In un paese del #Sud – I remember

Voglio riproporre qui un mio testo di qualche anno fa. Perché? Perché ora è il momento giusto. Perché stanotte in cielo hanno acceso i lampioni.

 

In un paese del Sud

notteIn un paese del Sud i vicoli di notte non sono mai completamente bui. Sono avvolti dalla luce gialla dei lampioni antichi, quelli appesi ai cavi che attraversano la strada da un capo all’altro, come i panni stesi ad asciugare, e dondolano alla brezza che viene dal mare, e proiettano ombre enormi sui muri delle case addormentate. In un paese del sud l’estate ha l’odore del mare, dei pesci che arrivano con le lampare al mattino presto, ha l’odore di pelle dura come cuoio dei pescatori che arronzano le reti di fretta, come madri premurose, che da lì viene il sostentamento e i buchi grandi non ci possono stare. E allora si dà una sistemata, che i giorni di pioggia verranno per far tutto per bene.

In un paese del sud in luglio le ragazze si spogliano, e si mostrano, natiche al vento e schiene lucide come seta dal colore caldo delle nocciole tostate, e i ragazzi cantano, come le sirene, il canto dell’amore. In un paese del sud il caldo ti toglie il respiro, ti suda e trasuda addosso e asciugarsi non serve, e allora la regali alle onde quell’acqua che era tua, ti apparteneva, ma ora te la lavi via con altra acqua, quella antica, quella che risana. In un paese del sud, di ogni sud del mondo, il tempo scorre più lento, languisce piano che tanto non c’è fretta, il giorno dura un giorno, che sono ore vissute anche la notte, che a volte pare giorno quando la luna è così piena e vicina che la puoi toccare, così pare.

In un paese del sud all’alba il sole si mangia il buio e regala il profumo del pane, dorato e caldo come lui, sole di pane, che ti investe i sensi appena svegli e respira con te, perché il pane è vivo.

In un paese del sud le donne parlano a voce alta, gridano dai balconi sempre aperti e si attaccano i bimbi al seno per farli addormentare. E tirano su le sporte con le corde perché hanno da fare, non c’è tempo per scendere le scale. Ma la sera tirano le tende che lo scirocco gonfia di aria e gocciole sospese, e sussurrano piano la buonanotte ai bimbi. E poi sospirano, di notte. In un paese del sud ogni estate porta nuovi figli, semi piantati là dove la terra e il mare s’incontrano col sole e con la luna.

Roots, a sud dell’anima.

Immagine presa da qui

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Ogni tanto torno qui, in questo angolo di Sud che è anche il sud della mia anima, se vogliamo. Ci torno quando sto bene, perché posso farlo, perché posso concedermi il lusso di perdermi dal resto del mondo. E ci torno quando sto male, perché perdermi dal resto del mondo è l’unico modo “serio” di ritrovare me.

Guardavo i pezzi di me ammassati tra la testa e i piedi e mi domandavo cosa ci fosse di diverso dal solito. Forse erano proprio gli occhi ad essere cambiati, lo sguardo non era più così diretto, così scanzonato. E se gli occhi cambiano anche le prospettive sono sbilenche, il dietro passa avanti, il sotto diventa un sopra, l’ordine armonico dell’insieme appare come un caos indefinito. Come questa cosa che ho appena scritto. Devo avere refusi di confusione tra le mie sinapsi. Perché sono tornata qui a curarmi, ma la guarigione non è mai immediata. Questo è importante. Perché una guarigione repentina potrebbe farci perdere il significato profondo della malattia.

Questo luogo ha un potere magico, forse metafisico, di certo incomprensibile per coloro che lo disprezzano più o meno apertamente. Sono davvero tanti quelli che si domandano “Ma che cavolo ci vai a fare lì?”. Perché in fondo qui c’è poco o nulla. Se non fosse per questa attrazione primordiale, una perfetta mescolanza di energia del mare, del sole, della terra, il mio azimut celeste personale dove al centro ci sono io e nessun altro, dove la visuale verso l’orizzonte è chiara, priva di ostacoli, dove gli occhi tornano occhi e non semplici orbite nel bel mezzo della faccia. Qui guardo e mi guardo, senza veli. Qui riesco a prendere le distanze e, allo stesso tempo, andare in profondità senza paura.

Negli ultimi mesi ho dato alla mia vita scossoni che neanche un terremoto avrebbe potuto. Scossoni emotivi, esistenziali, strappi alla fitta e omogenea trama delle mie certezze acquisite. L’ho fatto – e continuerò a farlo probabilmente – perché ci sono percorsi che è inutile perseguire se non portano da nessuna parte. Quando l’unico dato certo è l’obbiettivo che si vuole perseguire, cambiare strada per raggiungerlo è saggio. Doloroso, faticoso, ma saggio.

Però ci si può anche perdere. Le strade nuove sono insidiose, nascondono trabocchetti insoliti, – perlopiù architettati da altri che le hanno intraprese in precedenza, e che vogliono confondere gli schemi per sviare eventuali pretendenti al trono di Bengodi – fiaccano gli animi degli arditi. Per questo sono venuta qui. Per rigenerarmi. E sarà questa luce già dorata della sera, sarà quest’aria in perenne movimento e che sa di sale, saranno questi colori netti e vividi del mattino; sarà che qui c’è il succo di ciò che sono e di ciò che sarò, il mio DNA storico; sarà che qui la mia zattera trova riparo anche se c’è vento di maestrale. Sarà per queste e tante altre ragioni valide o meno valide, ma questo Sud che ho nell’anima mi fa sentire anche più bella.

… e adesso la pubblicità (C. Baglioni)

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Quando Baglioni era un gran bel ragazzo

Bella canzone quella di Baglioni. Ma è solo una citazione ovvia, una di quelle frasi che subito vengono in mente quando si vuol promuovere qualcosa (o qualcuno).

Ci ho pensato un po’ e mi sono detta: domani è la festa della mamma. Va bene, concordo con tutti, certe feste consumistiche andrebbero abolite, la mamma, il papà, la donna, i nonni, etc etc andrebbero festeggiati ogni giorno. Sì. Giustissimo. Ma facciamolo dopo, per favore, solo dopo che io avrò “abilmente” e subdolamente sfruttato questa celebrazione per farmi un po’ di sana pubblicità. D’accordo? (oddio, sento una voce…)

Riflettevo sul fatto che nei miei libri la figura materna c’è sempre, nel suo ruolo di donna, figlia, persona. C’è Claudia di Colui che ritorna, madre single e sognatrice, e c’è Clotilde, sempre in Colui che ritorna, futura madre guerriera del medioevo e dintorni. Poi c’è Teresina di Nata in una casa di donne, madre accentratrice e insoddisfatta, e Lucia, la figlia, futura madre moderna e forte. In “Cetteide” tutto il diario gira intorno alla figura di mia madre, anzi lei è la protagonista (una protagonista ormai mitica!), mentre in “Quella volta che sono morta” la madre è sullo sfondo, ma in fondo appartiene al vissuto della protagonista così come le sue manie-fobie.

Arriviamo a “Anna”. Lei è la madre, lei rappresenta in tutti i sensi quel fulcro generativo da cui tutto ha inizio e dove tutto finisce: il ventre materno. Lei è la madre che vorrei essere. Ma è anche e sopratutto donna, persona, eroina di un tempo senza tempo.

E allora, per tutte le madri, per tutte le figlie, e per i padri e i figli che un giorno hanno incontrato o incontreranno madri/donne/persone così, quale occasione migliore per leggere questi romanzi?

Anna la trovate in versione brossura e digitale qui

E di seguito i link per gli altri romanzi in versione digitale (che costano davvero poco, pochissimo… digitalizzate le vostre letture, conviene!)

Colui che ritorna (qui)

Nata in una casa di donne (qui)

Quella volta che sono morta (qui)

Cetteide, in vacanza con mia madre (qui)

Poi non dite che non vi penso…

Back to #Rome, un giorno da turista.

Trinitàdeimonti“Anvedi però!” Il vecchietto ottantenne si ferma stralunato davanti agli schermi che proiettano senza sosta la pubblicità della linea primavera-estate di una nota catena di abbigliamento. Ragazze bellissime e poco vestite ammiccano da spiagge assolate e sembrano venirti incontro. Il vecchietto è rapito davanti a cotanta strafottente bellezza, pare sia lì solo per lui. L’uscita della metro di Piazza di Spagna è un budello in penombra che nulla lascia immaginare di quanto si vedrà una volta fuori. Forse quella pubblicità non è lì per caso, forse vuole prepararti. Perché Piazza di Spagna è magnifica, e godersela per una volta da turista è un privilegio, per una romana.

Poi ti infili in via Margutta, silenziosa, odorosa di romanità. Cerchi le gallerie d’arte (poche ormai, a dire il vero) e trovi il lusso più discreto ma non per questo meno opulento. Dov’è finita la Roma degli artisti? Davanti all’hotel De Russie un maggiordomo in livrea apre lo sportello di un’auto di lusso (ci sono 34 gradi all’ombra, è un eroe…). Un lui e una lei appena usciti dalle pagine di Vogue scendono e subito sono risucchiati dall’ombra rassicurante del prestigioso albergo. Poverini, che vita grama doversi sempre nascondere. Che vita insulsa non potersi permettere di passeggiare senza meta in questa luce accecante, col cielo azzurro chiaro che pare voglia venirti addosso per quanto è tanto, col sudore che ti imperla la fronte per la lunga salita fino a Villa Borghese, ma tanto che ti frega se non sei a posto, mica devi apparire in copertina su una rivista di gossip!

In cima alla salita mi attende la terrazza del Belvedere su Piazza del Popolo. Qualcuno sta suonando. Un ragazzo, pare siciliano dall’accento, canta Bennato graffiando sulle corde della sua chitarra e soffiando sull’armonica. Ma come fa? Me lo sono sempre chiesto. Già non è facile coordinarsi cantando e suonando uno strumento. Due… la crisi ingegna gli artisti di strada.
Il furgoncino dei rinfreschi è invitante. Una bottiglia d’acqua piccola e un gelato da due palline: 5 euro, senza scontrino. E magari il proprietario, indiano o pakistano poco importa, non ha neanche l’autorizzazione a stare quassù, proprio alla fine della salita per Villa Borghese, il luogo di Roma in cui l’indice di richiesta di rinfreschi è pari al 100%. C’è il tizio che noleggia quegli aggeggi infernali, tipo monopattini elettrici a due ruote, a idioti, turisti e non, che girano, girano senza sosta intorno alle bancarelle di libri usati, urlando come ossessi per paura di cadere. Anche il tizio è indiano o pakistano, e anche lui non rilascia lo scontrino. E il ragazzo siciliano continua a suonare la sua chitarra/armonica. E io mi domando perché lui non si prende un ombrellone e non si mette a vendere granite, senza scontrino e senza permesso, che magari in giornate come queste incassa tanto da pagarsi le tasse universitarie.

Belvedere

Potrebbe sembrare un discorso di intolleranza, ma non lo è. Ci sono le auto della polizia due curve più sotto, ma nessuno fa niente per bloccare queste illegalità. E queste illegalità agli indiani, pakistani, cingalesi, cinesi, marocchini eccetera eccetera gliele abbiamo insegnate noi, con lunga pratica ed esempio.

trabiccoli

Il ragazzo indiano con le rose (stavolta ne sono certa, perché a Roma il raket delle rose recise è solo loro) mi vende, mi offre, cerca di impormi una rosa. Altrimenti un braccialetto della fortuna. Lo fulmino col mio sguardo verdefogliaprimaverile e con un grugnito. Se ne va con un epiteto in hindi. Il secondo ragazzo indiano, sempre con la rosa da comprare o in regalo, sopraggiunge dopo un nanosecondo. Eppure deve aver visto la mia reazione precedente! Stavolta neanche lo guardo, grugnisco e basta. Arriva subito dopo il terzo. Non grugnisco neppure. Per una qualche punizione divina il gelato da 3 euro mi sta gocciolando impietosamente sui jeans e sono costretta ad utilizzare parte dell’acqua da 2 euro per pulirmi. Ma che volete da me? Volevo fare la turista per un giorno nella mia città, e lasciatemi in pace!

Poi improvviso arriva. Un refolo di vento fresco, che profuma di fiori e di sole, quel profumo che non ho trovato in nessun’altra parte del mondo e che sa di buono, nonostante tutto. Qui, su questa panchina nel cuore di Roma, seduta come sulla poltrona di casa, comoda, a mio agio, guardo le macchie di cioccolato che mi impataccano i jeans e penso: ma che me frega…

Roma

Senza ostacoli

Immagine presa da qui

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Cammino piano trascinando un passo dietro l’altro. Anche le mie scarpe da jogging fanno rumore in questa quiete notturna, e non voglio disturbare il silenzio. Questa strada così liscia che pure i sanpietrini sono levigati a dovere, per non creare ostacoli di sorta. Strada liscia, e larga, e deserta. O quasi, ma poco importa. Dai vicoli che la intersecano giungono voci soffuse, risate trattenute, suoni articolati ma incomprensibili. Il silenzio li inghiotte. Da qualche parte un’auto sta frenando in curva, morbida, accovacciata sugli ammortizzatori. La sento perché sto attenta…

Alzo gli occhi a scrutare il cielo pieno di stelle. Sono di certo le stesse che vedevo laggiù, a Roma (chissà perché per localizzare Roma dico sempre “laggiù”). Anche l’aria sa di buono, di tiepido, e mi viene da sorridere perché è primavera, come lo scorso anno, e quello prima ancora. La primavera non si prende pause per farmi un favore, non aspetta che torni. Un ragazzo su uno skate mi supera rollando giù per il lieve declivio. Scende dritto, senza problemi, neanche un sussulto su questa superficie priva di ostacoli. Che bello poter camminare così, tanto bello che posso chiudere gli occhi e andare avanti a memoria, perché lo so che non ci sono buche a farmi inciampare.

Passa un uomo in bici. Dovrò prenderne una anche io, che qui è quasi tutto in piano, non si fa fatica. E poi mi piace pensare di accomunarmi a un’usanza di questo luogo, per avvicinarmi un po’, per non sentirmi troppo aliena. Loro stanno azzerando le barriere, non solo architettoniche, ce la mettono tutta per semplificare la vita di tutti, qualcosa dovrò pur farla anche io.

Ma guarda questa strada così perfettamente lastricata, pulita, invitante. Potrei sedermi nel mezzo, in terra, e mi rialzerei senza neanche un granello di polvere addosso. Fa quasi rabbia. Sarà mica troppo? Certo non ho alcuna nostalgia dei cassonetti stracolmi e maleodoranti, dei marciapiedi intasati di qualunque cosa, del puzzo di urina agli angoli dei vicoli bui, dell’asfalto crepato, bucato, eviscerato, delle erbacce infestanti che nascondono i segnali stradali, delle cacche di cane sparse a mosaico che se non ne becchi una c’è subito l’altra ad aspettarti. No, non ho nostalgia di questo. E la rabbia che provo è perché ce li meriteremmo anche noi un po’ di ordine e pulizia, per mettere in evidenza le meraviglie che abbiamo. Potremmo portarci a casa un po’ di educazione civica e mantenere alta la bandiera del bel paese. Sarebbe una svolta, la riconquista di una dignità perduta, almeno per la Grande Bellezza che abbiamo.

Un ragazzo bellissimo, biondissimo, atleticissimo mi supera a destra sulla sua bicicletta. A destra… non siamo in Inghilterra dai. Non si fa. Mentre mi supera si volta per guardarmi, sorridente. Sarà felice. Ancora per poco. La vedi quella panchina? Sì, quella davanti alla bakerie, quella che ogni mattina ospita un vecchietto che circola col girello. Non se la porta lui da casa, no. Sta lì per cortesia, per far riposare la gente che cammina, cammina, su questa strada liscia e senza ostacoli e alla fine si stanca. La vedi quella cazzo di panchina, unico ostacolo nel raggio di cinquecento metri? No? E allora… schiantati!

#Paura di ascoltare

 

Immagine presa da qui

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Quando si intraprende un nuovo percorso si tende ad ascoltare la propria voce, perché quella degli altri potrebbe farci perdere. Forse è per questo che qui mi capita di ricevere domande la cui risposta non interessa nessuno. Sono solo lo spunto, il pretesto, per parlare di sé. La propria voce è rassicurante, una guida nella nebbia in cui si galleggia a stento, e ci si scontra magari con i propri limiti, la propria incapacità, le proprie carenze. Eppure sarebbe tanto più logico ascoltare. In un paese straniero, ma non solo, ascoltare l’altro può arricchire, creare relazioni, magari semplici interazioni. E farci sentire meno soli.

Non è facile ascoltare. Ci vuole dedizione, curiosità, pazienza. Ci vuole desiderio di apertura. La nostra voce è l’ancora cui ci appigliamo quando tutto intorno a noi suona “diverso”, è la sicurezza di esistere, uguali a noi stessi, in ogni luogo. La nostra voce diventa il nostro lucchetto, la serratura che ci chiude nel nostro guscio di protezione e non ci fa rischiare di incontrare l’altro. Io parlo molto, ma ho imparato ad ascoltare. Voglio raccontarlo, perché non l’ho imparato così, per educazione ricevuta o per indole. Ho un amico non udente, che non usa il linguaggio dei gesti. Lui parla e legge le labbra. Mi interessava ciò che aveva da raccontare, mi interessava la sua amicizia, e allora ho imparato. Ad ascoltarlo, fino alla fine, senza interrompere, e a parlargli, lentamente, scandendo bene ogni sillaba. Ho dovuto interpretare alcuni suoni, ho dovuto fidarmi di ciò che mi dicevano gli occhi, la gestualità, le pause. Ho imparato la sua lingua, e questo mi dico ogni volta che faccio una domanda e non attendo la risposta: ricordati di ascoltare.
Questo è anche ciò che faccio quando parlano i tedeschi: ascolto e guardo. E imparo.

Sui social network ci sono ogni giorno decine di post, status, richieste che nascono come domande. A volte rispondo. A volte mi defilo. Troppo spesso chi scrive ha solo voglia di ascoltare sé stesso. Da solo nel suo fantastico mondo virtuale. Perché ha paura.

#Precari in cerca di casa

bambini-terraQuando si emigra si ha come la sensazione di essere lanciati nello spazio in una capsula del tempo: un tempo fermo. Le lancette dell’orologio, il calendario, il metabolismo, tutto rimane tenacemente ancorato a quell’attimo che precede la partenza, come se fosse il perno cui fare ritorno nel caso ci si dovesse perdere. È un perno forte, sono le nostre origini e, per quanto ci spacciamo per grandi avventurieri, difficilmente vogliamo dimenticarle.

Mi capita di parlare con molti italiani qui in Germania. Anche perché non conosco il tedesco, e le barriere linguistiche di certo non favoriscono l’integrazione. Ma ci sono italiani che stanno qui da vent’anni, e queste barriere non le hanno ancora superate: non parlano il tedesco, si rifiutano. Conservano intatto il loro dialetto, lo tramandano ai figli che nasceranno qui, in terra straniera, figli che cresceranno convinti di essere bilingue e che la loro patria sia l’Italia. Un’Italia che, in realtà, non li conosce e non saprà mai quanto sia desiderata. Una patria che ha rifiutato i loro genitori e che respingerà anche loro, come un’amante che fa la preziosa. Si crea quindi una comunità ibrida, che si auto ghettizza per sopravvivere dimenticando di vivere. Questo accade agli italiani di Germania, e non conta da quanto tempo siano qui. Sono tutti chiusi in quella capsula, ricordate? Li incontri a gruppi, nei ristoranti, per strada, nei negozi. Li riconosci per quello sguardo liquido, colorato, acuto, indagatore, uno sguardo vivo ma malinconico. Sono tutti qui “per un po’”, se lo ripetono da quando sono arrivati. E magari è trascorsa più della metà della loro esistenza. Guardano in TV i programmi italiani, sono ipercritici coi politici, ascoltano Ramazzotti e Tiziano Ferro e hanno nostalgia del mare. E magari vivevano a Vigevano.

Il fatto è che noi nasciamo “peninsulari”, circondati dal mare. Lo respiriamo insieme al latte di nostra madre, ci arriva coi venti dell’est e dell’ovest, ne abbiamo i pori impregnati come i marinai di lungo corso e come questi sogniamo di tornare al nostro porto, un giorno o l’altro. Credo che questa nostalgia si percepisca più forte qui in Germania, e credo dipenda dal fatto che sia così vicina “fisicamente” all’Italia eppure così lontana strutturalmente e culturalmente. La vicinanza geografica non ci permette di staccare completamente il cordone ombelicale della terra natìa, cosa che è di certo più naturale, seppur dolorosa, in paesi extra europei.

Le donne italiane emigrate in Germania tornano “a casa” almeno una volta l’anno. Tornano per andare dal parrucchiere, per comprarsi le scarpe e i vestiti, per fare provviste di storie da raccontarsi la sera, quando fa buio presto. Gli uomini italiani emigrati tornano “a casa” per esibirsi, per mostrare ai parenti l’auto nuova, il portafogli gonfio, per offrire generosamente al bar o al ristorante e scuotere la testa per tutto ciò che in Italia ancora non va. Loro tornano per godersi l’Italia come mai hanno potuto fare in passato.

Mi chiederete “ma come fai a dire tutto questo dopo pochi giorni che sei lì?” Vero. Come è vero che ci sono le dovute eccezioni. Ma sono una viaggiatrice da sempre, e sono una scrittrice. Quindi osservo e vado oltre le apparenze. E ascolto, con molta attenzione. Io sono qui “per un po’”, davvero, non ho l’esigenza di integrarmi, e paradossalmente mi sento a mio agio, libera di muovermi, conoscere, cogliere opportunità. Il mio stare qui non è per sempre. Bisogna essere distaccati dalle cose per poterle valutare…Poi ci sono i giovani italiani (le eccezioni), quelli sotto i trent’anni (che già a trentuno l’imprinting italiano è troppo profondo), ancora troppo freschi di vita per esserne sazi, che cercano di approfondire la vita tedesca, di capirne i meccanismi reali, di adeguarsi. E ci riescono anche. Parlano tedesco, hanno amici tedeschi, vanno al cinema, a teatro, ai concerti. Ma non perdono la loro italianità. Sarà quel profumo di mare che sta nella pelle?

L’italianità. Quello che i tedeschi amano di noi. Quello che noi disprezziamo di noi stessi e che ci fa fuggire per poi averne nostalgia quando siamo lontani. Il perno cui siamo ancorati. Sempre lì si torna… Che gente strana siamo. Unici, irripetibili, pazzi creativi, fantasiosi artisti della vita, appassionati, belli, istintivi, precari a vita, pescatori di illusioni. Dicono che oggi – lo dicono i giovani, e non solo – identificarsi con una patria sia sbagliato, e anche io penso sia così. La patria è un concetto ormai antico, passato, sepolto sotto cumuli di nefandezze politiche, sociali, economiche. Lasciamo la patria ai nostri nonni e bisnonni, che hanno fatto la guerra e sono morti per lei. Ma la terra, la zolla che per prima si è impregnata dei nostri umori e ci ha restituito il suo odore mescolato al nostro, è a lei che vogliamo tornare. Che lo diciamo o lo sussurriamo, quello è il porto finale. Quella è casa.