#Amazon sì o Amazon no?

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Ci ho pensato a lungo, più di un anno. Alla fine ho deciso: Quella volta che sono morta deve spiccare il volo. DuDag lo ha pubblicato per prima, e io ringrazio Lorenzo Baravalle per aver creduto in questo romanzo breve, concepito e scritto in treno, nato per esistere solo in digitale (no, non ci sarà mai la versione cartacea, fatevene una ragione).

copertina_41Questa la prima cover, minimal, pulita, che lascia ampio spazio all’immaginazione del lettore (il titolo, quello è importante…). Il prezzo nazional-popolare a prova di crisi: 1 euro.

 

 

Adesso è possibile acquistare l’eBook anche su Amazon. Stesso prezzo, cover diversa. Perché Amazon, si sa, ha bisogno di immagini francobollo che catturino l’attenzione. E questa (su, in cima al post) mi sembra abbastanza inquietante, adatta al tema del racconto. Quindi lunga vita a “Quella volta che sono morta”, e che l’ossimoro sia con voi.

#Ricominciare a scrivere

Innocenza 002.001A volte capita che un testo abbia bisogno di decantare. C’è chi dice per un anno. Ne sono trascorsi due da quando ho abbandonato “Innocenza”. Forse mancava l’ispirazione, forse l’emozione. Tedeschia non è una fonte di tali sussulti del cuore, ma ho avuto modo di rileggere il mio testo, e l’emozione è giunta da lì. Ho deciso di riprenderlo. Lo merita, secondo me.

Un breve estratto (a voi i commenti).

“Il tempo si ferma quando stai bene, ti aiuta a godertelo tutto quel beneficio. Rallenta anche l’aria intorno. Rallenta la luce. Capita che rallenti anche l’urgenza, anzi, scompare. Urgenza di cosa poi? Le dita pigre scorrono sul dorso della mano cercando invisibili pieghe, seguendo il corso dei sottili canali azzurrini che pulsano sotto la pelle tesa, bruna, luccicante. E nulla pare più importante in quel momento se non seguirne il percorso, fin là dove le ramificazioni si fanno più spesse, importanti, e si sente il cuore che batte, anche lì, sul dorso della mano. C’è vita là dentro, c’è vita là fuori.

Lucia si sentiva bene, e basta, e voleva che durasse, perché i pensieri erano lontani, perché il languore persistente era caldo come la luce del sole che ora avvolgeva tutto, le sedie, i tavolini, le insegne, loro due. Manuel la guardava, sempre, anche mentre sorseggiava il suo caffè pieno di zucchero, anche mentre addentava il suo cookie al cioccolato fondente, anche mentre lei lo guardava. Non abbassava lo sguardo, mai. E Lucia rise, come mai prima di allora. Una risata piena che riempì la strada deserta e riecheggiò tra i muri e le finestre chiuse. Pensò di essere impazzita. Non riusciva a smettere e Manuel si unì a lei. Sono contagiose le risate, come gli sbadigli, solo più liberatorie. E a volte non serve neppure chiedersi perché arrivano. Perché è il momento giusto.”

La #CookieLaw de’ noantri

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Ti devi adeguare! Mi hanno urlato da più parti via web. La legge sui cookie e sulla privacy prevede multe salate se non si rispetta (da € 6.000 a 120.000, mica bruscolini…). Penso a tutti quei poveri (nel vero senso del termine) blogger/scrittori/scribacchini che utilizzano questi spazi – gratuiti – proprio perché non hanno dindi/soldi/denaro/euri/dobloni per farsi un sito, per affidarlo a un webmaster, e si ritrovano all’improvviso a doverne capire, e tanto, di linguaggi strani (html ad esempio), come a doversi districare tra cookie tecnici e altre amenità, cavilli legali che neanche alla Corte Costituzionale ci hanno ancora capito qualcosa. E io sono fra questi.

Ho chiesto in giro (e ringrazio per tutte le informazioni ricevute), e posso dire che oggi ci capisco ancora meno, ma mi sono adeguata lo stesso. Come? Ho COPIATO dai miei simili, quelli che reputo attendibili, e ho messo la mia RICETTA dei cookies qui di fianco, così la potete leggere ogni giorno. Il mostriciattolo della foto (assolutamente free) è il risultato degli ingredienti utilizzati, quindi buona navigazione e continuiamo così, che in Italia le cose le sappiamo fare proprio bene. Benissimo!

In un paese del #Sud – I remember

Voglio riproporre qui un mio testo di qualche anno fa. Perché? Perché ora è il momento giusto. Perché stanotte in cielo hanno acceso i lampioni.

 

In un paese del Sud

notteIn un paese del Sud i vicoli di notte non sono mai completamente bui. Sono avvolti dalla luce gialla dei lampioni antichi, quelli appesi ai cavi che attraversano la strada da un capo all’altro, come i panni stesi ad asciugare, e dondolano alla brezza che viene dal mare, e proiettano ombre enormi sui muri delle case addormentate. In un paese del sud l’estate ha l’odore del mare, dei pesci che arrivano con le lampare al mattino presto, ha l’odore di pelle dura come cuoio dei pescatori che arronzano le reti di fretta, come madri premurose, che da lì viene il sostentamento e i buchi grandi non ci possono stare. E allora si dà una sistemata, che i giorni di pioggia verranno per far tutto per bene.

In un paese del sud in luglio le ragazze si spogliano, e si mostrano, natiche al vento e schiene lucide come seta dal colore caldo delle nocciole tostate, e i ragazzi cantano, come le sirene, il canto dell’amore. In un paese del sud il caldo ti toglie il respiro, ti suda e trasuda addosso e asciugarsi non serve, e allora la regali alle onde quell’acqua che era tua, ti apparteneva, ma ora te la lavi via con altra acqua, quella antica, quella che risana. In un paese del sud, di ogni sud del mondo, il tempo scorre più lento, languisce piano che tanto non c’è fretta, il giorno dura un giorno, che sono ore vissute anche la notte, che a volte pare giorno quando la luna è così piena e vicina che la puoi toccare, così pare.

In un paese del sud all’alba il sole si mangia il buio e regala il profumo del pane, dorato e caldo come lui, sole di pane, che ti investe i sensi appena svegli e respira con te, perché il pane è vivo.

In un paese del sud le donne parlano a voce alta, gridano dai balconi sempre aperti e si attaccano i bimbi al seno per farli addormentare. E tirano su le sporte con le corde perché hanno da fare, non c’è tempo per scendere le scale. Ma la sera tirano le tende che lo scirocco gonfia di aria e gocciole sospese, e sussurrano piano la buonanotte ai bimbi. E poi sospirano, di notte. In un paese del sud ogni estate porta nuovi figli, semi piantati là dove la terra e il mare s’incontrano col sole e con la luna.

Roots, a sud dell’anima.

Immagine presa da qui

Immagine presa da qui

Ogni tanto torno qui, in questo angolo di Sud che è anche il sud della mia anima, se vogliamo. Ci torno quando sto bene, perché posso farlo, perché posso concedermi il lusso di perdermi dal resto del mondo. E ci torno quando sto male, perché perdermi dal resto del mondo è l’unico modo “serio” di ritrovare me.

Guardavo i pezzi di me ammassati tra la testa e i piedi e mi domandavo cosa ci fosse di diverso dal solito. Forse erano proprio gli occhi ad essere cambiati, lo sguardo non era più così diretto, così scanzonato. E se gli occhi cambiano anche le prospettive sono sbilenche, il dietro passa avanti, il sotto diventa un sopra, l’ordine armonico dell’insieme appare come un caos indefinito. Come questa cosa che ho appena scritto. Devo avere refusi di confusione tra le mie sinapsi. Perché sono tornata qui a curarmi, ma la guarigione non è mai immediata. Questo è importante. Perché una guarigione repentina potrebbe farci perdere il significato profondo della malattia.

Questo luogo ha un potere magico, forse metafisico, di certo incomprensibile per coloro che lo disprezzano più o meno apertamente. Sono davvero tanti quelli che si domandano “Ma che cavolo ci vai a fare lì?”. Perché in fondo qui c’è poco o nulla. Se non fosse per questa attrazione primordiale, una perfetta mescolanza di energia del mare, del sole, della terra, il mio azimut celeste personale dove al centro ci sono io e nessun altro, dove la visuale verso l’orizzonte è chiara, priva di ostacoli, dove gli occhi tornano occhi e non semplici orbite nel bel mezzo della faccia. Qui guardo e mi guardo, senza veli. Qui riesco a prendere le distanze e, allo stesso tempo, andare in profondità senza paura.

Negli ultimi mesi ho dato alla mia vita scossoni che neanche un terremoto avrebbe potuto. Scossoni emotivi, esistenziali, strappi alla fitta e omogenea trama delle mie certezze acquisite. L’ho fatto – e continuerò a farlo probabilmente – perché ci sono percorsi che è inutile perseguire se non portano da nessuna parte. Quando l’unico dato certo è l’obbiettivo che si vuole perseguire, cambiare strada per raggiungerlo è saggio. Doloroso, faticoso, ma saggio.

Però ci si può anche perdere. Le strade nuove sono insidiose, nascondono trabocchetti insoliti, – perlopiù architettati da altri che le hanno intraprese in precedenza, e che vogliono confondere gli schemi per sviare eventuali pretendenti al trono di Bengodi – fiaccano gli animi degli arditi. Per questo sono venuta qui. Per rigenerarmi. E sarà questa luce già dorata della sera, sarà quest’aria in perenne movimento e che sa di sale, saranno questi colori netti e vividi del mattino; sarà che qui c’è il succo di ciò che sono e di ciò che sarò, il mio DNA storico; sarà che qui la mia zattera trova riparo anche se c’è vento di maestrale. Sarà per queste e tante altre ragioni valide o meno valide, ma questo Sud che ho nell’anima mi fa sentire anche più bella.

… e adesso la pubblicità (C. Baglioni)

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Quando Baglioni era un gran bel ragazzo

Bella canzone quella di Baglioni. Ma è solo una citazione ovvia, una di quelle frasi che subito vengono in mente quando si vuol promuovere qualcosa (o qualcuno).

Ci ho pensato un po’ e mi sono detta: domani è la festa della mamma. Va bene, concordo con tutti, certe feste consumistiche andrebbero abolite, la mamma, il papà, la donna, i nonni, etc etc andrebbero festeggiati ogni giorno. Sì. Giustissimo. Ma facciamolo dopo, per favore, solo dopo che io avrò “abilmente” e subdolamente sfruttato questa celebrazione per farmi un po’ di sana pubblicità. D’accordo? (oddio, sento una voce…)

Riflettevo sul fatto che nei miei libri la figura materna c’è sempre, nel suo ruolo di donna, figlia, persona. C’è Claudia di Colui che ritorna, madre single e sognatrice, e c’è Clotilde, sempre in Colui che ritorna, futura madre guerriera del medioevo e dintorni. Poi c’è Teresina di Nata in una casa di donne, madre accentratrice e insoddisfatta, e Lucia, la figlia, futura madre moderna e forte. In “Cetteide” tutto il diario gira intorno alla figura di mia madre, anzi lei è la protagonista (una protagonista ormai mitica!), mentre in “Quella volta che sono morta” la madre è sullo sfondo, ma in fondo appartiene al vissuto della protagonista così come le sue manie-fobie.

Arriviamo a “Anna”. Lei è la madre, lei rappresenta in tutti i sensi quel fulcro generativo da cui tutto ha inizio e dove tutto finisce: il ventre materno. Lei è la madre che vorrei essere. Ma è anche e sopratutto donna, persona, eroina di un tempo senza tempo.

E allora, per tutte le madri, per tutte le figlie, e per i padri e i figli che un giorno hanno incontrato o incontreranno madri/donne/persone così, quale occasione migliore per leggere questi romanzi?

Anna la trovate in versione brossura e digitale qui

E di seguito i link per gli altri romanzi in versione digitale (che costano davvero poco, pochissimo… digitalizzate le vostre letture, conviene!)

Colui che ritorna (qui)

Nata in una casa di donne (qui)

Quella volta che sono morta (qui)

Cetteide, in vacanza con mia madre (qui)

Poi non dite che non vi penso…

Back to #Rome, un giorno da turista.

Trinitàdeimonti“Anvedi però!” Il vecchietto ottantenne si ferma stralunato davanti agli schermi che proiettano senza sosta la pubblicità della linea primavera-estate di una nota catena di abbigliamento. Ragazze bellissime e poco vestite ammiccano da spiagge assolate e sembrano venirti incontro. Il vecchietto è rapito davanti a cotanta strafottente bellezza, pare sia lì solo per lui. L’uscita della metro di Piazza di Spagna è un budello in penombra che nulla lascia immaginare di quanto si vedrà una volta fuori. Forse quella pubblicità non è lì per caso, forse vuole prepararti. Perché Piazza di Spagna è magnifica, e godersela per una volta da turista è un privilegio, per una romana.

Poi ti infili in via Margutta, silenziosa, odorosa di romanità. Cerchi le gallerie d’arte (poche ormai, a dire il vero) e trovi il lusso più discreto ma non per questo meno opulento. Dov’è finita la Roma degli artisti? Davanti all’hotel De Russie un maggiordomo in livrea apre lo sportello di un’auto di lusso (ci sono 34 gradi all’ombra, è un eroe…). Un lui e una lei appena usciti dalle pagine di Vogue scendono e subito sono risucchiati dall’ombra rassicurante del prestigioso albergo. Poverini, che vita grama doversi sempre nascondere. Che vita insulsa non potersi permettere di passeggiare senza meta in questa luce accecante, col cielo azzurro chiaro che pare voglia venirti addosso per quanto è tanto, col sudore che ti imperla la fronte per la lunga salita fino a Villa Borghese, ma tanto che ti frega se non sei a posto, mica devi apparire in copertina su una rivista di gossip!

In cima alla salita mi attende la terrazza del Belvedere su Piazza del Popolo. Qualcuno sta suonando. Un ragazzo, pare siciliano dall’accento, canta Bennato graffiando sulle corde della sua chitarra e soffiando sull’armonica. Ma come fa? Me lo sono sempre chiesto. Già non è facile coordinarsi cantando e suonando uno strumento. Due… la crisi ingegna gli artisti di strada.
Il furgoncino dei rinfreschi è invitante. Una bottiglia d’acqua piccola e un gelato da due palline: 5 euro, senza scontrino. E magari il proprietario, indiano o pakistano poco importa, non ha neanche l’autorizzazione a stare quassù, proprio alla fine della salita per Villa Borghese, il luogo di Roma in cui l’indice di richiesta di rinfreschi è pari al 100%. C’è il tizio che noleggia quegli aggeggi infernali, tipo monopattini elettrici a due ruote, a idioti, turisti e non, che girano, girano senza sosta intorno alle bancarelle di libri usati, urlando come ossessi per paura di cadere. Anche il tizio è indiano o pakistano, e anche lui non rilascia lo scontrino. E il ragazzo siciliano continua a suonare la sua chitarra/armonica. E io mi domando perché lui non si prende un ombrellone e non si mette a vendere granite, senza scontrino e senza permesso, che magari in giornate come queste incassa tanto da pagarsi le tasse universitarie.

Belvedere

Potrebbe sembrare un discorso di intolleranza, ma non lo è. Ci sono le auto della polizia due curve più sotto, ma nessuno fa niente per bloccare queste illegalità. E queste illegalità agli indiani, pakistani, cingalesi, cinesi, marocchini eccetera eccetera gliele abbiamo insegnate noi, con lunga pratica ed esempio.

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Il ragazzo indiano con le rose (stavolta ne sono certa, perché a Roma il raket delle rose recise è solo loro) mi vende, mi offre, cerca di impormi una rosa. Altrimenti un braccialetto della fortuna. Lo fulmino col mio sguardo verdefogliaprimaverile e con un grugnito. Se ne va con un epiteto in hindi. Il secondo ragazzo indiano, sempre con la rosa da comprare o in regalo, sopraggiunge dopo un nanosecondo. Eppure deve aver visto la mia reazione precedente! Stavolta neanche lo guardo, grugnisco e basta. Arriva subito dopo il terzo. Non grugnisco neppure. Per una qualche punizione divina il gelato da 3 euro mi sta gocciolando impietosamente sui jeans e sono costretta ad utilizzare parte dell’acqua da 2 euro per pulirmi. Ma che volete da me? Volevo fare la turista per un giorno nella mia città, e lasciatemi in pace!

Poi improvviso arriva. Un refolo di vento fresco, che profuma di fiori e di sole, quel profumo che non ho trovato in nessun’altra parte del mondo e che sa di buono, nonostante tutto. Qui, su questa panchina nel cuore di Roma, seduta come sulla poltrona di casa, comoda, a mio agio, guardo le macchie di cioccolato che mi impataccano i jeans e penso: ma che me frega…

Roma