss (non ci ero mai riuscita) e, infine, ha approntato una campagna AdWords. Questa si paga, ma si può definire la durata e il budget in anticipo. Io ho stanziato € 30.00 per cinque giorni (fattibile, no?). Il risultato? Un aumento vertiginoso di visite al mio blog (che è diverso dalle visualizzazioni, mi ha spiegato) e diverse vendite in più del mio romanzo Quella volta che sono morta. Abbiamo deciso insieme di puntare su quello, perché tra pochissimo uscirà la versione in inglese e ogni campagna promozionale deve avere un senso e un’opportunità. No, non ho proposto il libro scontato: abbiamo usato parole chiave corrette (esperienze di premorte, la vita oltre la morte, e altre amenità del genere). Il posizionamento su Google? Sempre in prima pagina. Obbiettivo raggiunto, e il ragazzo ha avuto il punteggio massimo all’esame.

Poiché non potrò averlo sempre al mio fianco mi sono fatta suggerire alcuni tutorial da seguire, tante volte volessi cimentarmi. Questo per esempio.

Cosa ho fatto io durante questo periodo? Ho usato Facebook come al solito, ho usato twitter in modo più intelligente, ho scritto questi post – e tante altre cose – e me ne sono andata un po’ in giro. Perché razionalizzando capita che avanzi del tempo. Che meraviglia! Diciamo che il mio contributo principale è stato quello relativo ai contenuti, e mi pare ovvio, e alla condivisione social. Sui miei profili (ne ho anche uno Google+ che è molto importante e tra poco saprete il perché), sulle mie pagine, nei gruppi letterari che frequento, nei gruppi di scrittori di cui faccio parte. Perché puoi aver scritto il libro capolavoro del secolo o avere il più bel blog del mondo, ma se non lo sa nessuno… Vi dicevo di Google+. Ecco, lì esistono le community. Quelle letterarie non sono molto interattive (Facebook è decisamente meglio), ma quelle dei social media manager sì. Voi non sapete quante domande ho fatto e quante volte mi hanno risposto con consigli sempre pertinenti. Oltretutto analizzare uno scrittore come cliente è una novità, quindi l’interesse da parte loro è reale. E gratuito.

Io direi che la questione blog possiamo archiviarla, almeno per il momento, tanto avete capito quanto è importante, giusto? Giusto. Nei prossimi articoli vi parlerò di cosa fare con gli altri. Chi sono “Gli Altri”? I lettori, gli scrittori, i gruppi social, i forum letterari e, insomma, tutti quegli “aggregatori naturali” che possono in qualche modo aiutarci a far parte di questo meraviglioso mondo che gira intorno alla divulgazione di un libro. Magari bello. Magari il mio…

I LIBRI NEL WEB: COME PROMUOVERLI CON IL BOOKTRAILER

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Presentare e promuovere un libro.
Ogni scrittore quando comincia l’avventura di un libro ha in mente un percorso ben preciso fatto di immagini, suggestioni, messaggi che hanno l’urgenza di essere trascritti, narrati. Quale che sia la motivazione a un certo punto il racconto prende forma e, col linguaggio che gli è proprio, quello della parola, viene trasmesso.
Dopo, il libro parte per un viaggio che, nella maggior parte dei casi, approda alla pubblicazione, sia essa tradizionale o di self-publishing. In entrambe le situazioni il lettore, destinatario finale di questa avventura, avrà tra le mani un prodotto, di carta o elettronico, da leggere e interpretare secondo il suo proprio sentire. Insomma, lo scrittore scomparirà e resterà la storia.

Ma bisogna farcelo arrivare questo libro al lettore, e spesso i canali tradizionali, la stampa, il web, i social, da soli non bastano. Ma soprattutto lo scrittore, con tutto quello che ha sentito, provato, con le sue emozioni, le sensazioni forti che lo hanno spinto a scrivere, ha ancora voglia di far parte di quel progetto/libro, vuol far sentire la sua voce, vuol far percepire esattamente quel messaggio, unico e irripetibile, che ha generato il romanzo.

 

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Il booktrailer come il trailer per i film.
Da un po’ di tempo gli scrittori e le case editrici hanno cominciato a produrre dei “booktrailer”, alla stregua dei trailer che si fanno per i film. Una presentazione filmica del libro. I migliori booktrailer sono diretti da registi importanti e vantano partecipazioni notevoli (un esempio è quello di Mani nude di Paola Barbato, con Ennio Fantastichini), ma va da sé che la maggior parte degli scrittori non possono permettersi costi del genere. E allora il web, Youtube in primis, pullula di videoclip o booktrailer (il videoclip rimanda ai filmati di promozione musicale ) fatti artigianalmente, didascalici, autoreferenziali, insomma… un disastro.

Due booktrailer professionali a costo quasi zero:

I professionisti si pagano – Il Videomaker
La cosa migliore da fare in questi casi è rivolgersi a dei professionisti. Il web ne è pieno. Videomaker emergenti o esordienti, che magari stanno frequentando laboratori di sperimentazione, giovani promesse del mondo dell’arte visiva che attendono solo di lavorare e mettersi alla prova. E non costano molto, sono davvero alla portata di tutti. La realizzazione di un video ben fatto, anche con soluzioni in 3D, compresa la postproduzione che riguarda il montaggio audio/video, con riprese originali e effetti sonori, può costare dai € 300 ai € 2.000, dipende ovviamente dalla complessità del progetto. Ma ne vale la pena.

La musica, SoundClouds e Creative Commons.
Lo stesso dicasi per la musica. Ci sono molti artisti che pubblicano i loro brani con Creative Commons, per cui c’è la possibilità di utilizzarli e di trasformarli in base alle proprie esigenze. Sarà sufficiente citare il musicista nei titoli di coda del video e nelle informazioni su Youtube. In questo caso non ci sono costi, nessuno.

I canali di divulgazione. Da 1 a 3, o forse 4…
A prescindere dal tipo di booktrailer che si vuol fare (ognuno segue il proprio gusto, ma un giusto equilibrio ci deve essere), il prodotto finito, qualitativamente valido, evocativo per immagini e musica, otterrà un triplice risultato: la divulgazione in tre diversi canali della promozione del libro. In un colpo solo.

1) Canale letterario. A cura dello scrittore e della casa editrice, se c’è. I salotti letterari, i gruppi di lettori, le librerie virtuali, gli eventi offline, le presentazioni e tutti i fan diretti dello scrittore.
2) Canale visual. A cura del videomaker. I contest di videoclip, le manifestazioni cinematografiche e affini, web TV, canali tematici, laboratori sperimentali, e tutti i fan del video maker.
3) Canale musicale. A cura del musicista. Il web è talmente ricco di veicolazioni fatte attraverso la musica che non faccio alcun esempio.

Per far sì che questo risultato sia duraturo è importante COME si presenta il booktrailer. Le didascalie, quei titoloni che appaiono, scorrono, scompaiono, imbrattano le immagini e distraggono dalla suggestione delle musiche, se possibile lasciamole stare (se invece sono necessarie, riduciamole ai minimi termini). Le parole appartengono al libro e, al massimo, ai titoli di coda. Altrimenti che interesse ha un videomaker a far vedere le immagini che ha montato con tanta sapienza se noi gliele nascondiamo? E che motivo ha il musicista di divulgare un video dove la sua musica non si ascolta perché continuamente distratti dalle parole che scorrono?
Il booktrailer deve suggestionare. Quindi lo scrittore dovrà imparare a sceneggiare il suo romanzo (se non se la sente può rivolgersi a chi lo sa fare) come se dovesse girare un film muto.

C’è un quarto canale di divulgazione che non ho citato, perché dipende da come viene montato il video, dagli strumenti utilizzati. Ma è un canale davvero potente. Quello cinematografico. Perché se si utilizzano attori per girare delle scene, magari giovani provenienti da laboratori teatrali, da scuole di recitazione, che faranno il video a costo zero perché per loro sarà una palestra importante, anche questi professionisti faranno girare il video nei loro canali, per farsi vedere, per avere un commento. E vi pare poco?

Come promuovere un libro? Gli strumenti per autori #Indie 2.0. IL BOOKTRAILER

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Ora che il blog sta acquistando la sua forma definitiva, (che poi non è vero, non c’è mai nulla di definitivo), ho deciso di inaugurare una nuova rubrica dedicata agli strumenti di promozione – e non solo – degli autori Indie. Parlare solo di promozione però potrebbe risultare noioso, e poi io non sono certo la massima esperta per poterlo fare, quindi condividerò con voi le mie esperienze, e spero voi facciate altrettanto. Proverò, e qui il condizionale è d’obbligo perché la vita potrebbe offrirmi molteplici motivi di distrazione, a scrivere un post ogni due settimane, in modo da avere il tempo di digerirlo e di confrontarci. Ah, che bello il confronto.

Non seguirò uno schema preciso, d’altronde sono una scrittrice, non un fisico nucleare.

Cominciamo dunque da un argomento che mi piace molto: il booktrailer. Oh, che strazio, direte voi! Eppure ho scoperto alcune cose interessanti. Lo sapete, ad esempio, che nell’ambito del prestigioso Cortinametraggio (International Short Film Festival) c’è una sezione di concorso dedicata ai Booktrailer? Qui potete trovare il modulo per iscrivervi, e qui le informazioni generali. E se questo non vi basta, sappiate che esiste addirittura un Booktrailer Film Festival (qui) che è  giunto alla VIII edizione e che coinvolge gli studenti delle scuole superiori, ma che ha ormai raggiunto rilevanza a carattere nazionale. Infine che dire dei Booktrailer Online Awards la cui prima edizione risale al 2012? Non mi pare poco…

Un po’ di storia. L’idea di creare un booktrailer è (ma guarda un po’) americana e risale ai primi anni ’90. All’inizio si trattava di semplici proiezioni di immagini suggestive con musiche, da utilizzare durante le presentazioni. Poi, nel 1994, Judith Keenan produsse il primo vero booktrailer per il thriller Amnesia di Douglas Cooper. Il video fu trasmesso da diverse emittenti televisive, ed ebbe un tale successo che il libro andò presto esaurito e l’autore fu costretto a moltiplicare le date del tour di presentazione. Negli anni 2000 le case editrici statunitensi capirono le potenzialità dello strumento/booktrailer per la promozione dei libri e cominciarono a diffonderlo online e, nel 2002, il regista Michael E. Miller e la scrittrice Sheila Clover English registrarono il marchio “Book Trailer”. Poi sono arrivati i social network e… beh, sappiamo cosa accade coi social. In Italia il booktrailer comincia ad affermarsi nel 2004, con l’iniziativa “Ciak si legge” all’interno del festival letterario Grinzane Cavour e, di seguito, editori quali Marsilio e Mondadori produssero i primi filmati per promuovere le loro pubblicazioni.

Ma i booktrailer costano. Vero. C’è un autentico business dietro la creazione di questi short film, e mi pare giusto, perché i professionisti della pubblicità sono i primi a esplorare le nuove tendenze di mercato e a dettarne le regole, e il mercato del libro aveva – ha ancora – bisogno di essere rilanciato. Gli esempi che ho fatto sono di registi e case editrici di rilievo e puntano a un pubblico enorme, per cui mettono in campo forze e capitali considerevoli. Con l’avvento del selfpublishing i “poveri” autori emergenti si sono trovati di fronte all’amletico dilemma: fare o non fare un booktrailer? Posto che un autore self non ha soldi, che deve autopromuoversi, che non ha tempo e che vorrebbe solo scrivere ma deve anche farsi leggere e vendere (per auto gratificazione, autocompiacimento, per affermarsi, perché è logico e giusto, fate voi…), uno strumento del genere non può essere tralasciato. Ed ecco di colpo fiorire una miriade di filmini, spot, trailer, video di tutti i generi e forme, prodotti artigianali molto improvvisati grazie alle molteplici possibilità che il web offre con programmini per video maker gratuiti ed elementari (li capisco anche io!). No, ragazzi, non ci siamo. Così si svilisce il prodotto, si fa una pessima pubblicità. Ma non allo strumento, sia ben chiaro. Si fa una pessima pubblicità al libro self!

E allora che fare? Si tratta di diventare realmente autori Indie, quindi imprenditori di sé stessi. Investire un minimo, sfruttare il web e la rete di contatti disponibile, credere nel proprio lavoro e lasciare che il resto lo facciano altri professionisti. Si può produrre un booktrailer di qualità a costo quasi zero. Tanto da farlo anche partecipare a uno dei concorsi che ho citato. Io l’ho fatto, e nel prossimo post vi racconterò come, quali obbiettivi volevo raggiungere e quali si sono realizzati. E vi farò anche un regalo.